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Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza - L'intervento di Antonio Tabacchi, padre di Silvia, la ragazza vittima del femminicidio-suicidio di Orte

“A Silvia, i ragazzi hanno cristallizzato emozioni con cui è difficile confrontarsi”

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Antonio Tabacchi

Antonio Tabacchi

Viterbo – Pubblichiamo l’intervento di Antonio Tabacchi, padre di Silvia, la ragazza vittima del femminicidio-suicidio che ha avuto luogo a Orte a marzo 2017. Le sue parole durante il concorso letterario “A Silvia”

– E’ una grande soddisfazione per me, e immagino lo sarà per tutti quelli che potranno leggere gli elaborati dei ragazzi che hanno partecipato al concorso “a Silvia”, constatare cosa essi hanno saputo produrre, sia quando, in forma di poesia, sono riusciti a cristallizzare emozioni con le quali è anche difficile confrontarsi (ad esempio, la mancanza, il dolore, l’amore, il ricordo), senza mai arretrare ma andando invece in profondità nel confronto, sia quando, nella forma del racconto, sono riusciti a calarsi con naturalezza e senza retorica in personaggi mai banali, così naturali che sembrano aver preso in ostaggio il narratore.

Ne cito qualcuno, come esempio: una madre che teneramente, fino alla morte, protegge il suo bambino dalla violenza del padre;
una donna che prima finisce per assuefarsi alla violenza del suo uomo e poi grazie alla sua anima più intima, che non ci sta, riesce a ribellarsi; una ragazza che, inconsapevole del destino che l’attende, scrive il diario del suo amore tormentato, fino a pochi minuti prima di essere uccisa dal fidanzato; un ragazzo che attraverso l’esperienza dantesca, con tanto di Sommo Poeta apparso in sogno, trova l’ispirazione per cambiare rotta e provare a cambiare il mondo.

Io spero che i ragazzi continuino così, cimentandosi anche quest’anno e in quelli a venire con l’espressione artistica, affiancata da uno studio adeguato della letteratura e delle materie umanistiche.

Dobbiamo evitare contrapposizioni inutili tra materie scientifiche e materie umanistiche. Io penso che i ragazzi vanno possibilmente orientati verso indirizzi universitari tecnico-scientifici perché scienza e innovazione tecnologica sono gli strumenti indispensabili per affrontare le sfide del futuro, ma ci sarà un motivo se nelle migliori università degli Stati Uniti e perfino della super tecnologica Singapore si può prendere la laurea in Ingegneria e contemporaneamente studiare Kant e Shakespeare.

Le migliori università preparano gli studenti su due piani distinti: a una carriera, ma anche per la cittadinanza e per la vita.

Dobbiamo cercare di non essere manichei, anche se facciamo fatica a vedere la complementarietà, quando c’è nelle cose; vediamo invece sempre ogni cosa in opposizione con qualcos’altro, vediamo sempre un aut aut, ci manca elasticità, flessibilità. E’ la nostra mente che funziona così, abituata da millenni di storia segnata da contrapposizioni di ogni tipo, teologiche, religiose, filosofiche, politiche, nazionali, di campanile. Se vedi sempre tutto opposto a tutto non solo non vedi le complementarietà, non vedi neanche le contrapposizioni vere, i bivi dove è indispensabile scegliere la strada giusta.

Materie tecnico-scientifiche e umanistiche non sono in opposizione. La letteratura e le arti plasmano la mente alimentando il pensiero critico e la capacità di creatività e innovazione, che sono indispensabili a trovare il senso delle cose in un mondo in continuo cambiamento, così come le scienze e la tecnica sono indispensabili per trovare le soluzioni ai problemi più grandi che la società si trova oggi di fronte.

Io questo vorrei farlo capire meglio possibile, anche con la mia personale testimonianza, che non è significativa né rappresentativa; è una testimonianza, può essere utile o non esserlo, niente di più.

