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I grandi discorsi a cura di Carlo Galeotti - Il futuro presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama in New Hampshire nel suo discorso per le primarie del 2008 - VIDEO

“Yes we can…”

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Barack Obama

Barack Obama

Viterbo – In tempi in cui la politica è ridotta a un post o a un tweet, ci sembra opportuno andare a riprendere, a rivangare, a degustare, a rileggere i grandi discorsi politici che hanno cambiato il mondo.

Discorsi che hanno segnato un passo avanti per l’intera umanità verso la democrazia e la libertà di tutti.

Come dire che la politica può essere qualcosa di diverso dalle banali chiacchiere da bar di un Salvini, pericoloso per lo stato di diritto, o di un Renzi, incapace di azioni politiche nell’interesse della nazione.

Qualcosa di diverso da parole che vanno a vellicare il ventre molle di una nazione. Parole che alimentano egoismi e odio a buon mercato.

C’è stato un tempo in cui grandi leader mondiali hanno pronunciato discorsi che tengono semanticamente e politicamente per i prossimi decenni.

Altri tempi. Tempi di statisti e di leader che non avevano paura di affrontare il dissenso della piazza, più o meno mediatica, pur di fare gli interessi di tutto un popolo, se non di tutta l’umanità.

c.g.


 E’ il 2007 quando Barack Hussein Obama annuncia la sua candidatura alle primarie del partito democratico per le elezioni presidenziali. Il 4 novembre 2008 vince le elezioni battendo il repubblicano John NcCain. Obama diventa così il 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America, il primo afroamericano. In una nazione che ha conosciuto, e che ancora conosce, la discriminazione razziale Obama è stato in qualche modo il cambiamento.

Durante la sua campagna elettorale per le presidenziali c’è un discorso che più di ogni altro probabilmente, di quelli pronunciati da Obama, rimarrà nella storia. Il futuro presidente è a Nashua nel New Hampshire ed è l’8 gennaio 2008. Obama ha da poco incassato la vittoria nelle primarie dell’Iowa. In New Hamphire però ha perso. Poco dopo la sconfitta sale sul palco e pronuncia per la prima volta le tre parole che forse più di tutte le altre hanno accompagnato la sua carriera politica. Yes we can.

Obama si rivolge ai suoi sostenitori accompagnando la frase con il ritmo coinvolgente della voce. Parla di “un cambiamento che sta avvenendo”. E poi quello slogan “Yes we can”. Parole semplici e immediate che entrano subito nel cuore degli americani. Una frase che vuole portare un messaggio di speranza. Uno slogan politico che ha anche ispirato la canzone di Will.i.am, fondatore del gruppo Black Eyed Peas. 

ma.ma


Il discorso in New Hampshire di Barack Hussein Obama 

Grazie, New Hampshire. Vi amo anch’io. Grazie. Grazie.

Bene, grazie davvero. Sono ancora eccitato e pronto per ricominciare. 

Grazie. Grazie.

Prima di tutto, voglio congratularmi con la Sen. Clinton per la combattuta vittoria qui in New Hampshire. Ha fatto un lavoro straordinario. Facciamole tutti un grandissimo applauso.

Soltanto pochi giorni fa, nessuno immaginava che saremmo riusciti a fare ciò che abbiamo fatto questa notte in New Hampshire. Nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo.

Per gran parte di questa campagna, siamo stati dietro. Abbiamo sempre saputo che la scalata sarebbe stata ripida. Ma con numeri record, siete venuti fuori, e a gran voce avete chiesto il cambiamento.

E con le vostre voci e i vostri voti, avete dimostrato che in questo momento, in queste elezioni, c’è qualcosa che sta accadendo in America.

Qualcosa sta accadendo quando uomini e donne a Des Moines e Davenport, a Lebanon e a Concord, escono nelle nevi di gennaio per attendere in code che si estendono di quartiere in quartiere, perché credono davvero in ciò che questo paese può diventare.

