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Viterbo - L'azienda sanitaria rivoleva indietro oltre 26mila euro per un intervento chirurgico riuscito male - Il tribunale amministrativo: "Non ci sono prove di colpevolezza"

Vittima di malasanità risarcita dalla Asl, ma la corte dei conti assolve i due medici sotto accusa

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Corte dei conti

Corte dei conti

Viterbo – (sil.co.) – Assolti dalla corte dei conti due ortopedici dell’ospedale di Belcolle cui la Asl di Viterbo aveva chiesto la restituzione di 26mila euro di danni. A tanto ammonta il risarcimento versato nel 2016 dall’azienda sanitaria alla presunta vittima di un intervento che sarebbe riuscito male nel lontano 2005, per il quale la paziente si è però attivata soltanto dopo sette anni, nel 2012. 

Al centro della vicenda l’intervento su una paziente di 72 anni, operata a Belcolle il primo aprile 2005 per una frattura scomposta al braccio sinistro, riportata in seguito a una caduta accidentale, con successivo decorso regolare, attestato da vari controlli ambulatoriali e radiografici. 

Solo nel febbraio 2012, l’anziana, ormai 79enne, ha inoltrato richiesta di risarcimento danni all’ospedale e successivamente al tribunale civile di Viterbo. La Asl, senza avere mai avvisato i due medici che quindi non hanno potuto discolparsi, nel 2016 ha riconosciuto alla paziente un risarcimento di circa 26mila euro più spese varie. Salvo poi battere cassa per la restituzione in solido della somma presso i due ignari dottori, difesi dagli avvocati Andrea Gasbarri e Sergio Finetti, finiti così  per ritenuta colpa medica davanti alla corte dei conti senza essersi però potuti difendere prima.


Le accuse ai due ortopedici

A fondamento dell’impianto accusatorio, la consulenza d’ufficio a suo tempo depositata nel giudizio civile presso il tribunale di Viterbo, nella quale viene però censurata unicamente “…l’erronea fase tecnico-esecutiva dell’intervento…” e il “…mancato controllo clinico-evolutivo delle condizioni della paziente nel post-operatorio”, cosicché ne sarebbe derivato un maggior danno biologico (nell’ordine del 13-14%) rispetto a quello normalmente atteso per il tipo di frattura diagnosticata (valutabile nell’ordine del 7%), in assenza di danno biologico temporaneo.

Quanto agli errori nella fase tecnico-operativa il riferimento del Ctu è all’”erroneo posizionamento delle due viti di Schanz rispetto a quanto indicato dalle linee guida internazionali, risultando le stesse eccessivamente ravvicinate tra loro e troppo prossime alla base del II metacarpo, risultando inoltre, nella visione laterale, non compatibile al corretto disallineamento assiale…” per cui “…ne è derivata una lesione di alcuni rami del nervo radiale…”. “Ulteriore elemento di censurabilità comportamentale riguarda il tipo di osteosintesi dell’ulna, effettuato…per mezzo di un filo di Rush e non già, come raccomandato dalle linee guida internazionali, per mezzo di viti interframmentarie con eccessiva osteosintesi con placca di neutralizzazione a compressione…”

Il consulente prosegue quindi segnalando che “…nel corso dei ripetuti accessi ambulatoriali effettuati dalla paziente nel periodo post-operatorio, non risulta alcuna annotazione in merito all’evoluzione del quadro clinico della paziente (esame locale, disturbi, sintomatologia riferita e riscontrata, complicanze a medio termine, evoluzione, migliorie, peggioramenti) che, laddove effettuato avrebbe consentito di rivedere i trattamenti posti in essere ed eventualmente limitare e/o eliminare i deficit neurologici evidenziati…”.

“Ebbene – si legge nella sentenza della corte dei conti – le risultanze della Ctu, unitamente alle circostanze di cui si dirà in prosieguo, tuttavia non convincono il collegio sulla effettiva responsabilità dei sanitari odierni convenuti, sia sotto il profilo della colpa grave che del nesso di causalità, non riscontrabili nel caso concreto”.


“Nessuna prova di colpevolezza”

“In particolare – proseguono i giudici – va evidenziato il mancato il coinvolgimento dei due medici che hanno sottoposto ad intervento la paziente. La Asl non ha chiesto loro la relazione informativa sulla vicenda, che i regolamenti aziendali delle aziende sanitarie prevedono quale forma di contraddittorio indispensabile per fornire elementi non solo a difesa dell’operato dei medici che eseguirono l’intervento, ma soprattutto a chiarimento del quadro clinico e dell’accaduto. Ebbene, nel caso in esame, non è stata fornita adeguata prova dell’esistenza di una grave colpa nell’operato dei medici, la cui condotta non risulta nemmeno essere stata causa diretta efficiente ed unica delle lesioni lamentate dalla paziente, tra l’altro a distanza di vari anni dall’intervento”.

Viene quindi evidenziato il notevolissimo lasso temporale intercorso tra l’intervento chirurgico (anno 2005) e la richiesta di risarcimento dei danni formulata dalla paziente all’azienda sanitaria (anno 2012), per di più quando aveva ormai raggiunto l’età di circa 79 anni.

“Nei sette anni intercorsi dall’intervento non risultano eseguite – si legge ancora – al di là dei ridetti controlli nell’immediato post-operatorio, altre visite e/o accertamenti dalla paziente, dalle quali potessero emergere lamentele circa eventuali disagi originati/derivati dall’intervento chirurgico. Né, come anche evidenziato dal consulente, vi è la prova che la paziente abbia eseguito i necessari protocolli fisioterapici di recupero funzionale, la cui efficacia va comunque valutata anche in relazione alla patologia artrosica ingravescente in un soggetto di età avanzata”. 

“In assenza dei requisiti della grave colpevolezza e del nesso di causalità, gli odierni convenuti non possono che essere mandati assolti da ogni addebito”, la conclusione.


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23 ottobre, 2019

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