Io da ragazzo ho studiato a fondo la letteratura, mi ha appassionato; ho studiato a fondo e amato la Divina Commedia e Leopardi, poi Shakespeare e Borges, per citare i più famosi. Dopo la morte di Calvino, del quale non avevo mai letto nulla, ho avuto la fortuna di leggere le “Lezioni Americane”; mi sono sembrate così straordinarie che per qualche anno ho continuato a rileggerle, per almeno altre quattro volte e ogni volta ci scoprivo qualcosa di nuovo.

Poi, a meno di 40 anni ho praticamente smesso di leggere testi letterari per mancanza di tempo, nel senso che nelle giornate più tranquille lavoravo 10 ore al giorno, in quelle più intense anche 12-14 ore. Per il lavoro, per la carriera, avevo dovuto ovviamente studiare altre cose, senza le quali non avrei potuto avere responsabilità dirigenziali nel campo dell’organizzazione, che è l’area di cui mi sono prevalentemente occupato negli ultimi 30 anni della mia attività lavorativa.

Per quanto riguarda gli studi letterari che ho fatto da giovane dico che non sarei quello che sono se non li avessi fatti, non avrei avuto lo stesso approccio nell’attività lavorativa, probabilmente non avrei avuto lo stesso successo.

Eppure la letteratura la studi, ti appassiona, ti entra dentro e poi te la scordi. In effetti, non devi ricordartela perché è in te, ti appartiene, ha lasciato segni profondi nella tua mente e può aiutarti in tutte le dimensioni della vita.

Due esempi.

Il primo riguarda le “Lezioni Americane” di Calvino.

Nelle cinque lezioni (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità) contenute nel libro, incredibilmente attuale nel tempo di internet e dei nuovi media, c’è una lezione trasversale che le attraversa tutte: saper “vedere” la complementarietà, quando c’è, tra le cose, come dicevo prima e come fa in queste lezioni Calvino, che non a caso amava il paradosso latino “Festina lente”, perché non è detto che rapidità e lentezza siano poi due cose sempre in opposizione. Complementarietà che è costitutiva anche del rapporto fra due persone che si amano e che proprio perché diverse si completano.

Nella lezione sulla Rapidità c’è un bell’esempio di complementarietà, ma ce ne sono molti altri nel libro; qui Calvino prima contrappone Mercurio, dio delle connessioni, messaggero che vola nei cieli, rappresentante della rapidità, a Vulcano, fabbro che fonde l’oro e produce splendidi gioielli rintanato nelle viscere della terra, rappresentante della focalizzazione, per svelarci poi che già nel mito originario rapidità e focalizzazione erano intimamente connesse, perché Mercurio portava agli Dei i gioielli che Vulcano creava; dunque Mercurio senza Vulcano si sarebbe presentato agli dei a mani vuote e Vulcano senza Mercurio non avrebbe potuto recapitare agli Dei i suoi gioielli.

Essi erano complementari, perché la rapidità è un veicolo vuoto se non reca un contenuto prezioso e il contenuto più prezioso è sterile se non si manifesta ed entra in relazione con quelli a cui può servire nel momento opportuno.

Mi ha aiutato molto sul lavoro saper individuare i punti di incontro tra posizioni che potevano sembrare apparentemente opposte e magari i percorsi da seguire per rendere le due posizioni compatibili. E se è vero che sul lavoro la velocità conta, è altrettanto importante avere il senso del ritmo, fare la cosa giusta nel momento giusto, né prima né dopo. Senza queste abilità, non avrei mai potuto fare il Responsabile di Organizzazione, nelle aziende dove ho lavorato. Sono riconoscente a Calvino che mi ha insegnato questo, anche se non ricordo più le “Lezioni Americane”.

Il secondo esempio è Shakespeare. Studiare le grandi tragedie di Shakespeare è un’esperienza decisiva per la vita e per la cittadinanza. Poi te le scordi, ma ti segnano per sempre. Shakespeare aveva un’abilità fulminante di penetrare l’essenza delle cose; in più ha avuto un punto di osservazione privilegiato sul mondo moderno.

