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Italian Film Festival Berlin - Lo sceneggiatore Filippo Gravino svela i retroscena del film “Il primo re” - La pellicola girata quasi interamente nel Viterbese

“Il nostro modello è stato “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti”

di Valeria Conticiani

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Lo sceneggiatore Filippo Gravino

Lo sceneggiatore Filippo Gravino

Lo sceneggiatore Filippo Gravino

Lo sceneggiatore Filippo Gravino

Berlino –”Il nostro modello è stato “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti”. Filippo Gravino svela uno dei segreti del suo film. Il brillante sceneggiatore campano del film “Il primo re” e anche di moltissime serie tv, compresa Gomorra, in occasione dell’Italian Film Festival di Mauro Morucci a Berlino, si confessa.

Nel terzo giorno del festival italiano nella capitale tedesca, è stato presentato infatti “L’ultimo re”, un capolavoro tutto italiano sulla storia della fondazione di Roma e sul legame forte e bellicoso tra i due fratelli Romolo e Remo. Un film interamente e coraggiosamente recitato totalmente in lingua protolatina.

Come è nata l’idea di questo film?
“Dopo le conclusioni del film “Veloce come il vento” – racconta lo sceneggiatore campano Filippo Gravino -, con il regista Matteo Rovere, ci siamo chiesti quale potesse essere un passaggio nuovo. Passando per idee poco probabili siamo arrivati a quella sulla fondazione di Roma. Che è un mito e come tutti i miti non si tratta dunque di storia. Prendendo riferimenti e studiando testi di Plutarco, piuttosto che Tito Livio, i testi più importanti, abbiamo disegnato una nostra versione del mito. Arrivando a pensare a un modello nuovo di mito e di modo in cui narrarlo“.

Quanto è importante nella trama il rapporto tra i gemelli Romolo e Remo?
“Il rapporto tra i due gemelli – spiega Gravino – Romolo (interpretato da Alessio Lapice) e Remo (interpretato da Alessandro Borghese), è sicuramente il cuore fondativo del film. Importante è stato per noi mantenere l’idea molto spettacolare dell’immagine di una storia italiana attraverso una lente che desse accento al sapore e alla vivacità dei toni di una guerra. Cercando di evidenziare le atmosfere che potessero meglio raccontarla. E farlo in modo innovativo era la nostra esigenza. Questo è stato molto complesso e faticoso. La complicazione di descrivere il divino, altro centro nevralgico del film, ha avuto un ruolo importante. Per l’immagine che volevamo dare di questo rapporto tra fratelli, devo dire che dopo aver visto vari film di costume, il nostro vero modello è stato “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti”.

Il film è stato girato nel Lazio e principalmente nel viterbese.
“Si, il film è stato interamente girato nel Lazio – spiega lo sceneggiatore -, tra Manziana, Nettuno e il Bosco del foglino ma in buonissima parte a Viterbo, o meglio nelle campagne del Viterbese e della Tuscia. Luoghi molto idonei alle ambientazioni delle nostre riprese. La ricerca di luoghi quanto più naturali, lungo il corso del Tevere ci ha portati fino alla Tuscia. Dove abbiamo potuto trovare posti quanto più distanti dalla civiltà. Questa esigenza è nata dal fatto che comunque il film è ambientato nell’800 a.C. Tempi in cui non esistevano dei centri sviluppati. Dunque sono stati perfetti per noi i luoghi boschivi attorno a Viterbo. Una terra ideale per l’ambientazione delle nostre riprese”.

