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Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza - Interviene Claudia Corinna Benedetti

“Tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, resta ancora molto da fare

di Claudia Corinna Benedetti

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Claudia Corinna Benedetti

Claudia Corinna Benedetti

Viterbo – Esattamente due mesi fa il Senato ha approvato il ddl sulla “Tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, il cosiddetto Codice rosso.

In vigore dal 9 agosto, la Legge 19 luglio 2019 n. 69 ha aggiunto elementi importanti verso una più efficace ed efficiente lotta alla violenza contro le donne.

Resta tuttavia ancora molto da fare per arginare, prevenire, contrastare il terribile fenomeno della violenza in particolare contro le donne, che è divenuta un’emergenza sociale considerato che ogni 72 ore in Italia viene uccisa una donna, omicidio definito femminicidio.

Una legge che dovrà essere diffusa, resa nota e condivisa fra tutti i cittadini, uomini, donne e giovani, come facciamo in parte anche oggi con questo articolo – grazie all’impegno e agli obiettivi che l’Associazione Donna Olimpia onlus, col progetto “Un pesce in una biglia” e il bando di concorso “A Silvia” riservato alle scuole della Tuscia, si è prefissata di raggiungere: coinvolgere giovani, famiglie, istituzioni per divulgare una cultura fondata sul rispetto e sulla consapevolezza della responsabilità delle nostre azioni, ritenendole valide e concrete “armi” per prevenire questo dilagante fenomeno.

Per analizzare il contenuto della legge, in assenza del testo completo che verrà pubblicato appunto sulla G.U., ho consultato i documenti di Camera e Senato. Mi soffermerò su alcune delle nuove norme che prevedono una serie di modifiche al C.P. di Procedura Penale e di altre disposizioni di legge in materia di violenza sulle donne, che rafforzano le garanzie in favore delle stesse.

Al termine formulerò alcune considerazioni sul provvedimento stesso.

Cosa prevede il provvedimento:
l’allungamento dei tempi a disposizione per effettuare la denuncia di una violenza sessuale subita: ora 12 mesi di tempo, invece dei 6 mesi previsti prima;
l’aumento delle pene a carico di chi opera maltrattamenti contro familiari o conviventi: la reclusione da due a sei anni, prevista dal C.P. all’art. 572 aumenta da tre a sette anni; la pena, inoltre, è aumentata fino alla metà, se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza, di persona con disabilità o, se il fatto è commesso con armi. Previsto anche il carcere: da 6 a 12 anni, nei confronti di chi commette violenze sessuali aggravate o, nel caso in cui a subirla siano minori di 14 anni in cambio di denaro o di qualsiasi altra utilità, anche se solo promessi;

maggiore velocità nelle indagini: la Polizia Giudiziaria dovrà comunicare subito le notizie di reato, anche in forma orale, al Pubblico Ministero, il quale è obbligato ad ascoltare le vittime di violenza entro tre giorni dalla denuncia. Ciò eviterà di non dover attendere mesi senza ricevere aiuto, come fino ad ora avveniva, e che i reati di maltrattamento, soprattutto negli ambienti domestici, si reiterino senza l’intervento immediato delle autorità. Maltrattamenti non solo a livello fisico ma anche psicologico, violenza sessuale, stalking, ossia atti e condotte persecutorie ripetute nel tempo (telefonate assillanti, invio continuo di messaggi, avvicinamenti furtivi, pedinamenti, molestie, persecuzioni moleste, tentativi di prendere il controllo, maltrattamenti e condizionamenti psicologici) che provocano un danno alla vittima, condizionando le sue abitudini di vita e la sua stessa libertà, e che generano un grave stato di ansia, di paura, il timore per la propria incolumità o per quella di persone care. Persecuzioni e lesioni aggravate, commesse in contesti familiari o di convivenza. Le pene per tale reato, che erano da 6 mesi a 5 anni di carcere, sono state aumentate da 1 a 6 anni e sei mesi. Il provvedimento quindi prevede l’accelerazione:

– nell’intervento investigativo ed una corsia preferenziale per le denunce, come accade nei Pronto Soccorso, dove il rispetto delle situazioni di “codice rosso” renderà le indagini più rapide e obbligherà i PP.MM. ad ascoltare le vittime appunto entro tre giorni dalla denuncia;

– nello svolgimento delle indagini, per evitare che il ritardo nell’acquisizione e nella iscrizione della notizia di reato pregiudichi la tempestività degli interventi per i reati di maltrattamenti, lesioni aggravate, violenza sessuale e stalking;

la previsione del reato di porno vendetta = revenge porn, che prevede il divieto di inviare, diffondere su internet, consegnare, cedere, pubblicare o diffondere foto o video a contenuto sessualmente esplicito, intimo e privato, senza il consenso della persona interessata.

La pena prevista è il carcere da 1 a 6 anni, con multe da 5 a 15 mila euro sia per chi pensa di vendicarsi dopo la fine di una relazione, diffondendo foto o video a contenuto sessuale, sia a chi riceve tali immagini e le diffonde senza il consenso dei protagonisti. Sono previste aggravanti se il reato è commesso dal partner o da un ex partner con diffusione via social e maggiori tutele per persone disabili e donne incinte;

sfregio del volto: il provvedimento prevede un nuovo reato ed una specifica forma sanzionatoria contro le aggressioni con l’acido e chi sfregia con l’acido, provocando deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni-deformazioni permanenti al volto, punibile con la reclusione da 8 a 14 anni, e l’ergastolo se causa la morte. La condanna prevede l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela ed all’amministrazione di sostegno. Benefici come l’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione saranno concessi con molta cautela;

braccialetto elettronico: è previsto per coloro che avranno ricevuto un ordine di allontanamento ed il divieto di avvicinamento. Se la disposizione viene violata, la misura cautelare si aggrava e la persona rischia una pena detentiva fino a 2 anni;

maltrattamenti: in questo caso sono state estese le norme del codice antimafia che prevedono anche la sorveglianza speciale e l’obbligo di dimora in un altro comune nei confronti dell’uomo violento;

violenze sessuali: le pene salgono da 6 a 12 anni e, se la violenza è di gruppo, si arriva fino a 14 anni di carcere. In caso di vittime minori la pena massima è di 24 anni di reclusione. I minori di 18 anni sono sempre considerate vittime del reato, sia che assistano alla violenza sia che la subiscano. Per atti sessuali con minorenni la procedibilità è d’ufficio, senza la necessità di denuncia o querela dei genitori:

nozze col sangue: chi induce un altro a sposarsi usando violenza, minacce o approfittando di un’inferiorità psico-fisica o strumentalizzando precetti religiosi è punibile fino a 5 anni di carcere, 6 se è coinvolto un minore.

Viene prevista anche la possibilità della sospensione condizionale della pena – In caso di condanna per reati sessuali, tale possibilità è subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per reati sessuali. Il costo dei percorsi di recupero, in mancanza di una convenzione dell’ente con lo Stato, è a carico del condannato.

Considerazioni sul provvedimento in esame

Ho sempre affermato che le leggi, da sole, pur se importanti, non sono sufficienti a frenare fenomeni gravi, soprattutto quello della violenza sulle donne, e il femminicidio. Infatti, nonostante l’importanza di questo provvedimento, ritengo che ci sia ancora molto da fare, sia sul piano legislativo che su quello culturale, e che se si vuole concretamente arginare questo fenomeno bisogna combatterlo prevenendolo.

Il problema infatti non è quello di punire di più, dopo che le donne peraltro sono già state uccise, ma prevenire, pensando inoltre anche a prima della denuncia, durante e dopo. Bisogna rispettare il diritto di autodeterminazione delle donne, mettendo in campo azioni concrete e partendo dall’analisi delle cause che si pongono all’origine dei fenomeni di violenza, per poterle prevenire.