Qualcosa sta accadendo. Qualcosa sta accadendo quando americani giovani d’età e spirito, che non hanno mai partecipato alla politica prima d’ora, partecipano con numeri mai visti finora, perché nei loro cuori sanno che questi tempi dovranno essere diversi.

Qualcosa sta accadendo quando le persone non votano solamente per il partito a cui appartengono, ma per le speranze che hanno in comune.

E a prescindere che siamo ricchi o poveri, neri o bianchi, latini o asiatici, che siamo dell’Iowa o New Hampshire, Nevada o South Carolina, siamo pronti a portare questo paese in una direzione completamente nuova.

Questo è ciò che sta accadendo in America proprio ora. Il cambiamento, è ciò che sta accadendo in America.

Voi, tutti voi che siete qui stasera, che mettete così tanto cuore, anima e lavoro in questa campagna, voi potete essere la nuova maggioranza che può portare questa nazione fuori da una lunga oscurità politica.

Democratici, indipendenti e repubblicani che sono stanchi della divisione e delle distrazioni che hanno appannato Washington. Coloro che sanno che si può dissentire senza risultare spiacevoli, che capiscono che, se mobilitiamo le nostre voci per sfidare il denaro e gli interessi che ci hanno ostacolato finora, e sfidiamo noi stessi a raggiungere qualcosa di migliore, non c’è problema che non possiamo risolvere, non c’è destino che non possiamo far avverare. La nostra nuova maggioranza americana può porre fine all’oltraggio di un sistema sanitario che oggi pochi si possono permettere e di cui pochissimi possono disporre. Possiamo mettere dottori e pazienti, lavoratori e uomini d’affari, democratici e repubblicani insieme, e possiamo dire alle case farmaceutiche e assicurative, che quando prenderanno posto a tavola, non potranno più occupare anche tutte le altre sedie, non questa volta, non ora.

La nostra nuova maggioranza può porre fine alle agevolazioni fiscali per le corporazioni che spostano il nostro lavoro oltreoceano e, invece, fare un taglio delle tasse per le tasche dei lavoratori americani del ceto medio, che lo meritano davvero.

Possiamo smetterla di mandare i nostri figli in scuole vergognose e cominciare invece a metterli in vere scuole che siano mezzo per il loro successo.

Possiamo finirla di parlare di quanto siano grandi gli insegnanti e cominciare invece a ricompensarli per la loro grandezza dando loro più denaro e più supporto. Possiamo farlo con la nostra nuova maggioranza.

Possiamo sfruttare l’ingegnosità degli agricoltori e degli scienziati, dei singoli cittadini e degli imprenditori per liberare questa nazione dalla tirannia del petrolio e a salvare il nostro pianeta dal punto di non ritorno.

E quando sarò presidente degli Stati Uniti, fermeremo questa guerra in Iraq e porteremo le nostre truppe a casa.

Finiremo questa guerra in Iraq. Porteremo le nostre truppe a casa. Finiremo il lavoro, finiremo il lavoro contro Al Qaeda in Afghanistan. Avremo cura dei nostri veterani. Ricostruiremo la nostra integrità morale nel mondo.

E non useremo mai l’11 settembre come per spaventare gli elettori, perché non è una tattica per vincere le elezioni. È una sfida che dovrebbe unire l’America e il mondo intero contro le minacce comuni del 21esimo secolo: il terrorismo e le armi nucleari, il cambiamento climatico e la povertà, i genocidi e le malattie.

Tutti i candidati in queste primarie puntano a questi traguardi. Tutti i candidati hanno buone idee e tutti sono patrioti che servono onorevolmente questo paese.

Ma la ragione per la quale questa campagna è sempre stata differente, la ragione per la quale abbiamo cominciato questo improbabile viaggio circa un anno fa, non è soltanto ciò che farò quando sarò presidente. È anche ciò che voi, persone che amate il vostro paese, cittadini degli Stati Uniti d’America, potete fare per cambiarlo.

È proprio questo ciò che rappresentano queste elezioni.

