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Movida gestita dal carcere, indagate per favoreggiamento due donne del boss Rebeshi

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Ismail Rebeshi [3]

Ismail Rebeshi

Viterbo – Mafia viterbese, con la chiusura delle indagini si aggrava di altri due capi d’imputazione la posizione del boss Ismail Rebeshi.

E’ accusato anche di trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento di associazione di stampo mafioso in concorso con la compagna e la cognata, queste ultime indagate al di fuori del filone principale. 

All’imprenditore albanese 36enne – titolare a Viterbo di una concessionaria e attivo nel settore dei locali da ballo – viene contestato anche di avere continuato a gestire gli affari dal carcere, dove è detenuto per associazione di stampo mafioso dallo scorso 25 gennaio, quando è scattato il maxiblitz dell’operazione Erostrato, sfociata nei 13 arresti chiesti dalla Dda di Roma.  

Dieci indagati su tredici sono accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso. Più una sfilza di altri reati che vanno dall’estorsione ai danneggiamenti, incendio, lesioni, minacce, favoreggiamento: tutti aggravati dal metodo mafioso. Oltre ai due presunti vertici del sodalizio italo-albanese, ovvero Ismail Rebeshi e l’imprenditore del settore compro oro d’origine calabrese Giuseppe Trovato, sono: Sokol Dervishi, Gabriele Laezza, Spartak Patozi, Shkelzen Patozi, Gazmir Gurguri, Luigi Forieri, Fouzia Oufir e Martina Guadagno. 

Solo in tre non sono accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso. Si tratta di Pavel Ionel, Emanuele Erasmi e Manuel Pecci.Ersami e Pecci sono accusati di estorsione. Ionel di danneggiamento. 


Movida dal carcere, Rebeshi inguaia due donne

Nel prosieguo delle indagini è emerso che, mentre Rebeshi era in già in carcere, tra l’8 maggio e il 7 giugno, in concorso con la compagna Laura Jona Zaharia e la compagna del fratello Emanuela Hima, avrebbe messo a segno due operazioni per eludere le disposizioni in materia di prevenzione patrimoniale, con l’aggravante ”di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa”.

In particolare, avrebbe intestato fittiziamente la proprietà della società auto Bicu con sede a Viterbo, al chilometro 3,400 della strada Teverina, alle due donne. Alla sola compagna, invece, la proprietà del capitale sociale della società Le Bell, destinata a curare gli interessi di Rebeshi nel settore dell’intrattenimento notturno e delle compravendite di veicoli.

Le due donne, come detto, sono indagate al di fuori del filone principale dell’inchiesta. Nei loro confronti la procura procederà separatamente.


Il vizietto di bruciare le macchine dei carabinieri

La prima auto incendiata è stata l’Audi di un vicebrigadiere, bruciata la notte tra il 18 e il 19 aprile 2017. La seconda la Passat di un collega che stava indagando sull’attentato incendiario, data alle fiamme la notte tra l’11 e il 12 giugno 2017.

Per questo secondo gesto intimidatorio, voluto da Trovato e attuato da Gazmir Gurguri, risulta indagato in concorso un altro albanese, fuori dalla rosa dei 13 arrestati otto mesi fa. Si tratta di tal Eduart Voka, indagato per danneggiamento aggravato in concorso, per cui si procede a parte, come per le due donne. 

Più defilato, ma non per questo meno pericoloso il romeno 35enne Pavel Ionel. Sarebbe stato lui, quale uomo di fiducia di Rebeshi, a effettuare i sopralluoghi presso l’abitazione del vicebrigadiere la cui vettura Audi Q5 è stata data alle fiamme la notte tra il 18 e il 19 aprile 2017, dando il via a un’escalation di episodi criminali sempre più violenti. Ionel si sarebbe appostato sotto casa del militare, ne avrebbe studiato attentamente le abitudini di vita, avrebbe accompagnato Rebeshi sul posto, studiando con lui le migliori modalità d’azione. Poi si sarebbe dato da fare per trovate dei complici tra i connazionali, disposti a compiere attentati.

L’auto è stata poi incendiata nel cortile condominiale. “Con l’aggravante – si legge nell’avviso di fine indagini – di avere agito in tempo di notte, profittando di circostanze di tempo tali da ostacolare la privata difesa”. Nessun dubbio, per l’accusa, sul metodo mafioso, avendo il gesto “i caratteri propri della intimidazione delle organizzazioni criminali di stampo mafioso e comunque con modalità idonee a coartare psicologicamente le vittime e le volontà di un numero indeterminato di persone”. 


“Ricorda bene queste parole da un albanese: io vi rompo il culo”

La classe non è acqua. “Ricorda bene queste parole da un albanese: io vi rompo il culo”, dice Rebeshi in un messaggio minatorio a uno degli imprenditori concorrenti che avevano stipulato un contratto per organizzare serate danzanti per romeni alla discoteca Theatrò di Viterbo.

Era l’autunno del 2017, quando furono fatte trovare le famose quattro teste d’agnello sgozzati sulla porta d’ingresso della discoteca sulla Cassia nord. 

“Questo messaggio te lo mando come testimonianza quando andrai dai carabinieri – prosegue il boss – ti rompo il culo, vi rompo il culo, vi strappo il culo. E un giorno di galera non lo faccio. Capito? Ricordati bene queste parole, ti rompo il culo, a te, tua madre, tuo padre, tutti quanti. Stasera tu esci di casa e non entri più. Ricordati bene queste parole, cornuto, infame”. 

Minacce anche ai familiari delle vittime. “Comincia, bello mio, comincia. Buon lavoro buona fortuna. Senti bene questa cosa che ti dico io, la prima vista dove ti vedo, con chi sta, con la moglie, con il figlio. Con chi stai tu, io ti sbudello, ricordati bene queste parole. Ti troverò io a te, a te non ti lascio in pace. Capito? Che prima di tutto devi chiedere il permesso. Non solo con la discoteca, me la prendo anche con un bambino di un  anno, giuro. Perché mi avete rovinato il lavoro”, la conclusione.

Silvana Cortignani


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 50enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati [4] – Operazione Erostrato, gli arrestati [5] – Scacco alla Mafia nel Viterbese [6] – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa [7] – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso [8] – Scacco alla Mafia nel Viterbese [9]

 

 


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