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Mafia viterbese bis - Davanti al riesame il fratello del presunto boss Ismail - I giudici si sono riservati - In quattro sono stati arrestati per tentata estorsione aggravata

“Rebeshi e i tre ventenni sono accusati di metodo mafioso, non è competenza della Dda”

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Mafia viterbese - Il blitz dei carabinieri del 28 novembre in cui è stato catturato Davide Rebeshi

Mafia viterbese – Il blitz dei carabinieri del 28 novembre in cui è stato catturato Davide Rebeshi

Mafia viterbese - Il blitz dei carabinieri del 28 novembre in cui è stato catturato Davide Rebeshi

Mafia viterbese – Il blitz dei carabinieri del 28 novembre in cui è stato catturato Davide Rebeshi

Viterbo – (sil.co.) – Mafia viterbese bis, davanti ai giudici del tribunale del riesame, che si sono riservati, David Rebeshi e i tre presunti complici in carcere dal 28 novembre con l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. 

I legali viterbesi Samuele De Santis e Remigio Sicilia, che assistono i tre ventenni, e il sostituto dell’avvocato Roberto Afeltra, che difende il fratello di Ismail Rebeshi, hanno contestato come l’aggravante del metodo mafioso.

“Non è competenza della Dda di Roma, cui sono stati rinviati gli atti dopo che il gip Savina Poli del tribunale di Viterbo ha escluso per tutti e quattro l’aggravante del 416 bis, ovvero dell’associazione di stampo mafioso”, spiegano i legali.

De Santis e Sicilia, mettendo in dubbio l’attendibilità della testimonianza della presunta vittima, hanno inoltre parlato di “mafia stampata”.

“La parte offesa, in pratica, parla di metodo mafioso, in quanto uno dei quattro arrestati, David Rebeshi, è fratello di Ismail, che la stampa definisce come un boss mafioso, perché è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, non perché lo sia”, spiegano.

Ismail è il presunto boss del sodalizio criminale italo.albanese finito in carcere un anno fa nel blitz dell’operazione Erostrato, sfociato in tredici arresti. 

I quattro malviventi, accusati di tentata storsione aggravata dal metodo mafioso, considerati legati al sodalizio criminale italo albanese sgominato il 26 gennaio 2019, sono stati arrestati n flagranza lo scorso 28 novembre per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un ristoratore di Tuscania.

“Minacce di morte in albanese, ma si facevano capire con gesti e sguardi”, ha raccontato la vittima ai carabinieri, facendo scattare l’allarme e la trappola in cui sono caduti i banditi che, credendo di andare a prendere i soldi, un primo acconto di 300 euro, sono stati presi dai carabinieri.

David Rebeshi, detto Indrit, avrebbe minacciato di distruggere il locale del ristoratore e ammazzare lui e la sua famiglia, se non gli avesse restituito i soldi pagati per una macchina Fiat Freemont, che un suo amico commercialista avrebbe venduto per 4.500 euro alla società Autoriga del più noto Ismail.

Il trentenne David e i tre connazionali, tutti sulla ventina, a Mammagialla da due mesi, sono difesi dagli avvocati Roberto Afeltra, Remigio Sicilia e Samuele De Santis.

Il caso è al vaglio della Dda di Roma, dal momento che ai quattro arrestati viene contestata l’aggravante del metodo mafioso e vengono considerati dagli inquirenti appartenenti alla stessa banda mafiosa sgominata con l’operazione Erostrato, cui Isamil Rebeshi riuscirebbe a dare ordini in qualche nodo dal carcere, nonostante sia attualmente detenuto in regime di 41 bis a Cuneo.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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21 gennaio, 2020

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