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L'irriverente

Grande Roma quando chiamavano i viterbesi a governarla…

di Renzo Trappolini

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Roma è a pezzi e a quelli di noi della Tuscia che da una vita lì passiamo il più degli anni vien da ricordare i meglio tempi garantiti ai romani da uomini nostri conterranei.

Non solo quando essi quarant’anni fà chiamarono Luigi Petroselli a fare il sindaco e ne furono tanto contenti da intitolargli lo stradone maestoso tra Campidoglio, Tempio di Vesta e Teatro Marcello; il centro del centro e chi nasce a Roma lì vien battezzato in segno di buon augurio nel nome di quell’illustre viterbese perché l’Anagrafe comunale è in via Petroselli.

Ma tanti, proprio tanti anni fà, duemilasettecento, arrivarono dalla Tuscia a comandare a Roma altri due di nome Tarquinio. Il Prisco, più antico e perciò primo e il Superbo, appellativo dato al secondo che, in effetti, lo meritò tutto. Questo Tarquinio, infatti, fu l’ultimo dei sette re di Roma perchè, visto il modo tirannico in cui aveva esercitato i poteri regali, fu poi proclamata la repubblica e chiunque provava a farsi chiamare re veniva giustiziato.

I due, maremmani veraci, erano schietti, fattivi ma anche fumini e prepotenti se il Superbo, per farsi incoronare, pensò che la strada più breve fosse uccidere il predecessore, ma governarono da grandi statisti trasformando una Roma di tribù in città-stato che faceva guerre e alleanze strategiche addirittura con l’Africa di Cartagine e un agglomerato di capanne in un modulo urbanistico che quasi ancora regge.

Come la cloaca massima, la grande rete fognaria costruita dal Prisco per bonificare tutta la zona centrale dal Foro al Circo Massimo e ancora utilizzata grazie all’ingegneria etrusca lì applicata.
Insomma, i nostri conterranei da cui i romani si son fatti governare hanno lasciato la città molto meglio di come l’avevano trovata.

La sindacatura di Luigi vien definita da sempre “l’’era Petroselli” e la leadership mondiale dell’urbe originò dai due re etruschi così che gli storici parlano di “grande Roma dei Tarquini”.

Peccato che oggi – tutti presi, quelli che qui da noi sembrano contare, da nomine e revoche di incarichi per non meglio precisate ragioni di opportunità, rimpasti annunciati ed abortiti nel senatino di Palazzo dei Priori, mentre a Palazzo Gentili la provincia soffre il declassamento cui improvvide leggi l’hanno costretta – non sia consentito a noi pendolari scontenti neanche poter fantasticare su una ipotetica rivalsa di trasmigrazione direttiva, e risolutiva di qualcuno di loro nella capitale, come una volta.

 

Renzo Trappolini


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18 novembre, 2019

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