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Tarquinia - La giornalista Floria Bulfon ha presentato il libro "Casamonica: la storia segreta" per l’incontro della Rete di scuole "Giovanni Falcone"

“Le mafie si fanno forza dell’assenza dei diritti”

di Daniele Aiello Belardinelli

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La giornalista Floriana Bulfon

La giornalista Floriana Bulfon

La presentazione

La presentazione

La dirigente scolastica Laura Piroli

La dirigente scolastica Laura Piroli

La docente Cinzia Brandi

La docente Cinzia Brandi

Tarquinia – “Le mafie si fanno forza dell’assenza dei diritti”.

Floriana Bulfon è giornalista della Repubblica e L’Espresso. Ha iniziato a occuparsi di Mafia Capitale, per poi concentrarsi su una delle famiglie mafiose più potenti di Roma, i Casamonica. Dieci anni di lavoro fatto di inchieste e articoli di denuncia sfociato poi nel libro “Casamonica: la storia segreta”.

La giornalista è stata ospite il 26 novembre, a Tarquinia, della libreria caffè Vita Nova per l’incontro organizzato dalla Rete di scuole “Giovanni Falcone”, cui aderisce l’Iiss Vincenzo Cardarelli.

L’introduzione è stata affidata alla preside dell’istituto tarquiniese Laura Piroli e alla docente Cinzia Brandi, referente della Rete per la scuola della città etrusca. Agli studenti, il compito di dialogare con la giornalista per presentare il libro.

Sono stati per troppo tempo considerati una criminalità di straccioni – dice Bulfon –. Gente che vive in borgata con ville lussuose, ma non così rilevanti. Eppure, sebbene così visibili sono riusciti paradossalmente a essere invisibili, costruendo un impero. Quel funerale ne è stata un’ostentazione“. Si riferisce al funerale del boss Vittorio Casamonica nel 2015 che, con l’aggressione al Roxy bar alla Romanina dello scorso anno, ha portato alla ribalta dei media la famiglia e fatto finalmente cambiare la percezione dell’opinione pubblica.

“Arrivano a Roma tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta dall’Abruzzo e dal Molise – spiega la giornalista -. All’epoca si occupavano del commercio dei cavalli e delle auto e di piccole truffe. Abitavano nelle campagne a ridosso dei Castelli Romani. Non sono stati loro ad andare verso la città, ma Roma a muoversi verso di loro, con lo sviluppo immobiliare nel quadrante sudest. Una colata di cemento con i palazzinari che costruivano senza dare servizi. I Casamonica diventano padroni di questi nuovi quartieri e si sostituiscono allo Stato. Vanno a ‘scuola’ di criminalità da Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana. Questo signore aveva entrature importanti e tanti soldi ma non una banda per il recupero crediti. Chi meglio di loro poteva fare questo lavoro?”.

In pochi decenni, passano dalle piccole truffe a importare direttamente dal Sudamerica 5 tonnellate di cocaina, con aerei privati e facendo incontri in hotel lussuosi. “Hanno trovato una città che si è piegata a loro valore fondante, il denaro – aggiunge -. Anche se arrestassero tutti i Casamonica che hanno fatto tutto ciò, vuol dire che il terreno su cui si sono mossi era molto favorevole a questo tipo di ascesa”.

Bulfon allarga il discorso all’Italia: “Tendiamo a dire che la mafia a casa nostra non ci riguarda. Eppure le mafie si sono inserite nell’economica, adattandosi alle realtà che hanno attorno. Tuttavia la mafia non è mai declinata come emergenza. Le emergenze sono altre. L’abbiamo fatta talmente nostra, da non percepire neanche più il disvalore di scendere a patti”.

Ritorna su Roma, dove esiste una sistema di alleanze tra le varie mafie. “Per la Capitale funziona – dichiara Bulfon -. E’ un grande mercato. E l’obiettivo è fare i soldi. Figura centrale in questa pax sono i “mediatori”, persone autorevoli che portano avanti le trattative tra le famiglie in caso di controversia”. Evidenzia l’ascesa della mafia albanese, presente anche nel Viterbese, per i canali di accesso diretto alla droga e la facilità all’uso delle armi.

Sull’articolo 416 bis. “La mia modestia opinione è che non ha qualcosa che necessiti una modifica – afferma -. Faccio un chiarimento che riprendo da Camilleri. Se io ti punto una pistola alla testa e tu ti inginocchi non è mafia. Ma se vado davanti a una persona e gli dico d’inginocchiarsi, anche senza avere un’arma, e la persona s’inginocchia, questa è mafia. La riserva di violenza per cui ti pieghi, per la paura”.

E la paura gioca un ruolo importante. “La paura c’è – conclude Bulfon –. Sarebbe da incoscienti non averla. Ma la paura è anche dei criminali. E’ la paura che qualcuno racconti dei loro soldi e dei loro interessi. Il punto è che se dici basta, rinunci e ti occupi di altro, anche per un solo periodo, loro vincono e tu perdi definitivamente”.

Daniele Aiello Belardinelli


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30 novembre, 2019

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