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Politica - Durissima critica contro il presidente Giuseppe Fioroni di Gianni Barbacetto, basata sull'ultimo libro di Sergio Flamigni, ex senatore Pci e tra i massimi esperti della vicenda che portò alla morte dello statista democristiano

Il Fatto quotidiano: “La commissione Moro ha nascosto la verità”

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Aldo Moro

Aldo Moro

Giuseppe Fioroni

Giuseppe Fioroni

Viterbo – (c.g.) – “La commissione Moro ha nascosto la verità”. Titolo. “Sergio Flamigni, nel suo ultimo libro, accusa Giuseppe Fioroni per come ha gestito l’indagine sul delitto del leader Dc: ‘Ha condotto i lavori in modo disordinato e autoritario, per non fare chiarezza’”. Sommario. “Depistaggio di stato”. Concettuale. Durissimo attacco, in un articolo di Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano di lunedì scorso, al presidente della commissione sul caso Moro, Fioroni. Una vera e propria requisitoria, quella di Barbacetto, basata sull’ultimo libro di Sergio Flamigni “Rapporto sul caso Moro”.  Una requisitoria che smonta il lavoro fatto dalla commissione. Pezzo a pezzo.

La commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro: “È riuscita a mantenere il delitto un enigma” e il suo presidente Fioroni: “Ha condotto i lavori in modo autocratico e disordinato” e “abusando della secretazione”. È il doppio duro giudizio di Flamigni, ex senatore del Pci che da anni indaga su P2, terrorismo e sul sequestro del presidente della Dc Moro.

Il libro di Flamigni offre il suo punto di vista sulla vicenda e non lesina critiche alla commissione presieduta da Fioroni.

Come riporta Il Fatto, l’ex parlamentare Pd avrebbe non solo guidato la commissione “in modo autocratico e disordinato… abusando della secretazione” ma avrebbe “lavorato quasi solo attorno all’agguato di via Fani, senza affrontare il nodo del 18 aprile, ossia la scoperta del covo di via Gradoli e il falso comunicato del Lago della Duchessa”.

Il risultato è stato di mantenere il delitto Moro un enigma ancora irrisolto.

La commissione, tuttavia, ha raccolto elementi che confermano come la verità di stato sul delitto Moro “confezionata dalla Dc di Francesco Cossiga insieme agli ex Br Morucci e Moretti e avallata dalla magistratura romana– riporta il Fatto Quotidiano – è una colossale menzogna”.

Flamigni segnala tre circostanze che smentiscono la versione. “Subito dopo la strage, la mattina del 16 marzo 1978, i terroristi delle Brigate Rosse si sono rifugiati con l’ostaggio in uno stabile in via Massimi 91, di proprietà dello Ior (la banca vaticana) su cui non è mai stato fatto alcun  approfondimento”. Diversamente dalla versione ufficiale: “Non ci sono mai stati trasbordi del rapito in piazza Madonna del Cenacolo; non c’è stata una tappa successiva nel sotterraneo Standa dei Colli portuensi; e non c’è stato l’approdo finale nel covo-prigione di via Montalcini”.

Secondo elemento accertato dalla commissione riguarda il modo in cui fu ucciso il presidente della Dc. In un box auto di via Montalcini, nel baule della Renault rossa: “con 11 colpi sparati alle 6-7 del mattino”. Questa la versione ufficiale.

“Vecchie e nuove perizie – spiega Flamigni nel suo libro – hanno definito improbabile il luogo, ben diverse le modalità, e falso l’orario del delitto”.

Terzo elemento riguarda la verità ufficiale sulla prigionia di Moro in via Montalcini: “È stata confezionata in carcere dal brigatista dissociato Valerio Morucci con la regia del Sisde, il servizio segreto del Viminale e la fattiva collaborazione della Dc cossighiana”.

E dopo 40 anni il delitto, per Flamigni non ha ancora una verità.


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1 dicembre, 2019

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