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Operazione Drago - Una sceneggiata studiata a tavolino con un gruppo di bodyguard - Era il 28 maggio 2012 quando finirono in manette in quaranta

“Mi hanno puntato una pistola alla testa”, ma per l’accusa era una farsa

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Gli arrestati dell'operazione Drago

Gli arrestati dell’operazione Drago

La Bmw crivellata da una decina di colpi d'arma da fuoco

La Bmw crivellata da una decina di colpi d’arma da fuoco

La droga

La droga sequestrata

I proiettili

I proiettili

Viterbo – (sil.co.) – “Mi hanno messo una pistola in bocca”, ma per l’accusa era una farsa. Una sceneggiata studiata a tavolino con un gruppo di muscolose bodyguard, che di secondo lavoro facevano il recupero crediti, per beffare un imprenditore umbro che avrebbe tentato di estorcergli 200mila euro. Protagonista un imprenditore del litorale viterbese, vittima di una tentata estorsione e “aguzzino” a sua volta. A detta sua per salvare capra e cavoli.

Sono finiti tutti a processo, tra gli undici imputati tuttora davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, nell’ambito di uno dei filoni scaturiti dalla maxinchiesta “Drago”, sfociata il 28 maggio 2012 in un blitz epocale il cui bilancio fu di quaranta arresti. Sono accusati, a vario titolo, di usura, rapina, estorsione, violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione.

Tra gli imputati Michel e Django Barberio. E’ dalla Bmw dei due fratelli, crivellata di colpi di arma da fuoco una notte di gennaio a Soriano nel Cimino, che hanno preso il via le indagini nel 2011. Al centro delle indagini macchine potenti, sparatorie nel cuore della notte, donne costrette a fare la vita, banditi gonfi di anabolizzanti per apparire più minacciosi, estorsioni ai commercianti per comprare droga da spacciare in discoteca.

Ieri la regina di tutte le udienze, nel corso della quale, per recuperare il tempo perduto, sono stati ascoltati una sfilza di testimoni e due degli imputati, tra i quali l’imprenditore di Montalto di Castro specializzato in casette di legno.

Quest’ultimo, che è anche parte civile, sarebbe stato vittima, all’inizio del 2011, di un imprenditore perugino, anche lui imputato, cui avrebbe venduto per 250mila euro una falegnameria nel capoluogo umbro.


“Vittima di una trappola in un bar di Tuscania”

“Gli ho ceduto un ramo d’azienda, per il quale mi ha pagato subito 200mila euro, riservandosi di darmi successivamente i rimanenti 50mila euro. Ma al momento del pagamento mi ha teso una trappola, in un bar di Tuscania, presentandosi con delle guardie del corpo grandi e grosse che facevano il recupero crediti e chiedendomi di ridargli i 200mila euro perché non lo avevo aiutato nella fase di avviamento. Poi ho scoperto che in realtà si era già rivenduto la falegnameria”, ha spiegato l’imputato.

L’imprenditore avrebbe cercato di convincere gli addetti al recupero crediti che non c’era nessun credito da recuperare, ma loro, con le buone e con le cattive, lo avrebbero obbligato a consegnare loro delle cambiali false: “Per illudere il perugino che avrebbe ripreso i soldi e ottenere così il  loro 30 per cento di provvigione e il lavoro che gli era stato promesso in cambio del recupero, senza che io dovessi sborsare denaro”.


“Mi hanno puntato una pistola alla testa”

Tra le “cattive” ci sarebbe stato un incontro a Perugia con gli addetti al recupero crediti a casa dell’imprenditore. “Quando sono entrato hanno scarrellato una pistola, poi a un certo punto, mentre stavamo discutendo della somma che rivoleva indietro, mi hanno buttato sul divano, coperto la faccia con un cuscino e puntato una pistola alla testa. Dopo questo episodio ho consegnato loro le cambiali false che mi avevano chiesto. Sono stati contenti, dice che hanno conseguito un profitto per una cifra esagerata e anche un viaggio premio in Bulgaria”, ha concluso.


“Sei stato bravo, hai recitato bene”

Al termine dell’esame dell’imputato, il pm D’Arma ha sollevato diversi dubbi sulla ricostruzione in particolare dell’episodio della pistola. “Un gioco in danno dell’imprenditore umbro, l’aspettativa era quella di fregarlo”, ha detto il pubblico ministero, citando una intercettazione da cui emergerebbe l’accordo a reggere il gioco agli addetti alla riscossione. E poi un’altra, in cui gli viene detto: “Sei stato bravo, hai recitato bene”.

Gli ha quindi chiesto perché non avesse chiamato polizia o carabinieri. “Ho subito le circostanze, pensando che ne sarei uscito indenne, infatti ci ho rimesso pochissimi soldi. I carabinieri poi stavano indagando, l’ho capito il giorno della trappola a Tuscania, perché c’erano anche loro, in borghese, e ci hanno identificati tutti. Uno mi ha anche detto ‘ti stanno chiedendo soldi’. Allora ho pensato di cavarmela da solo”, la risposta. 

Si torna in aula il 18 febbraio 2020.

 


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27 novembre, 2019

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