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Opinioni - Per ottenere il riconoscimento non bastano papi, centro storico, medioevo, etruschi e artisti ma servono anche infrastrutture all'avanguardia

“Viterbo capitale europea della cultura? Sì, ma solo con un progetto coraggioso e visionario”

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Uno dei mestieri più redditizi dei viterbesi – in termini di appagamento personale – è quello di criticare e smontare le idee e le proposte altrui. Lo si fa nei condomini, sul posto di lavoro, soprattutto nell’amministrazione della cosa pubblica.

E’ così che tante cose sono saltate, in questa città, e molti hanno realizzato i propri progetti altrove. Mi colpì alla fine degli anni ’60 la spontanea analisi “sociologica” di un noto industriale di Viterbo, che coglieva nei viterbesi una mentalità “contadina”, di chi si preoccupa soprattutto di mettere a riparo dai tempi cattivi le proprie robe, ma incapace di investire nel futuro e nel cambiamento.

Per cui, chi guarda con sufficienza e cronico scetticismo alla proposta di far concorrere Viterbo a capitale europea della cultura nel lontano (apparentemente) 2033, non rende un buon servizio alla città.

Ma su questa proposta, su questo progetto, occorre riflettere, facendo tesoro delle esperienze.

In un recente passato, Viterbo ha partecipato due volte al concorso per capitale italiana delle cultura. Nel primo caso, il progetto non brillava, legato ad una offerta di Viterbo città papale e medievale molto convenzionale, anche se ben architettata sul piano formale. Nel secondo si tentò una candidatura collettiva con altre città vicine, portando avanti un’idea trasversale legata alla storia etrusca ma priva di reali peculiarità, complessa nella sua collegialità distrettuale e innegabilmente condizionata da pregresse dinamiche politiche.

Tutto questo, suggerisce di dover cambiare le strategie, dalla scelta del progetto alla costruzione dei sostegni motivazionali. Non sono tra quelli che guardano con spontanea ammirazione al titolo vinto da Matera. Forse passerò semplicemente per un “rosicone”, ma ho avuto sempre la sensazione che tra Matera e il titolo di capitale europea della cultura passassero altre considerazioni. Matera come luogo privilegiato dell’espressionismo cinematografico di un Pasolini o di un Gibson; Matera come presepe pittoresco di un mondo a parte che tenta la carta del “glocale”; Matera come luogo della memoria di una cultura contadina fortemente permeata nella natura (non dimentichiamo i lunghi studi etnodemoantropologici di Banfield e di De Martino in questi paraggi), Matera come segno di riscatto del Sud nei confronti di una Europa che corre a troppe velocità diverse. Insomma, motivazioni legate fortemente al politicamente corretto, ad un’idea di cultura intesa in senso gramsciano, cioé come patrimonio folclorico delle comunità territoriali.

Se intendiamo la cultura come patrimonio storico-artistico-letterario, come vivacità progettuale, come leadership creativa, tra la odierna capitale italiana della cultura, Parma, e Matera, non ci sarebbe partita.

Ma allora è chiaro che i criteri di scelta vanno ben al di là dei quelli tradizionalmente legati all’idea di una cultura intesa come sfruttamento – ancorché cauto e raffinato – delle risorse d’arte e storia. Insomma, papi, centro storico, medioevo, etruschi, santi e controriformatori, artisti… tutte potenzialità che tuttavia non sono sicuro che da sole – o assieme – riuscirebbero a colpire le corde degli esaminatori tra gli anni ’20 e gli inizi degli anni ’30 prossimi venturi. Tanto meno le candidature “estese”, una candidatura della Tuscia, per intenderci, invece che di Viterbo: sanno di potpourri indigesto, difficile da identificare, da gestire, comunicare.

Perché i problemi della cultura, i suoi indicatori sensibili in questa temperie, sono altri, o quanto meno quelli tradizionali vanno intinti e diluiti nelle problematicità e nelle criticità del nostro tempo.

Quale è la cultura “urgente” nei prossimi anni? E’ facile la risposta: la cultura dell’ambiente, del verde, della crescita sostenibile, del rispetto e dell’arricchimento del patrimonio naturalistico. La “cultura della natura”, insomma, che tra l’altro non è uno sfizio o un capriccio, ma una drammatica necessità.

La capitale europea della cultura, proposta da un paese verde e naturalistico come l’Italia, non potrà che essere la città che saprà produrre, sostenere, valorizzare in modo innovativo ed esemplare la cultura del verde, dell’ambiente, della difesa della natura, della crescita sostenibile Per di più collegandolo ad un miglioramento complessivo degli accessi alla cultura, altro tema particolarmente critico perché di natura inclusiva e quindi strettamente collegato alla valorizzazione stessa di una cultura europea. 

Non escludo che in tutto questo la città medievale non possa entrarci; come modello, come “luogo”, anzi come “genius loci” di un recupero di sostenibilità che passi anche attraverso una città delle persone piuttosto che del traffico e delle macchine, a misura d’uomo come erano le città del medioevo, che faccia delle antiche piazze, delle strette vie, dei monumenti luoghi di incontro e di recupero di una convivenza “comunitaria”.

Ma è chiaro che tutto questo andrebbe ripensato in un progetto estremamente innovativo, di amplissimo respiro, visionario, probabilmente costoso non solo in termini economici ma anche politici, perché non sempre l’innovazione spinta riceve anche un plauso elettorale, specie in un ambiente provinciale abituato al “quieta non movere et mota quietare” come il nostro.

Butto lì a caso: centro storico off limits alle auto, con mega parcheggi esterni e circolari elettriche per lo spostamento interno; percorsi unicamente ciclopedonali con servizi annessi h24; città smart, cablata, interattiva; verde pubblico e privato come “struttura” identificativa della città; totale ristrutturazione del percorso delle mura; alto livello dei servizi sociali e culturali, anche di tipo formativo; totale controllo della sicurezza urbana; vivacità diffusa delle attività nel centro storico.

Succede già. In alcune città del nord Italia; in molte città d’Europa. Se su questo si innestano papi, medioevo, etruschi, artigianato, enogastronomia, terme, allora avremmo di fronte una piccola città di sessantamila abitanti, accessibile, vivibile, ricchissima di cultura, particolarmente avanzata sul piano ambientale, per di più immersa in un territorio circostante ricchissimo, capace di farsi “esemplare” di quella che dovranno essere le città e la società europea in vista del fatidico appuntamento ambientale del 2050.

Come arrivare a questo? Serve certamente una mentalità innovativa, coraggiosa, addirittura visionaria. Dove il coraggio e l’innovazione riguardano anche – e certo preliminarmente – la capacità (anche politica) di trovare le risorse finanziarie. Certamente non basterebbe un contributo regionale “a bando”; certamente sarebbe necessario un diffuso crowdfunding; certamente serve la capacità imprenditoriale privata; e soprattutto servirebbero main sponsor, finanziari ma anche politici.

Un progetto immane? Ma diventare capitale europea della cultura “è” un progetto immane…

Francesco Mattioli


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23 gennaio, 2020

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