Nel nuovo provvedimento si parla di:
violenza nell’ambito delle relazioni affettive e da parte degli ex, ma non viene considerata la violenza di genere inflitta da sconosciuti;
corsi di formazione obbligatori per i corpi di Polizia che devono essere preparati ad accogliere denunce di violenza, ma dei centri antiviolenza non se ne parla anche se fanno questo da decenni;

come impedire l’avvicinamento dei violenti alle vittime, ma purtroppo questo non è stato mai un impedimento per i carnefici, che, usciti dal carcere, uccidono, sul luogo di lavoro della donna, nella sua casa, quando va a far spesa, e davanti ai figli, che spesso non vengono risparmiati;
protezione, ma non vengono stanziati fondi per le case rifugio. Quindi come si potranno proteggere le vittime?

violenza “commessa in contesti familiari o nell’ambito di relazioni di convivenza”, ma non vengono considerate tutte le altre donne che di fatto rischiano di essere prive di strumenti legislativi loro applicabili. “La violenza di genere” infatti non è solo quella contro le donne cui l’uomo era legato affettivamente;
gestione di fondi che andranno ai corpi di Polizia, ma non si fa cenno a fondi per consentire alle vittime di violenza di genere di crearsi una nuova vita lontano dal carnefice. Infatti nei documenti si legge:

“Per quel che concerne la Polizia di Stato, le risorse sono appostate sul bilancio del Ministero dell’interno, alla Missione 3 («Ordine pubblico e sicurezza») – Programma 3.1 («Contrasto al crimine, tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica» – 7.8) Centro di responsabilità «Dipartimento della pubblica sicurezza» – Azione «Formazione ed addestramento della Polizia di Stato»”.
Non posso pensare che la violenza di genere venga considerata come una questione di ordine pubblico!

Nel provvedimento inoltre non si fa riferimento:

alle conseguenze legate al suicidio della persona vessata o di una pena che punisca il responsabile del fatto che ha portato la vittima al suicidio;

a specifiche campagne pubblicitarie volte a contrastare la cultura della violenza, dello stupro, contro lo sfruttamento dell’immagine del corpo femminile;

alla necessità di sensibilizzare gli addetti alla produzione di spot pubblicitari, verso una comunicazione corretta, rispettosa dei princìpi di pari opportunità tra uomo e donna, che deve utilizzare immagini adeguate, coerenti con il messaggio che si intende comunicare, rispettose della donna in quanto persona;

di molestie sul lavoro, dell’importanza del ruolo della scuola e della famiglia, ove l’esempio è fondamentale per diffondere ed inculcare nei giovani la cultura del rispetto nei confronti delle persone e delle donne in particolare.

Al riguardo infatti sarebbe stato opportuno prevedere:
– che fin da bambini, nelle scuole ed in famiglia, si impari il rispetto, innanzitutto verso se stessi, verso gli altri e verso il ruolo svolto dai genitori e dagli insegnanti;
– la riduzione dei tempi dei processi penali;
– misure ed azioni concrete affinché alla donna sia garantita la sicurezza di poter denunciare senza poi dover subire ritorsioni;
– la punibilità di tutti i tipi di sfregi, non solo quelli al volto, al fine di evitare che alcuni tipi di lesioni possano essere considerate più importanti di altre;
– in caso di denuncia di violenze, la contestuale modifica degli accordi di separazione e dell’affido condiviso che tutt’ora obbliga la donna al loro rispetto per non incorrere in sanzioni per l’inadempimento delle regole di affido.

Claudia Corinna Benedetti


Chi vuole contribuire alla rubrica Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza può inviare un articolo al seguente indirizzo mail culturadelrispetto@tusciaweb.it, indicando i recapiti necessari per far contattare l’autore dalla redazione, che valuterà la pertinenza dei contributi stessi agli obiettivi del progetto e si riserva la facoltà di pubblicarli o meno, nonché di proporre all’autore eventuali modifiche formali per adeguarli agli standard del quotidiano.


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17 settembre, 2019

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