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Viterbo - A quarantaquattro anni dalla morte sono ancora attualissime le profezie di Pier Paolo Pasolini per la Tuscia - Il sindaco di Sutri Sgarbi, poco tempo fa, ha deciso di intitolargli una via

“Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi, ma la gente non vuol saperne…”

di Silvio Cappelli

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Via Pasolini

Via Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Viterbo – Quarantaquattro anni fa, nella notte tra il primo e il 2 novembre del 1975, veniva assassinato all’idroscalo di Ostia lo scrittore, regista e poeta Pier Paolo Pasolini.

La mattina dopo avrebbe dovuto recarsi a Chia, dove da qualche anno abitava all’interno di una costruzione medievale cinta da mura perimetrali e eretta, in prossimità del Fosso Castello, in un luogo elevato e scosceso.

Pasolini quel giorno avrebbe dovuto incontrarsi, con alcuni amici, nella sua residenza viterbese, nella frazione di Soriano nel Cimino, com’era solito fare, per passare una domenica in compagnia, lavorare e scrivere, nel piccolo borgo dove lui era diventato proprietario di una torre medioevale.

Ad aspettarlo, tra gli altri, Desiderio Valli detto Riccardo, e tutta la sua famiglia, abitante proprio nella casa addossata alla chiesetta che si affaccia sulla piazzetta di Chia.

Con questi suoi cari amici, e con diversi altri, aveva condiviso, sempre a Chia, tanti momenti particolari: il difficile acquisto del suo castello fortificato, le iniziative intraprese a sostegno dell’Università di Viterbo, la messa a dimora di alberi nella frazione, e diversi altri momenti ricreativi e culturali. A Pierpaolo Pasolini, infatti, tra le altre cose, piaceva anche giocare a calcio e spesso partecipava partite nei campetti dei comuni limitrofi.

“Cara Tuscia. Dal suo nuovo “rifugio” (un castello medioevale nell’Alto Lazio) Pier Paolo Pasolini spiega come una piccola moderna università potrebbe favorire lo sviluppo dell’Alto Lazio salvandone il dolce e ancor quasi intatto paesaggio dagli effetti devastatori di un vorace  industrialismo”.

Questo è il titolo, e l’occhiello, di un intervista rilasciata da Pasolini, sotto la Torre di Chia, al giornalista Gideon Bachmann, e pubblicata a pagina 3 de Il Messaggero di domenica 22 settembre 1974.

Aveva provato a dettare le linee guida per uno sviluppo sostenibile del nostro territorio. Una profezia  pronunciata da un intellettuale italiano tra i più grandi del secolo scorso. Ma Viterbo e la Tuscia, salvo qualche caso sporadico, lo hanno sempre evitato e dimenticato.
 
“Si tratta di pensare per la Tuscia, a un modo di sviluppo alternativo – è scritto tra le altre cose all’interno dell’intervista del maggio 1974 –  la creazione, per esempio, di una Università per gli stranieri, sull’esempio di Perugia, e di un centro culturale, potrebbe rappresentare l’avvio di uno sviluppo “diverso””, [×××] Per questo mi sto interessando a questa faccenda dell’Università della Tuscia.

Penso di suggerire all’amministrazione comunale di istituire certe facoltà – lingue, economia turistica, archeologia – che possano servire a promuovere un modello di sviluppo regionale diverso da quello industriale [×××] C’è da salvare la città nella natura. Il risanamento dall’interno.

Basta che i fautori del progresso si pongano il problema. Questa regione, che per miracolo si è finora salvata dall’industrializzazione, questo Alto Lazio con questa Viterbo e i villaggi intorno, dovrebbero essere rispettati proprio nel loro rapporto con la natura. [×××] Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello.

Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balìa della speculazione. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza. Perciò mi sto dando da fare per l’Università della Tuscia.

Si tratta com’è noto, di un’università privata, chiamata la Libera Università della Tuscia. Fu fondata cinque anni fa da un consorzio di banche e di enti cittadini. Ci sono tre facoltà: magistero, scienze politiche ed economia e commercio”. 

Proprio quest’anno ricorrono i cinquant’anni dalla creazione della Libera Università della Tuscia (1969 – 2019).
Pasolini amava la Tuscia. Lui si ritirava spesso nella pace di Chia anche per lavorare alla sua ultima opera, rimasta incompiuta, che aveva per titolo “Petrolio”.

