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Mafia viterbese - Parte civile al processo la vittima - Rogo di due vetture nella stessa notte, usando una Fiat Punto rubata - L'utilitaria è stata poi data alle fiamme sotto un ponte ferroviario tra Viterbo e Montefiascone

Rebeshi: “Questo carabiniere lo fa apposta, è un bastardo” – Trovato: “Auto bruciata, bingo!”

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Mafia viterbese - Una delle vetture date alle fiamme (nei riquadri Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi(

Mafia viterbese – Una delle vetture date alle fiamme (nei riquadri Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi)

Mafia nel Viterbese - Un'immagine di un atto intimidatorio

Mafia nel Viterbese – Un’immagine di un atto intimidatorio

Mafia nel Viterbese - Un'immagine di un atto intimidatorio

Mafia nel Viterbese – Un’immagine di un atto intimidatorio

Viterbo – (sil.co.) – Doppio rogo a Viterbo nel giro di poche ore. Una Fiat Punto rubata per andare a bruciare nella stessa notte – tra il 18 e il 19 aprile 2017 – la macchina di un titolare di compro oro e quella di un carabiniere che stava indagando sul traffico di droga gestito dalla famiglia Rebeshi.

Il militare, un vicebrigadiere, è tra le 19 parti civili (tra cui l’associazione Caponnetto e il Comune di Viterbo) che si sono costituite contro il presunto sodalizio di stampo mafioso sgominato con l’operazione Erostrato all’udienza del 21 dicembre scorso davanti al gup di Roma. Il bilancio è di una posizione stralciata (Gazmir “Gas” Gurguri), tre richieste di abbreviato da parte delle difese (Sokol Dervishi, Martina Guadagno e Luigi Forieri) e nove richieste di rinvio a giudizio da parte dei pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò.

Due auto bruciate nella stessa notte. Un favore di Giuseppe Trovato a Ismail Rebeshi e un favore di Rebeshi a Trovato. “Una mano lava l’altra”, ha raccontato il 33enne albanese Sokol Dervishi, l’ex sodale diventato collaboratore di giustizia,  anche lui tra i 13 arrestati del blitz antimafia dello scorso 25 gennaio.

“Trovato, parlando della macchina del carabiniere, ha commentato ‘bingo!’. Rebeshi niente. Lui è un tipo silenzioso. Lui è orgoglioso, diciamo. Trovato era contento”, racconta Dervishi al pm Tucci.

I presunti boss Trovato e Rebeshi, quella notte di primavera di due anni fa, si sono recati insieme a compiere l’attentato messo a segno sotto l’abitazione del militare. 

“Si facevano i favori a vicenda”, spiega il pentito 33enne albanese durante uno dei lunghi interrogatori davanti a Tucci. Dopo il rogo, l’utilitaria rubata usata per gli attentati sarebbe stata abbandonata in campagna, tra Viterbo e Montefiascone, e successivamente data alle fiamme per non lasciare traccia. 

Il carabiniere pochi mesi prima si era occupato delle indagini sfociate nell’arresto di un altro Rebeshi, David, sfratello minore di Ismail, sorpreso con 38 chili di marijuana.

“Questo qua lo fa apposta, è un bastardo”, avrebbero detto tra loro Trovato e Rebeshi parlando del vicebrigadiere dell’arma, mentre si sfogavano l’un l’altro.

“Dopo l’attentato, la Fiat Punto è stata portata sotto a una ferrovia a Montefiascone, vicino alla strada, vicino alla Cassia Nord. L’abbiamo lasciata lì, poi dopo un po’ di giorni gli hanno dato fuoco, perchè si sono resi conto del casino che avevano fatto. Quella sera, li sono andati a prendere io con una delle macchine del piazzale all’autosalone di Rebeshi, ne aveva tante”.

Prima del doppio attentato incendiario, i sodali  erano sulla strada di Marta e per parlarsi chattavano tramite i cellulari in lingua albanese. Dopo i roghi, il pentito Dervishi fece con loro la staffetta.


Il vizietto di bruciare le macchine dei carabinieri

La prima auto incendiata è stata l’Audi del vicebrigadiere che aveva contribuito all’arresto per traffico di droga di David Rebeshi, bruciata la notte tra il 18 e il 19 aprile 2017. La seconda è stata la Passat di un collega che stava indagando sull’attentato incendiario, data alle fiamme la notte tra l’11 e il 12 giugno 2017.

Per questo secondo gesto intimidatorio, voluto da Trovato e attuato da Gazmir Gurguri, risulta indagato in concorso un altro albanese, fuori dalla rosa dei 13 arrestati del 25 gennaio 2019. Si tratta di tal Eduart Voka, del gruppo dei fratelli albanesi di Bagnaia, indagato per danneggiamento aggravato in concorso, per cui si procede a parte, come per due donne, la compagna e la cognata di Rebeshi, che avrebbero fatto operazioni finanziarie ordinate da Ismail dal carcere dopo l’arresto (motivo per cui è stato trasferito dall’alta sorveglianza al 41 bis). 

Più defilato, ma non per questo meno pericoloso il romeno 35enne Pavel Ionel. Sarebbe stato lui, quale uomo di fiducia di Rebeshi, a effettuare i sopralluoghi presso l’abitazione del vicebrigadiere la cui vettura Audi Q5 è stata data alle fiamme la notte tra il 18 e il 19 aprile 2017, dando il via a un’escalation di episodi criminali sempre più violenti. Ionel si sarebbe appostato sotto casa del militare, ne avrebbe studiato attentamente le abitudini di vita, avrebbe accompagnato Rebeshi sul posto, studiando con lui le migliori modalità d’azione. Poi si sarebbe dato da fare per trovate dei complici tra i connazionali, disposti a compiere attentati.

L’auto è stata poi incendiata nel cortile condominiale. “Con l’aggravante – si legge nell’avviso di fine indagini – di avere agito in tempo di notte, profittando di circostanze di tempo tali da ostacolare la privata difesa”. Nessun dubbio, per l’accusa, sul metodo mafioso, avendo il gesto “i caratteri propri della intimidazione delle organizzazioni criminali di stampo mafioso e comunque con modalità idonee a coartare psicologicamente le vittime e le volontà di un numero indeterminato di persone”.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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31 dicembre, 2019

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