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Tribunale - Sono i tre richiedenti asilo d'origine africana che si sono costituiti parte civile contro il datore di lavoro - L'uomo, arrestato a settembre, chiede la revoca della misura: "Adesso faccio anche io il taglialegna"

Sfruttamento della manodopera, le vittime testimonieranno il dramma del caporalato nei boschi

di Silvana Cortignani

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Viterbo - Palazzo di giustizia

Viterbo – Palazzo di giustizia

Acquapendente – Sfruttamento della manodopera, tre vittime pronte a testimoniare il dramma del caporalato nei boschi. 

Sono i richiedenti asilo d’origine africana che si sono costituiti parte civile contro il datore di lavoro. Quest’ultimo, arrestato a settembre, chiede la revoca della misura.

Tutte le vittime, nel frattempo, assistite dall’avvocato Carlo Mezzetti, dopo avere trovato il coraggio di sporgere denuncia, adesso sono pronte a chiedere la condanna del loro “aguzzino” e il risarcimento dei danni morali e materiali derivanti dalle presunte condotte “fuorilegge” dell’imputato. Fra poco più di un mese, il 16 marzo, racconteranno in aula le drammatiche condizioni di lavoro nei boschi dell’Alta Tuscia che li hanno convinti a denunciare per sfruttamento l’imputato. 


“Ho chiuso la mia attività, adesso faccio anche io il taglialegna”

Sul banco degli imputati un ex commerciante di legname 50enne di Acquapendente difeso dall’avvocato Enrico Valentini, ai domiciliari dallo scorso 23 settembre, primo di una serie di arresti chiesti dalla procura della repubblica di Viterbo in seguito al giro di vite contro caporalato e sfruttamento dei lavoratori, che negli ultimi mesi si è sviluppato in diversi filoni d’inchiesta, con più fascicoli aperti da vari pubblici ministeri.

“Ho chiuso la mia attività, adesso faccio anche io il taglialegna”, fa sapere Claudio Spiti, chiedendo di tornare in libertà dopo oltre quattro mesi. “Non ce l’ha fatta a portare avanti la ditta da solo, per cui, dopo l’arresto, non gli è rimasto che arrendersi e chiudere bottega. E siccome sa fare solo il boscaiolo, lui si recava al lavoro negli stessi orari e con le stesse modalità di chi lo accusa, ora lo fa per altri. Con orari e turni di lavoro a discrezione di chi, per fortuna, lo fa lavorare, permettendogli di riuscire ancora a mantenersi”, spiega il difensore.

A carico del cinquantenne acquesiano si sono aperti in poche settimane due processi, sempre per violazioni della normativa sul lavoro, unificati ieri in un solo procedimento davanti al giudice Elisabetta Massini, che si è riservata sulla richiesta, dando due giorni all’avvocato di parte civile per dare il suo parere, mentre ha già detto sì il pubblico ministero. 


L’allarme: “Sfruttamento, fenomeno ampiamente diffuso”

Ieri, in occasione dell’udienza di ammissione delle prove per l’unico processo, è emerso che sono in tutto tre i lavoratori che si sono costituiti parte civile, quelli che lo hanno denunciato. E tutti e tre saranno sentiti per primi, il prossimo 16 marzo, quando il processo entrerà nel vivo coi primi testimoni del pubblico ministero Massimiliano Siddi, titolare delle indagini che si sono aperte un anno fa, a gennaio 2019, con la denuncia dei tre presunti boscaioli sfruttati. 

“I miei assistiti dicono che venivano pagati 300 euro al mese e che erano costretti a lavorare nei boschi senza i più elementari mezzi di protezione, come le scarpe antinfortunistiche e le apposite lenti per proteggere gli occhi. Uno di loro ha anche una lettera dell’Inps dove si dice che il datore di lavoro non gli ha segnato le giornate”, spiega il difensore Mezzetti. 

Il legale invita a tenere alta la guardia. “Ho una lunga esperienza nella tutela dei diritti dei lavoratori, in particolare delle persone immigrate, e il fenomeno dello sfruttamento della manodopera, in particolare nel settore agricolo, è ampiamente diffuso in provincia di Viterbo”, spiega.

“Abbiamo registrato un incremento delle segnalazioni e se da un lato questo vuol dire che c’è maggiore consapevolezza da parte dei lavoratori, più coraggio nel denunciare situazioni di sfruttamento, dall’altro tale incremento ci fa temere un aumento degli illeciti. Ai danni soprattutto di che versa in situazioni di bisogno, italiani o stranieri. Ai danni di che è socialmente più debole, per cui più propenso ad accettare anche condizioni di lavoro disumane, o comunque al limite della legalità, pur di avere un’occupazione che gli consenta di mettere insieme il pranzo con la cena”, sottolinea l’avvocato Carlo Mezzetti.

Silvana Cortignani


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28 gennaio, 2020

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