Un romanzo sul potere economico italiano, delle duemila pagine previste lo scrittore ne ha potuto ultimare solo cinquecento, con il quale Pasolini voleva fare un sunto su tutto ciò che sapeva.

Sembra sia sparito anche l’appunto numero 21 dal titolo “Lampi sull’Eni”, nonché i discorsi di Eugenio Cefis (presidente Eni e Montedison) che Pasolini stesso scrive di voler pubblicare tra la prima e la seconda parte del romanzo in modo di renderlo “simmetrico ed esplicito”.

Su come è avvenuto l’omicidio, a parte la sentenza di primo e secondo grado del ’76, ci sono ancora molte zone d’ombra. Sembra che quella notte, all’idroscalo di Ostia, oltre a Pino Pelosi, ci fossero diverse persone presenti. Da più parti s’ipotizza anche che nell’omicidio di Pasolini siano coinvolti personaggi della destra romana e della criminalità organizzata (nasceva forse allora la banda della Magliana).

Si parla di almeno sette persone coinvolte se non addirittura tredici.
In quegli anni, all’interno della sua Torre di Chia, venivano a trovare Pasolini tantissimi personaggi autorevoli del mondo della cultura. Tra gli altri: Alberto Moravia, Dacia Maraini, Ninetto Davoli, Maria Callas, Laura Betti, Tonino Delli Colli e Alfredo Bini.

Nei pressi della piccola frazione di Soriano nel Cimino, nel 1964, Pasolini aveva già girato la scena del battesimo di Giovanni Battista contenuta nel suo film “Vangelo secondo Matteo”.

Un posto che aveva colpito la sensibilità dello scrittore fino al punto da considerarlo il più bello del mondo. Scrisse, infatti, tra l’altro: “Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, che io vorrei essere scrittore di musica, vivere con degli strumenti dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare, nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri, e lì comporre musica, l’unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà”.

Lo scrittore sosteneva spesso che, all’interno della sua torre fortificata, protetta dalla cinta muraria, dagli strapiombi, dai fossi, dalla natura selvaggia, i sogni del passato potevano conservarsi più a lungo: “Quel mondo mi appare non solo morto, ma addirittura remoto.

Parlo di un mondo agricolo, coi boschi e i boscaioli, il mangiare “schietto”, l’interpretazione estetica classica, i tempi lenti dell’esistere, le abitudini ripetute indefinitamente, i rapporti duraturi e assoluti, gli addii strazianti, gli strabilianti ritorni in un mondo immutato, dove i ragazzi fanno ancora i cacciatori di frodo e le madri cucinano cose buone in vecchie locande familiari nella stessa aria, nello stesso odore, nello stesso sole. Tutta questa ritualità si decompone al di là di un limite già lontano…”.

Dopo tantissimo tempo, nella Tuscia, sono in pochi che ricordano ancora lo scrittore regista e poeta con immutato affetto. Soltanto il sindaco di Sutri Vittorio Sgarbi, pochissimo tempo fa, ha deciso di intitolare una via a questo grande intellettuale.

Tanti anni fa, il compianto consigliere comunale sorianese Terzo Camilli, con la giunta del sindaco Domenico Tarantino, propose e riuscì a intitolargli il parco di querce intorno alla Torre e un busto con tanto di epigrafe ricordo nella piazzetta della frazione.

In tutto il mondo Pasolini è ricordato con iniziative diverse e intitolazioni di vie o di piazze. A Viterbo, quasi per tutte le amministrazioni pubbliche che si sono succedute in questo quasi mezzo secolo, Pierpaolo Pasolini, è come se non fosse mai esistito. Neanche l’Università degli studi della Tuscia, per il riconoscimento della quale lo scrittore e regista al tempo si impegnò moltissimo, gli ha riservato mai un giusto e tangibile riconoscimento alla memoria.

Sarebbe un bell’atto di riconoscenza dedicare a questo grande intellettuale una via, una piazza viterbese o un luogo, magari in un quartiere di periferia come sarebbe piaciuto a lui.

Silvio Cappelli


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2 novembre, 2019

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