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Mafia viterbese - Il pentito Sokol Dervishi racconta di un attentato messo a segno dai sodali in Calabria - Ma Trovato si sarebbe lamentato della famiglia: "Non gli davano le armi e gli dicevano di non fare"

“Abbiamo incendiato un’auto pure a Lamezia Terme…”

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Sokol Dervishi

Sokol Dervishi

Giuseppe Trovato

Giuseppe Trovato

Ismail Rebeshi

Ismail Rebeshi

Marco Russo

Marco Russo – L’avvocato di parte civile del Comune

Viterbo – (sil.co.) – Sarebbe stata una mafia tutta “made in Tuscia” il sodalizio criminale italo-albanese messo in piedi a partire dal 2016 dall’aspirante boss Giuseppe Trovato con Ismail Rebeshi. Senza appoggi dalla Calabria.

Non a caso, tra le 19 parti civili che si sono costituite nell’udienza del 21 dicembre, c’è il comune di Viterbo, assistito dall’avvocato Marco Russo. “La comunità è parte offesa dal reato associativo di stampo mafioso e dai reati fine – spiega il legale – sia sotto il profilo della violazione dell’ordine pubblico, sia per il danno d’immagine derivante alla comunità dalla pubblicità negativa, a livello nazionale, dovuta alle condotte degli indagati, che hanno comportato un turbamento dello stato di pace sociale della collettività”.

Nonostante vantasse legami con i più pericolosi e temuti clan della ‘ndrangheta calabrese, Giuseppe Trovato, il 43enne originario di Lamezia Terme ma trapiantato a Viterbo dai primi anni Duemila, non sembra avesse molto appeal all’interno della sua “famiglia” quando chiedeva sostegno per radicarsi sempre più spregiudicatamente nel Viterbese, usando metodi mafiosi.  Ciononostante non avrebbe esitato a disubbidire, pur di imporsi. 

Trovato si sarebbe lamentato più volte con il fidato braccio destro Sokol Dervishi che i cugini calabresi non lo aiutavano. “Non gli davano le armi. Lui voleva fare tipo queste cose e loro gli dicevano di no. Gli dicevano di non fare”, spiega a Tucci il 33enne albanese, diventato per amore di moglie e figlia collaboratore di giustizia.

A Trovato sarebbe piaciuto avere un “peso” anche in Calabria. Nel 2017, al termine di una trasferta a Lamezia Terme, ha fatto incendiare a Dervishi, per vendetta, l’auto di un calabrese che a sua volta sarebbe stato colpevole di avere dato fuoco a due vetture della sorella di “Peppino”. 

Un attentato incendiario che, per gli inquirenti, la direbbe lunga sulla pericolosità di Trovato. Messo a segno di nascosto. Contro la volontà della “famiglia”. A notte fonda, scappando subito a tutto gas verso Viterbo, perchè i parenti calabresi di Trovato non volevano la ritorsione e gli avevano intimato di lasciar perdere. 

Era il 2017. Guanti e passamontagna, dopo avere riempito la solita bottiglia di benzina presso una grossa area di servizio della zona, Sokol è entrato in azione. “La benzina era tanta, l’ho versata sia sul parabrezza che sulla fiancata, poi ho appiccato il fuoco e sono risalito in  macchina, dove Trovato era rimasto ad aspettare, partendo immediatamente per Viterbo”, ha raccontato Dervishi. Un attimo.

“Sa se c’è stato qualche sviluppo in Calabria?”, chiede il pm Fabrizio Tucci al collaboratore di giustizia. “No, Trovato mi ha detto di non dirlo. Lui non voleva che lo sapevano i suoi, perchè l’ha fatto contro la volontà di loro”.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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7 gennaio, 2020

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