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Tribunale - Sentito sui rapporti tra L'Opinione nazionale e L'Opinone di Viterbo - Tra i testi del pm Siddi anche l'ex presidente dell'Ater e un notaio viterbese

Macchina del fango, tra i testimoni dell’accusa il direttore Arturo Diaconale

di Silvana Cortignani

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Paolo Gianlorenzo

Il giornalista Paolo Gianlorenzo

Arturo Diaconale

Il direttore Arturo Diaconale in tribunale

Massimiliano Siddi

Il pm Massimiliano Siddi

L'avvocato Carlo Taormina

L’avvocato Carlo Taormina

Viterbo – Macchina del fango, tra i testimoni dell’accusa il direttore Arturo Diaconale.

Il noto giornalista, 75 anni, dal 2016 è il responsabile della comunicazione della Società Sportiva Lazio nonché portavoce del presidente Claudio Lotito. All’epoca dei fatti per i quali il pubblico ministero Massimiliano Siddi ne ha chiesto la testimonianza, tra il 2011 e il 2012, era invece il direttore del quotidiano L’Opinione delle libertà.

E’ stato interrogato ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei sui rapporti tra il quotidiano nazionale e l’Opinione di Viterbo, la cui redazione era guidata da Paolo Gianlorenzo, del quale ricordava le dimissioni a un certo punto date per scontate, ma non la lettera inviatagli dal cronista, all’epoca indagato nell’ambito della maxinchiesta “Quarto potere” sfociata nel processo ai due filoni paralleli “Macchina del fango” e Vinitaly”.


Otto imputati e cinque parti civili nel maxiprocesso

Otto gli imputati. Oltre al cronista Paolo Gianlorenzo (difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Fausto Barili), la collaboratrice Viviana Tartaglini (difesa da Franco Taurchini), l’ex assessore regionale all’agricoltura Angela Birindelli, l’ex patron della Viterbese calcio e imprenditore Giuseppe Fiaschetti, l’impiegato dell’agenzia delle entrate Luciano Rossini, l’ex dipendente della Asl, Sara Bracoloni, l’ex direttore dell’assessorato all’agricoltura Roberto Ottaviani e l’ex commissario straordinario dell’Arsial Erder Mazzocchi. Sono accusati, a vario titolo, di tentata estorsione, tentata concussione, corruzione, minacce, peculato, abuso d’ufficio, appropriazione indebita, rivelazione di segreti d’ufficio, soppressione di atti, sostituzione di persona e detenzione di arma.

Parti civili l’ex redattore dell’Opinione di Viterbo Daniele Camilli, l’attuale senatore del centrodestra Francesco Battistoni (eletto per Forza Italia il 4 marzo 2018), l’imprenditore e sindaco di Grotte di Castro Piero Camilli, la Regione Lazio e Antonio Riccardi (il presunto prestanome di Giuseppe Ciarrapico, ex senatore Pdl ed ex editore di Gianlorenzo, il quale si sarebbe spacciato per lui per ottenere informazioni scottanti al telefono). 


Diatribe politiche e fondi da bloccare per l’ascensore del poliambulatorio di Tuscania

Tra i testimoni di ieri anche l’ex presidente delle case popolari Maria Gabriela Grassini, ai tempi in cui l’attuale imputata Brindelli si mise in aspettativa dall’Ater in seguito alla nomina ad assessore all’agricoltura nella giunta regionale guidata dal governatore Renata Polverini. La Grassini, con cui rimase in rapporti di amicizia oltre che di natura politica, ha parlato dei rapporti tesi all’interno del Popolo della libertà tra l’imputata e Francesco Battistoni, di cui aveva preso il posto in Regione, e delle correnti favorevoli all’uno o all’altra.

Poi di una telefonata intercettatata in cui la Grassini risponde a una Birindelli assai stizzita, promettendole di bloccare i fondi per l’ascensore del poliambulatorio di Tuscania.

“Era perché aveva incontrato in Regione uno del partito, che credeva amico, a braccetto con l’allora sindaco di Tuscania che invece non lo era. Io per placarla e per solidarietà le dissi che avrei fatto bloccare il finanziamento per l’ascensore, ma non avrei mai potuto farlo, perché si trattava di contributi di iniziativa parlamentare”, ha spiegato l’ex presidente Ater, ammettendo, incalzata dal pm Siddi, che lo scambio di battute può essere giudicato moralmente discutibile, essendoci di mezzo gli utenti del servizio sanitario, ma che nessuno stop all’ascensore sarebbe mai potuto arrivare. “Tant’è che mi risulta sia stato realizzato”, ha concluso la testimone. 


Il “blitz” di Gianlorenzo e del funzionario dell’agenzia delle entrate dal notaio 

Del “blitz” di Gianlorenzo con il funzionario dell’agenzia delle entrate Luciano Rossini dal notaio Fabrizio Fortini, nel marzo 2012, ha parlato il diretto interessato. L’allora direttore dell’Opinione, per il quale lavorava la sua ex segretaria Viviana Tartaglini, chiamò Fortini a studio, chiedendogli un appuntamento per sé e “il vero deus ex machina dell’agenzia delle entrate”. La sera prima gli investigatori, che sapevano tutto in quanto stavano intercettando Gianlorenzo, piombarono nell’ufficio del professionista e piazzarono microspie nascoste dappertutto. 

“Gianlorenzo rimase fuori, entrò solo Rossini, dicendomi che erano in corso dei controlli a tappeto che riguardavano la categoria. Al che mi venne in mente che pochi giorni prima era passata a studio la mia ex dipendente Tartaglini per dirmi la stessa cosa, per cui gli credetti. Avevo saputo che un paio di colleghi su venti del distretto avevano ricevuto dei controlli, ma non mi preoccupai e gli risposi che la cosa non mi toccava, perché io non avevo nulla da temere in quanto era tutto in regola”, ha spiegato Fortini, sottolineando che l’incontro avvenne pochi giorni prima che sui giornali uscisse la notizia dell’inchiesta in cui era coinvolto Gianlorenzo.

“Ero francamente stupito dagli atteggiamenti amicali tenuti da Rossini che non era un amico, anzi non sapevo nemmeno che lavorasse alle entrate. Alla fine  mi disse qualcosa su eventuali future consulenze, da parte mia. Gli risposi che se fosse servito, rientravano tra le nostre competenze e finì l’incontro”, ha concluso, spiegando che Gianlorenzo glielo aveva presentato la Tartaglini, che gli aveva stipulato un mutuo e poi, successivamente, fatto un verbale d’assemblea in quanto tra i soci di una cooperativa di giornalisti che si metteva in liquidazione. 

Silvana Cortignani

 


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15 gennaio, 2020

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