Le riprese del film da dieci settimane sono arrivate a durarne tredici. 
“Si dunque, il lavoro delle riprese è iniziato nel mese di settembre 2017. E andando incontro all’inverno e girando tutto totalmente in esterna, è stato molto faticoso, fisicamente e mentalmente. Con le intemperie e il freddo. Il maltempo e i disagi dovuti a queste condizioni estreme, diciamo cosi – racconta lo sceneggiatore – hanno prolungato i tempi delle riprese. Gli attori, tutti tostissimi, Alessandro Borghese, nel ruolo di Remo, Alessio Lapice, nel ruolo di Romolo e anche Tania Carriba, nel ruolo della vestale, donna tostissima non meno dei protagonisti al maschile, sono stati tutti davvero generosissimi. Hanno lavorato in condizioni al limite della sopravvivenza. Semi nudi. Infangati. Sudici. Sono persino andati a dormire spesso le sere, a fine riprese, senza farsi la doccia, proprio per non perdere quell’aspetto selvaggio e combattivo, autentico al massimo per poter entrare meglio nel ruolo che li apparteneva. E, inoltre, tra le tante fatiche, anche quella di recitare in lingua protolatina. Insomma un duro lavoro davvero”.

La critica vi ha definiti coraggiosi e giovani innovativi. La scelta del protolatino in effetti è stata a dir poco audace, da dove nasce?
“L’idea è nata insieme al regista Matteo Rovere. E devo dire che è soprattutto grazie al suo coraggio che è stata portata a termine fino alla fine. Volevamo azzardare questo linguaggio perché in realtà non ci sono fonti letterarie di quel periodo storico. Non si sa che lingua si parlasse nel Lazio in quel tempo. Si hanno testimonianze che l’osco e l’etrusco fossero le lingue dell’epoca. Per questo motivo abbiamo ingaggiato alcuni studiosi di semiologia dell’Università “La Sapienza” che, partendo da quelle due lingue, costruissero una lingua ad hoc idonea per questo lavoro. Lingua che poi abbiamo definito come protolatino. Un linguaggio nato studiando e arrivando ad una ipotizzazione di quella che poteva essere una lingua parlata dell’epoca. Le traduzioni che ci sono state fornite dagli studiosi hanno restituito, diciamo così – spiega Gravino – linguaggi differenti per timbri. E tra tutti questi noi abbiamo scelto quello con i toni più duri. Che sapesse di qualcosa di nordico. In linea con lo stile barbarico delle scene. Qualcosa che esprimesse la brutalità di quelle guerre e di quelle vite”.

Cosa le trasmette Berlino?
“Berlino è il luogo d’elezione – commenta estasiato Filippo Gravino -. Una città che si avvicina alla creatività e che trasmette la possibilità di essere creativi. Un luogo che alimenta l’ispirazione. Perché tutto quello che riguarda la vita e la cultura funziona così bene che ti dà la sensazione che ti liberi dai problemi del quotidiano. Lasciandoti spaziare con la mente. Senza gli inutili affaticamenti che invece gravano su tutti noi nel nostro paese, la bella Italia. Io vivo a Roma e la differenza è abissale ahimè. Ma forse adoperandoci ad impegnarsi di più per superare le nostre fatiche, alla fine ci ingegniamo per arrivare a qualcosa di più profondo, chissà… È incredibile che in questo momento noi, nella regia italiana, abbiamo davvero raggiunto tutto. Abbiamo il fior fiore dei registi. Di grande varietà. Arrivando a toccare qualsiasi tema, con opere differenti e con veri professionisti del settore di tutte le età. Eppure questo non basta ancora. Stentiamo ancora a trovare il nostro pubblico”.

Prossime idee nel cassetto?
“A breve finiamo di girare serie per Sky, sulla fondazione di Roma ma non sulla storia del film “Il primo re” – rivela infine Gravino -. La serie andrà in tv per fine 2020. Poi, dopo questi ultimi anni interamente spesi a impegnarci la testa, ad assorbirci completamente su questi temi storici e mitologici, fieri ma anche un po’ stanchi di questo lavoro così capillare e faticoso, adesso ho bisogno di cambiare un attimo argomento. E così la mia narratività prenderà un’altra piega. Volgendo a temi molto più personali. Che trattino di vita comune. Di cui non dico nulla ora ma che di certo saranno per la tv”.

Valeria Conticiani


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16 novembre, 2019

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