Ecco perché questa notte vi appartiene. Appartiene agli organizzatori, ai volontari e allo staff che ha creduto in questo viaggio e radunato così tanta gente per sposare questa causa.

Noi sappiamo che la battaglia che abbiamo davanti sarà molto lunga. Ma ricordate sempre che, per quanti ostacoli ci troviamo davanti, niente può fermare il potere di milioni di voci che chiedono il cambiamento.

Un coro di cinici ci ha detto che non ce la faremo mai. Ed essi alzeranno la voce e si faranno sempre più dissonanti nelle settimane e mesi a venire.

Ci hanno chiesto di fermarci e di guardare in faccia la realtà. Siamo stati messi in guardia dall’offrire alla gente di questa nazione false speranze. Ma nella storia incredibile che è l’America, non c’è mai stato nulla di falso riguardo alla speranza.

Quando abbiamo affrontato sfide impossibili, quando ci hanno detto che non siamo pronti o che non dovremmo provarci o che non possiamo, intere generazioni di americani hanno risposto con un semplice credo che rappresenta lo spirito di una nazione: Yes, we can. Yes, we can. Yes, we can. 

Era un credo scritto nel documento fondante che ha dichiarato il destino di una nazione: Yes, we can. 

Fu sussurrato da schiavi e abolizionisti quando nella più scura delle notti illuminarono la strada verso la libertà: Yes, we can. 

Fu cantato dagli immigrati quando furono sradicati da sponde lontane e dai pionieri che si avventurarono verso ovest nelle spietate lande selvagge: Yes, we can. 

Era il richiamo dei lavoratori che per primi si organizzarono, delle donne che ottennero il diritto di voto, di un presidente che scelse la Luna come nuova frontiera e di un re che ci portò sulla cima delle montagna e ci indicò la via per la terra promessa: Yes, we can, per la giustizia e l’uguaglianza.

Yes, we can, per le opportunità e la prosperità. Yes, we can guarire questa nazione. Yes, we can sistemare questo mondo. Yes, we can. 

E così, domani, quando porteremo questa campagna nel sud e nell’ovest, quando scopriremo che le lotte dei lavoratori tessili a Spartanburg non sono poi così diverse dagli scioperi dei lavapiatti di Las Vegas, che le speranze della bambina che va nella decrepita scuola di Dillon sono le stesse del ragazzo che impara a vivere nelle strade di Los Angeles, noi sapremo che qualcosa sta accadendo in America, che non siamo così divisi come i nostri politici ci vogliono far credere, che siamo un solo popolo, una sola nazione.

E insieme, cominceremo il prossimo grande capitolo della storia americana con tre parole che risuoneranno da costa a costa, da oceano a oceano: Yes, we can.

Grazie New Hampshire. Grazie. Grazie.

Barack Hussein Obama



Thank you, New Hampshire. I love you back. Thank you. Thank you.

Well, thank you so much. I am still fired up and ready to go. Thank you. Thank you.

Well, first of all, I want to congratulate Senator Clinton on a hard-fought victory here in New Hampshire. She did an outstanding job. Give her a big round of applause.

You know, a few weeks ago, no one imagined that we’d have accomplished what we did here tonight in New Hampshire. No one could have imagined it.

For most of this campaign, we were far behind. We always knew our climb would be steep. But in record numbers, you came out, and you spoke up for change.

And with your voices and your votes, you made it clear that at this moment, in this election, there is something happening in America.

There is something happening when men and women in Des Moines and Davenport, in Lebanon and Concord, come out in the snows of January to wait in lines that stretch block after block because they believe in what this country can be.

There is something happening. There’s something happening when Americans who are young in age and in spirit, who’ve never participated in politics before, turn out in numbers we have never seen because they know in their hearts that this time must be different.

There’s something happening when people vote not just for party that they belong to, but the hopes that they hold in common.

And whether we are rich or poor, black or white, Latino or Asian, whether we hail from Iowa or New Hampshire, Nevada or South Carolina, we are ready to take this country in a fundamentally new direction.

That’s what’s happening in America right now; change is what’s happening in America.

