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Berlino - Intervista a Luigi Lo Cascio all’Italian Film Festival per “Il Traditore”

”Ho visto il film a Cannes e ha avuto un impatto fortissimo su di me…”

di Valeria Conticiani

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Italian Film Festival Berlin - Luigi Lo Cascio

Italian Film Festival Berlin – Luigi Lo Cascio

Italian Film Festival Berlin - Luigi Lo Cascio

Italian Film Festival Berlin – Luigi Lo Cascio

Italian Film Festival Berlin - Luigi Lo Cascio con Enrico Magrelli

Italian Film Festival Berlin – Luigi Lo Cascio con Enrico Magrelli

Italian Film Festival Berlin - Luigi Lo Cascio

Italian Film Festival Berlin – Luigi Lo Cascio

Italian Film Festival Berlin - Luigi Lo Cascio con Enrico Magrelli

Italian Film Festival Berlin – Luigi Lo Cascio con Enrico Magrelli

Berlino –  “L’unico felice dell’assenza di Bellocchio e Favino stasera sono io”, scherza Luigi Lo Cascio, in apertura della quarta serata dell’Italian Film Festival di Mauro Morucci a Berlino. Prima della proiezione del film italiano candidato agli Oscar 2020 come migliore film in lingua straniera, Il traditore.

La sala gremita del Kulturbrauerei, dopo un silenzio di oltre 135 minuti, la durata del film, è esplosa in un lungo applauso finale. Con quella luce negli occhi che, pure se tace è come se parlasse, Luigi Lo Cascio, ha commentato il lavoro cinematografico a cui ha preso parte lavorando al fianco di Pierfrancesco Favino, per la regia di Marco Bellocchio. L’attore siciliano, tra i migliori del panorama italiano, ha lavorato come attore non protagonista. Nella veste di Salvatore Contorno, “Totuccio”. E ha dichiarato: ”Quando l’ho visto a Cannes per la prima volta il film ha avuto un impatto fortissimo anche su di me”.

Interpretare il mafioso Salvatore Contorno, il più stretto amico del boss Buscetta, le ha fatto scoprire un qualche lato “positivo” di quel personaggio?
“Beh diciamo che positivo o bello non sarebbero le parole più indicate – replica l’attore siciliano -. Ma sicuramente direi che Totuccio è stato un uomo notevole. Notevole perché ostinato. Uno che non molla. Uno molto determinato. A tal punto che per come era prodigioso nell’osservare chirurgicamente i fatti attorno a lui, è riuscito a salvarsi la vita. Interpretandolo, di lui posso dire di aver notato la grandissima capacità di concentrazione. Lo studio preciso dei gesti. Nitido nell’osservazione. E nel controllo. Il controllo dappertutto. Senza fronzoli. La pulizia nei gesti. Facendo un paragone ed essendo io molto attratto da Bruce Lee, posso dire che mi ha fatto pensare a lui – ha raccontato sorridente Lo Cascio -. Nelle arti marziali infatti il controllo è tutto. Così è stato per Contorno. Per potersi salvare ha osservato tutto. Ha messo in serie dettagli che poteva non notare a prima vista. Si è preparato attentamente e tutto questo lo ha salvato. Salvando anche un bimbo che una volta era con lui in una situazione di pericolo. Dove lui, contemporaneamente a proteggere il piccolo, rispondeva al fuoco. Riuscendo, ancora una volta, a rimanere illeso. Una cosa incredibile”.

Qual è il suo rapporto con Marco Bellocchio e come è cambiato dal 2003 al 2019, dopo due importanti lavori cinematografici insieme?
“Mi piacerebbe che con lui prima o poi capitasse l’occasione di fare un film da protagonista – risponde sorridente l’attore Lo Cascio -. Perché se sei protagonista, il dialogo va al di là del set. Invece io, sia con “Il Traditore” (2019) che con “Buongiorno notte” (2003), con Bellocchio ho avuto un rapporto che si è concentrato soprattutto sul set, durante le riprese. Poi ci siamo anche incontrati fuori si. Siamo andati insieme a Bobbio per una premiazione. Le differenze dal 2003 ad oggi intanto sono che sono passati quindici anni per entrambi. Lui è una persona molto aperta. Non teme di far entrare nelle scene anche stimoli esterni che possano arrivare anche dagli attori. Questa volta, col fatto che la sua lingua non è il siciliano, ha dovuto affidarsi. Con anche una quota di inconsapevolezza linguistica. Chiedendo e affidandosi agli attori.

Ha comunque preteso che parlassimo il palermitano stretto. Cosa che per me è stata una grande gioia. Ma per la quale ci sono stati anche sottotitoli. E questa è stata una forte caratteristica. Il palermitano è un’altra forma di siciliano. Differente dagli altri dialetti siciliani. A volte incomprensibile anche tra siciliani, secondo di che zona sei. E questo fatto del palermitano, nel maxiprocesso dell’aula-bunker, ha fatto sì che tutto il mondo si dovesse confrontare con questa lingua. Perché oltre o più che un dialetto è proprio una lingua. Tutto il mondo, naturalmente, ha pensato di dover essere lì. Il peso di quelle parole non ha comunque minimamente condizionato l’idea di costringere a parlare italiano. Per il lavoro degli avvocati ci vollero infatti degli interpreti”.

Invece il legame con Favino come è?
“Con Pierfrancesco siamo stati compagni di studi in accademia – spiega Luigi Lo Cascio -. E da allora, era il ’92, dunque 27 anni fa, non avevamo mai recitato insieme. Ci siamo diplomati insieme e abbiamo fatto il saggio finale entrambi a Taormina. Per poi ritrovarci lì, ora per il Nastro d’argento. È stato bello dunque recitare con lui e ritrovarlo”.

Che dice di Berlino?
“Beh innanzitutto che sono molto felice di esserci. E che forse devo ringraziare l’assenza del regista e del protagonista principale. Questo mi ha permesso di essere qui – ha replicato l’attore -. La trovo una città interessante. Io vivo a Roma e la trovo comunque una città non respingente. Una buona via di mezzo tra nord e sud. E molto vicina al sud come approccio e mentalità. Non solo nel male naturalmente. Un posto che ancora mi fa sentire bene, comunque. Ha ancora una sua umanità. Perché si è liberi e infondo, al di là di quei modi un pò lascivi, ognuno si fa i fatti propri. Anche se devo dire che forse oggi Milano, che non è più quella chiusa e dura di un tempo, per la sua organizzazione e funzionalità potrebbe fare meglio al caso mio, che faccio anche parecchio teatro”.

Impegni prossimi o attuali?
“Ho scritto un romanzo – dice con fierezza Lo Cascio -. Si chiama “Ogni ricordo un fiore”. È uscito a settembre del 2018. Ed è la cosa più mia che potessi fare. Scrivere è una cosa molto personale. È la storia di un uomo che scrive ma non completa mai le cose che scrive. Inizia ben duecentotrenta romanzi per poi bloccarli alla prima frase. Poi un giorno su un treno da Palermo a Roma, durante un viaggio, tenta di mettere insieme le cose. E chiudere almeno un lavoro”.

Valeria Conticiani


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17 novembre, 2019

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