Ha visto il morire del vecchio mondo feudale dell’aristocrazia e il nascere del nuovo mondo della borghesia mercantile. Ha visto le contraddizioni e i mali del nuovo mondo con occhi che noi non possiamo avere. E’ per questo tremendamente contemporaneo; molti registi hanno adattato le sue opere a epoche diverse, anche all’oggi, e quelle opere svelano sempre la loro modernità.

Se volete capire il mondo moderno lasciate per un po’ perdere i social e leggete le tragedie di Shakespeare, tra le quali non deve mancare il Re Lear.

Amleto, Otello, Macbeth, Re Lear, sono opere politiche, al centro è sempre l’ambizione sfrenata per il potere, la finzione, la manipolazione, l’inganno con cui l’impostore ha sempre buon gioco sulle sue vittime. L’artificio è l’arma, lo strumento principale di chi brama il potere. Nessun personaggio è in grado di resistere all’inganno: Iago con artifici e finzioni inganna Otello e lo porta alla rovina; lo zio di Amleto inganna suo fratello, padre di Amleto, e gli usurpa il trono e la moglie. Macbeth inganna e uccide il Re usurpandone il trono, ma è a sua volta ingannato dalle streghe.

Nel Re Lear l’uso della finzione raggiunge l’apice: le figlie di Lear, tranne Cordelia, ingannano il padre che cede loro il trono. Poi, privato dalle figlie della sua scorta e di ogni residua dignità, Lear resta con solo la compagnia del giullare fuori dal castello, in mezzo a una sconvolgente tempesta. Edmund, il più mefistofelico dei personaggi shakespeariani, inganna suo padre, Gloucester, consigliere del Re, e inganna il suo stesso fratello, Edgard, li mette l’uno contro l’altro, costringe Edgard a lasciare il castello e dà ordine alle guardie di ucciderlo; strappa gli occhi al padre e lo caccia dal castello; anche lui si ritroverà come Lear in balia della tempesta.

Edgard non fugge però, per potersi prendere cura del padre e di un regno che sta andando in rovina, e si traveste da mendicante, ultimo degli ultimi, per non essere riconosciuto e ucciso, anche lui fuori dalle mura del castello, travolto dalla tempesta.

Come vedete, la devastazione è totale, assistiamo al capovolgimento di ogni principio di civiltà, di ogni valore. La scena è dominata da Edmond e le figlie di Lear, lupi affamati di potere che usano l’inganno e la finzione come armi, e sono armi micidiali, alle quali non c’è scampo. Pensate a come si sentisse sicuro il pubblico di Shakespeare, che non era composto da uomini di corte ma dal popolo (il suo era un teatro popolare) a sapere che perfino i più grandi, il grande generale Otello, osannato dalla nobiltà veneziana, i re, i consiglieri del re, non erano in grado di resistere all’inganno, non erano in grado di smascherarlo e ne restavano vittime. Questo è il nuovo mondo, dice al suo pubblico Shakespeare, e non è per niente rassicurante.

Oggi la manipolazione è più sofisticata, si avvale di molti mezzi e molte risorse, il suo uso da parte di chi punta al potere come fine in sé può essere sistematico e pianificato, e per frenarla occorrono contrappesi istituzionali, occorre un giornalismo indipendente che non sia gregario del potere. Altrimenti la nostra democrazia è a rischio, troppo debole per resistere. Un resoconto delle efferatezze che ancora oggi vengono commesse nel mondo per il potere è ben descritto nel libro dello storico inglese Donald Sassoon, “Sintomi morbosi. Nella storia di ieri i segnali della crisi di oggi”.

Se hai studiato Shakespeare queste cose le sai, sei vaccinato per sempre contro gli inganni del potere. Ma nonostante il pessimismo, Shakespeare non ha mai rinunciato a cercare una via di salvezza, a chiedersi cosa occorre per fronteggiare questo mondo nuovo.

Nel Re Lear, all’apice della devastazione e del sovvertimento totale di ogni ordine morale, questa via di salvezza si apre e lo fa attraverso un personaggio straordinario, vero uomo nuovo nell’opera shakespeariana, Edgard.

