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Corte d'assise - Omicidio di Tuscania - Catturato dopo ore di caccia all'uomo, così Aldo Sassara ha commentato in caserma il ritrovamento del corpo senza vita di Angelo Gianlorenzo

“Meno male che mio cognato è morto, uno di meno. Era un birbaccione, vaffanculo”

di Silvana Cortignani

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Angelo Gianlorenzo

La vittima – Angelo Gianlorenzo

Tuscania – Omicidio Angelo Gianlorenzo – I Ris in località San Savino

Tuscania – I Ris in località San Savino

Tuscania – Omicidio Angelo Gianlorenzo – I Ris in località San Savino

Tuscania – I Ris in località San Savino

Tuscania – Omicidio Angelo Gianlorenzo – I Ris in località San Savino

Tuscania – I Ris in località San Savino

Tuscania – “Io non ho ammazzato nessuno, ma meno male che mio cognato è morto. Uno di meno. Era un brutto birbaccione, Vaffanculo. La terra è mia, è tutto mio”.

Così avrebbe commentato il delitto Aldo Sassara, il 77enne di Tuscania a processo davanti alla corte d’assise per l’omicidio di Angelo Gianlorenzo, l’agricoltore 83enne trovato morto nelle campagna tra Marta e Tuscania la vigilia di ferragosto del 2016.

Erano circa le 16,30 del 14 agosto di tre anni fa e solo mezz’ora più tardi l’imputato sarebbe stato formalmente indagato per il massacro dell’anziano trovato senza vita su un terreno di sua proprietà col collo spezzato e tutte le costole rotte. Presso la caserma della compagnia di Tuscania l’avevano portato i carabinieri che l’avevano rintracciato dopo una caccia all’uomo durata ore.

Morto per infarto. Secondo l’accusa a causa dello stress emotivo e delle ferite riportate durante la colluttazione. Secondo la difesa perché era cardiopatico. 


“Meno male che mio cognato è morto, uno di meno”

I difensori Marco Valerio Mazzatosta e Danilo Scalabrelli hanno duramente contestato l’acquisizione di quelle dichiarazioni rilasciate senza il suo avvocato dall’imputato, riportate durante l’udienza di ieri da un carabiniere del nucleo investigativo di Viterbo sentito come teste. Ma per la presidente Maria Rosaria Covelli, e i difensori di parte civile Giovanni Bartoletti, Corrado Cocchi e Francesco Bergamini, non essendo in quel momento Sassara ancora formalmente indagato, nulla osta a che entrino nel processo. 

“Di fatto non si tratta comunque di una confessione, come si è cercato di farle passare, visto che il nostro assistito, cercato per ore, quando è giunto in caserma portato dai carabinieri sapeva già che il cognato era stato trovato morto”, hanno fatto notare Scalabrelli e Mazzatosta.


“Una macchia di sangue sul portachiavi dello scooter”

In aula anche un maresciallo del Ris di Roma, che ha parlato dei rilievi del 7 settembre 2016 sull’auto e lo scooter dell’imputato e nel capannone della vittima e di quelli sul trattore di Sassara del 20 febbraio 2017.  “Non cercavamo un profilo biologico, ma tracce tipo saliva o sangue”, ha premesso, interrogato sul sopralluogo. 

Sul portachiavi dello scooter del presunto omicida sarebbe stata trovata una traccia di colore “rossastro” compatibile col sangue.

“E’ risultata positiva al combur-test fatto sul posto, che però dà solo un risultato orientativo, non confermativo. In pratica ci dice che c’è una molecola riconducibile al sangue. Ma solo il test per l’emoglobina ci avrebbe potuto dire sul posto se si trattava di sangue, senza dire comunque ‘che sangue’. Per cui abbiamo inviato il tutto al laboratorio della scientifica di Roma per le analisi”, ha spiegato. 


“Cercavamo tracce di investimento, abbiamo trovato fibre sotto il trattore”

Nient’altro, durante le due ispezioni a cinque mesi di distanza l’una dall’altra, sarebbe stato repertato come potenzialmente utile alle indagini, a parte dei “filamenti” sotto il trattore.

“Cercavamo sangue o fibre di un ipotetico investimento. Abbiamo rinvenuto esclusivamente dei ‘filamenti’, tipo fibre di tessuto o animali, che abbiamo inviato al laboratorio”, ha concluso, ricordando però alla corte d’assise presieduta da Maria Rosaria Covelli che nell’immediatezza i colleghi avevano posto sotto sequestro la sospetta arma del delitto, ovvero un grosso sasso a forma di tegola. 


Saltate le traduzioni dei soliloqui in martano stretto

Non sono stati sentiti i periti trascrittori dei presunti monologhi autoaccusatori in dialetto martano stretto dell’imputato, che avrebbe avuto l’abitudine di parlare da solo per ore intere, in macchina e anche a casa. La consulente nominata dalla corte d’assise Vilma Usai e il traduttore dal martano Danilo Piovani hanno chiesto tempi più lunghi e saranno sentiti il prossimo 16 dicembre. 


Sarà propiettato su maxischermo il film della scena del delitto

Il 25 novembre, nel frattempo, saranno sentiti il figlio e la vedova della vittima, Mario Gianlorenzo e Impera Sassara, che sono anche nipote e sorella dell’imputato. Per l’occasione i difensori delle parti civile hanno preannunciato la richiesta di allestire in aula un maxischermo per la proiezione di un filmato dei luoghi dl delitto e di fotto scattate sulla scena.

Silvana Cortignani


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12 novembre, 2019

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