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Cronaca - Promette scintille il processo di secondo grado al gestore e due medici assolti in primo grado - Sono accusati di avere fatto morire in casa di riposo anziani e disabili da ricovero in ospedale

Ospizio lager, è battaglia tra accusa e difesa in corte d’appello

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Viterbo - Assemblea liceo Ruffini - Il pm Franco Pacifici

Viterbo – Assemblea liceo Ruffini – Il pm Franco Pacifici

L'avvocato Enrico Valentini

L’avvocato Enrico Valentini

L'avvocato Samuele De Santis

L’avvocato Samuele De Santis

Roma – Ospizio lager di Gradoli, sarà discusso il prossimo 5 dicembre a Roma l’appello della procura della repubblica di Viterbo contro le assoluzioni del gestore Franco Brillo e dei due medici Ugo Gioiosi e Lucia Chiocchi. 

Una struttura, “Il fiordaliso”, nata per ospitare persone autosufficienti, ma che in realtà avrebbe operato come una Rsa, senza averne i requisiti, tanto che il Comune di Gradoli, tra il 2009 e il 2010, ne ordinò per ben due volte inutilmente la chiusura.

I tre imputati sono stati assolti in primo grado il 12 luglio 2018 dalla corte d’assise presieduta dal giudice Silvia Mattei dalle pesanti accuse  di abbandono di incapaci aggravato dalla morte di 13 ospiti della casa di riposo ricavata in un ex albergo con vista mozzafiato sul lago di Bolsena. Non appena giunte le motivazioni, il pm Franco Pacifici aveva presentato ricorso alla corte d’appello di Roma. Adesso è stata fissata l’udienza. 

La difesa promette battaglia: “Non era un ospizio lager, giusta l’assoluzione della corte d’assise – ribadiscono gli avvocati Samuele De santis e Enrico Valentini, che assistono l’imprenditore Brillo – non ci sono profili, né sul fatto, né sul diritto, che giustifichino un appello, ma d’altronde ognuno esercita la sua funzione legittimamente”. 


La difesa: “Nessuna prova del nesso abbandono-morte”

Nel processo d’appello sperano anche le otto parti civili, tutti familiari di pazienti deceduti. Il sostituto Pacifici, 15 mesi fa, aveva chiesto per il titolare Franco Brillo (finito per un periodo agli arresti domiciliari otto anni fa) e il medico di base orvietano Ugo Gioiosi una condanna a sei anni e mezzo. Cinque anni e due mesi per la neuropsichiatria senese Lucia Chiocchi.

La sentenza del 12 luglio dell’anno scorso è giunta al termine di un processo fiume: 25 udienze in due anni e mezzo più altre tre davanti al giudice per le indagini preliminari, decine di testimoni sentiti, fior di periti, richieste poi rigettate di riesumazione delle salme delle presunte vittime. L’ultima udienza, iniziata alle ore 9 del mattino, è durata oltre sette ore tra difese e repliche. A seguire cinque ore, infinite, di camera di consiglio.

Nessuna prova, per le difese, del nesso tra il presunto abbandono e la morte. Nessuna evidenza scientifica nemmeno dalle perizie del professor Massimo Lancia per la procura e della dottoressa Maria Rosaria Aromatario per il tribunale.


L’accusa: “Nella casa di riposo anziani da ospedale”

Il sostituto procuratore Pacifici non arretra di un millimetro. “Il perito Aromatario – scrive nel ricorso – nella consulenza rileva che nella struttura erano stati accolti soggetti in condizioni precarie, con piaghe da decubito, in stato di denutrizione fino alla cachessia, segni di disidratazione e scompensi organici con compromissione dello stato neurologico e segni di traumi”. Anziani e anche disabili adulti. 

Ricorda come siano state le stesse testimonianze rese dai congiunti a far emergere chiaramente come al Fiordaliso venissero accolti ospiti con gravi patologie, necessitanti di cure mediche, per i quali sarebbe stato necessario il ricovero in strutture ospedaliere. 

“L’assistenza riservata ai pazienti nel corso della loro permanenza all’interno della struttura di Gradoli non era adeguata alle loro esigenze cliniche e terapeutiche e non era idonea a fronteggiare le necessità sanitarie dei pazienti- sostiene la procura – i soggetti anziani e portatori di plurime patologie organiche avrebbero dovuto essere assistiti precocemente con un programma di assistenza medico-infermieristica continuativa e di riabilitazione fisioterapica per ostacolare sia l’ipomobilità, sia l’insorgenza di plurime lesioni da decubito avanzate, sia lo stato di malnutrizione e cachessia”.

“E’ lecito ritenere – prosegue il pm Pacifici – che non siano stati sottoposti a un’assistenza medico-sanitaria idonea al loro stato di salute. Tale inadeguatezza ha quantomeno impedito ai pazienti stessi di controllare dal punto di vista terapeutico la progressione delle loro patologie di base, che sono peggiorate in modo indisturbato, e l’insorgenza di altre alterazioni patologiche che sinergicamente con le prime li hanno condotti al decesso”. 

Silvana Cortignani


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8 ottobre, 2019

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