Dopo essere stato ingannato dal fratello Edmund, perseguitato e travestitosi nel più miserabile degli uomini per non essere riconosciuto, in mezzo alla tempesta più famosa della storia della letteratura, Edgard si trova in un rifugio con le altre vittime dell’avidità umana, Re Lear ormai sull’orlo della follia col suo giullare al fianco e Gloucester, suo padre, senza più gli occhi strappatigli dall’altro figlio Edmund.

Edgard capisce tutto e capisce che deve salvare il padre dal suo proposito di suicidio (perché Gloucester ormai desidera solo la morte) e allora anche lui mette in atto una finzione, ma è una finzione per la salvezza, per aprire al padre quegli occhi che non ha più. Senza farsi riconoscere si offre di accompagnarlo dove la scogliera è più alta sopra il mare, che Gloucester non può vedere, lo fa buttare in realtà in un punto dove il dislivello è minimo e non può farsi male, poi recita la parte di un pescatore che lo raccoglie, gli dice che solo un angelo può averlo salvato cadendo da quell’altezza e che colui che lo aveva accompagnato sull’orlo del burrone era un mostro di fuoco, il demonio in persona che voleva la sua anima.

Così Gloucester capisce finalmente una verità dura, difficile da accettare, che nella vita devi portare il tuo fardello fino alla fine, che la maturità è tutto, la capacità di vedere nitidamente le cose. Quando Gloucester aveva gli occhi non vedeva, ha dovuto perderli per vedere chiaro.

E’ questa l’unica possibilità, l’unica salvezza, senza scorciatoie, che ci indica Shakespeare; e quando Gloucester dice: “la maturità è tutto”, è come se stesse trovando in quel momento la risposta al dramma di Otello, di Amleto, di Macbeth e di Lear messi insieme. Lo dice al suo pubblico Shakespeare; l’inganno, la manipolazione ci degradano al livello più basso della nostra natura, occorre la responsabilità di Edgard e la maturità, non c’è altra via di scampo, responsabilità e maturità in tutte le dimensioni della vita, in quella personale e in quella civile.

Puoi dimenticare i dettagli e le trame delle tragedie di Shakespeare ma tutto questo, rappresentato con una tale intensità, ti rimane dentro per sempre e può aiutarti nel cammino, come uomo o donna e come cittadino.

Spero che i nostri giovani proseguano nel cimentarsi con l’espressione artistica e continuino a sperimentare, imitati da altri con una partecipazione sempre maggiore, e inoltre che studino con passione i grandi tesori della nostra cultura, per loro stessi e per tutti noi.

Concludo con le parole di Martha Nussbaum, che ha spiegato la funzione delle lettere e delle arti nell’educazione e nello sviluppo di una società migliore, scritte alla fine di uno dei suoi libri su questo tema, “Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”: “Se l’autentico scontro di civiltà è, come io credo, uno scontro interno all’anima di ciascuno di noi, dove grettezza e narcisismo si misurano contro rispetto e amore, tutte le società contemporanee sono destinate a perdere a breve la battaglia, se continueranno ad alimentare le forze che inevitabilmente portano alla violenza e alla disumanità e se negheranno appoggio alle forze che educano alla cultura del rispetto e dell’uguaglianza. Se non insistiamo sul valore fondamentale delle lettere e delle arti, queste saranno accantonate perché non producono denaro. Ma esse servono a qualcosa di ben più prezioso, servono cioè a costruire un mondo degno di essere vissuto, con persone che siano in grado di vedere gli altri esseri umani come persone a tutto tondo, con pensieri e sentimenti propri che meritano rispetto e considerazione, e con nazioni che siano in grado di vincere la paura e il sospetto a favore del confronto simpatetico e improntato alla ragione”.

Antonio Tabacchi
Papà di Silvia


Chi vuole contribuire alla rubrica Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza può inviare un articolo al seguente indirizzo mail culturadelrispetto@tusciaweb.it, indicando i recapiti necessari per far contattare l’autore dalla redazione, che valuterà la pertinenza dei contributi stessi agli obiettivi del progetto e si riserva la facoltà di pubblicarli o meno, nonché di proporre all’autore eventuali modifiche formali per adeguarli agli standard del quotidiano.


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10 novembre, 2019

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