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Viterbo - Il monumento si sta sfaldando nell'indifferenza della giunta Arena e del consiglio comunale, compresi pezzi di opposizione

Il Palazzo Papale fu sede pontificia per un ventennio, ma da subito si mostrò fragile e a rischio crolli…

di Silvio Cappelli - Carlo Galeotti

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Una vecchia immagine del palazzo Papale

Una vecchia immagine del palazzo Papale

Viterbo – (c.g.) – Il Palazzo Papale, crocevia di storia della chiesa e dell’occidente, si sta sfaldando. Il tutto mentre l’amministrazione Arena appare del tutto indifferente, tanto da bocciare un primo segnale politico che poteva essere inviato alla città e a chi deve intervenire.

Il consiglio ha, infatti, bocciato un emendamento, a prima firma Alvaro Ricci, per uno stanziamento di 25mila euro in contributi per contrastare lo sfaldamento del monumento simbolo di Viterbo. Bocciatura con diciassette voti contrari, un’astensione e 5 favorevoli, tutti della minoranza: Alvaro Ricci (Pd), Francesco Serra (Viterbo dei cittadini), Lina Delle Monache (Obiettivo comune), Giacomo Barelli (Forza Civica), Massimo Erbetti (M5s). Non presenti, al momento del voto, Chiara Frontini (Viterbo 2020) e Luisa Ciambella (Pd). Quando si dice il menefreghismo.

Questo consiglio – a gestione familiare, infarcito di dilettanti della politica, di personaggi all’oscuro delle tradizioni cittadine e della storia della città – se ne frega altissimamente e ampiamente del monumento più importante e rappresentativo di Viterbo. Non se ne può non prendere atto.

Ma da chi ogni giorno lavora contro la città e contro il suo centro storico, che cosa ci si poteva aspettare? Nulla. Se non baldacchini luminosi posizionati a sfregio sopra i monumenti della città. Per fare il punto della situazione. Per far capire di cosa stiamo parlando – il Palazzo Papale – abbiamo chiesto a Silvio Cappelli di fare una sintetica analisi del monumento che è stato il centro della storia della chiesa per almeno un ventennio. 

Carlo Galeotti


 –  Che ce frega della loggia di Palazzo dei Papi… di Giuseppe Ferlicca


– Il Palazzo Papale fu sede pontificia per quasi un ventennio, ma da subito si mostrò fragile e a rischio crolli…

La sede pontificia di Viterbo fu voluta da papa Alessandro IV, che nel 1257 decise di rifugiarsi a Viterbo, e dal capitano del popolo Raniero Gatti che fu “l’ispiratore, l’esecutore, l’anima” della costruzione del nuovo “palazzo pontificale”. Le sue “armi gentilizie”, infatti, sono scolpite sul fronte dell’edificio e un’epigrafe di “sei versi leonini”, sopra l’arco della grande porta, ci tramanda il suo nome e ci dice che la costruzione fu conclusa nel 1266.

Nell’anno successivo Andrea di Beraldo Gatti, subentrato a Raniero come capitano del popolo, impegnò molte delle proprie energie per realizzare il bellissimo loggiato e la grandiosa scalinata del palazzo. Un’altra epigrafe di “otto leonini” rammenta ai viterbesi quanto questi dovevano essere riconoscenti alla generosa famiglia dei Gatti.

Un gioiello dell’architettura medioevale formato da un “doppio ordine di otto colonnine, dalle quali spiccano altrettanti archetti, leggiadramente intrecciantisi tra loro ad archi tondi e acuti” dove su questi “incombe un’arditissima trabeazione”.

Un grandissimo peso, dunque, gravante tutto sulle arcate dei “portichetti” sottostanti, insieme alla spinta del tetto interno, poggiato interamente sugli attici, con l’esiguità delle sedici colonnine caricate in modo troppo sproporzionato rispetto alla loro resistenza.

Che la Loggia del Palazzo Papale era una struttura fragile e delicata si scoprì quasi subito. 

Agli inizi del XIV secolo, infatti, papa Giovanni XXII con una sua Bolla da Avignone del 13 agosto 1325 ordinava al comune di Viterbo “che si provvedesse al restauro, sinora negletto, della nostra Loggia Viterbese; temendosi il grave danno che deriverebbe a Noi ed alla Chiesa Romana dalla sua caduta, che si dice imminente”. 

Purtroppo, pochissimo tempo dopo l’allarme lanciato dal papa, il prospetto situato verso nord crollò nella sottostante via San Clemente. E per non far crollare anche il prospetto che si affacciava sulla piazza San Lorenzo non si seppe far meglio di riempire “di un muro posticcio i vani tra le colonne e dentro gli archi, deturpandone così la parte più gentile”.

Nei secoli successivi, in particolare nella seconda metà del XV secolo, il palazzo e la loggia subirono numerosi interventi barbari che ne danneggiarono, nascosero e snaturarono, in gran parte e con diversi interventi di sovrapposizione, l’iconografia di questo importante monumento.

Un complesso monumentale storico, questo del colle del duomo, che dal 1261 per circa venti anni fu sede pontificia dove, tra le altre cose, si tenevano i conclavi, e fu anche teatro di straordinari avvenimenti a livello internazionale, con visite di re e convegni di luminari della Chiesa. Qui furono pensate, scritte le bolle che portavano in tutto il mondo la parola del papa, dispensando benefici, indulgenze, privilegi, comminando censure, penitenze, anatemi e scomuniche.

Dopo il decadimento la Loggia del Palazzo Papale rimase così, chiusa con la muratura e deturpata, fino al 1903 quando, su proposta dello storico Cesare Pinzi in qualità di ispettore dei monumenti della città di Viterbo, il ministero della Pubblica Istruzione la restaurò a sue spese affidandone l’esecuzione al Regio ufficio regionale di Roma. Diresse i lavori l’architetto Giulio De Angelis con le parti in peperino rovinate o mancanti che furono eseguite a regola d’arte da Giovanni Nottola, eccellente artigiano presidente della Cooperativa scalpellini viterbesi, con perfetta imitazione della tecnica antica.

Le colonnine furono liberate completamente dal carico che sostenevano, inserendo e nascondendo all’interno della trabeazione una trave di ferro sostenuta, a sua volta, da una trave di cemento armato lunga 12,15 metri, alta 1,20 metri e larga 25 centimetri. Fu smontata tutta la parte superiore della loggia, “asportando e numerando i conci e le pietre dell’intera trabeazione ad una ad una; e non appena la ditta G. Gabellini di Roma ebbe compiuta la costruzione della trave di cemento armato, tutti i conci, le pietre e le sculture tornarono con scrupolosa regolarità al loro posto primitivo, allacciati e sostenuti dalla trave interposta, e col paramento interno ed esterno della trabeazione esattamente rinnacciato ed assicurato con grappe, perni di rame e colature di cemento, rifacendo accuratamente in peperino tutte le parti decorative deperite e mancanti”.

Il restauro della loggia terminò il 30 agosto 1904, con una spesa di parecchie migliaia di lire tutte a carico del ministero della Pubblica istruzione.

“I cimeli dell’arte medioevale viterbese, da tutti ammirati nella loro espressione estetica – scrisse Cesare Pinzi nel 1910 relativamente alla Loggia del palazzo papale – da pochi ben compresi nelle loro relazioni stilistiche coi monumenti delle vicine regioni, offrono vari problemi di genesi artistica, che non possono esser chiariti o risolti se non coi dati della storia locale”.

Silvio Cappelli


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29 novembre, 2019

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