You, all of you who are here tonight, all who put so much heart and soul and work into this campaign, you can be the new majority who can lead this nation out of a long political darkness.

Democrats, independents and Republicans who are tired of the division and distraction that has clouded Washington, who know that we can disagree without being disagreeable, who understand that, if we mobilize our voices to challenge the money and influence that stood in our way and challenge ourselves to reach for something better, there is no problem we cannot solve, there is no destiny that we cannot fulfill. Our new American majority can end the outrage of unaffordable, unavailable health care in our time. We can bring doctors and patients, workers and businesses, Democrats and Republicans together, and we can tell the drug and insurance industry that, while they get a seat at the table, they don’t get to buy every chair, not this time, not now.

Our new majority can end the tax breaks for corporations that ship our jobs overseas and put a middle-class tax cut in the pockets of working Americans who deserve it.

We can stop sending our children to schools with corridors of shame and start putting them on a pathway to success.

We can stop talking about how great teachers are and start rewarding them for their greatness by giving them more pay and more support. We can do this with our new majority.

We can harness the ingenuity of farmers and scientists, citizens and entrepreneurs to free this nation from the tyranny of oil and save our planet from a point of no return.

And when I am president of the United States, we will end this war in Iraq and bring our troops home.

We will end this war in Iraq. We will bring our troops home. We will finish the job — we will finish the job against Al Qaida in Afghanistan. We will care for our veterans. We will restore our moral standing in the world.

And we will never use 9/11 as a way to scare up votes, because it is not a tactic to win an election. It is a challenge that should unite America and the world against the common threats of the 21st century: terrorism and nuclear weapons, climate change and poverty, genocide and disease.

All of the candidates in this race share these goals. All of the candidates in this race have good ideas and all are patriots who serve this country honorably.

But the reason our campaign has always been different, the reason we began this improbable journey almost a year ago is because it’s not just about what I will do as president. It is also about what you, the people who love this country, the citizens of the United States of America, can do to change it.

That’s what this election is all about.

That’s why tonight belongs to you. It belongs to the organizers, and the volunteers, and the staff who believed in this journey and rallied so many others to join the cause.

We know the battle ahead will be long. But always remember that, no matter what obstacles stand in our way, nothing can stand in the way of the power of millions of voices calling for change.

We have been told we cannot do this by a chorus of cynics. And they will only grow louder and more dissonant in the weeks and months to come.

We’ve been asked to pause for a reality check. We’ve been warned against offering the people of this nation false hope. But in the unlikely story that is America, there has never been anything false about hope.

For when we have faced down impossible odds, when we’ve been told we’re not ready or that we shouldn’t try or that we can’t, generations of Americans have responded with a simple creed that sums up the spirit of a people: Yes, we can. Yes, we can. Yes, we can.

It was a creed written into the founding documents that declared the destiny of a nation: Yes, we can.

It was whispered by slaves and abolitionists as they blazed a trail towards freedom through the darkest of nights: Yes, we can.

It was sung by immigrants as they struck out from distant shores and pioneers who pushed westward against an unforgiving wilderness: Yes, we can.

It was the call of workers who organized, women who reached for the ballot, a president who chose the moon as our new frontier, and a king who took us to the mountaintop and pointed the way to the promised land: Yes, we can, to justice and equality.

Yes, we can, to opportunity and prosperity. Yes, we can heal this nation. Yes, we can repair this world. Yes, we can.

And so, tomorrow, as we take the campaign south and west, as we learn that the struggles of the textile workers in Spartanburg are not so different than the plight of the dishwasher in Las Vegas, that the hopes of the little girl who goes to the crumbling school in Dillon are the same as the dreams of the boy who learns on the streets of L.A., we will remember that there is something happening in America, that we are not as divided as our politics suggest, that we are one people, we are one nation.

And, together, we will begin the next great chapter in the American story, with three words that will ring from coast to coast, from sea to shining sea: Yes, we can.

Thank you, New Hampshire. Thank you. Thank you.

Barack Hussein Obama


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18 ottobre, 2019

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