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Viterbo - Massimo Giuseppe Bonelli, dirigente degli istituti Ruffini e Colasanti, racconta la didattica a distanza nel periodo di emergenza da coronavirus - Il preside: “E' impegnativa, ma siamo nella giusta direzione”

“In questo momento i ragazzi sono disorientati e chiedono la presenza della scuola”

di Maurizia Marcoaldi
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Massimo Giuseppe Bonelli

Massimo Giuseppe Bonelli

Viterbo – “In questo momento i ragazzi sono disorientati e chiedono la presenza della scuola. Noi siamo con loro con la didattica a distanza. Impostiamo lezioni e esercizi sulla piattaforma di Google. Un lavoro impegnativo, ma con i professori e i ragazzi lavoriamo nella giusta direzione”. A parlare è Massimo Giuseppe Bonelli, preside reggente del liceo scientifico di Viterbo Paolo Ruffini e dirigente scolastico dell’istituto superiore Giuseppe Colasanti di Civita Castellana.

Due realtà che accompagnano tanti ragazzi, di Viterbo e provincia, nel loro percorso di formazione. Anni delicati e complessi ma anche molto stimolanti e significati sia dal punto di vista dei rapporti umani che della crescita individuale.

Il Paolo Ruffini di Viterbo ha iniziato la sua storia nell’immediato dopoguerra, anno scolastico 1945/46. Sono circa 1250 i giovani che ad oggi frequentano le aule di via delle Verità e piazza Dante Alighieri. Accanto a loro 102 docenti, 7 amministrativi con Dsga, 14 collaboratori scolastici e 4 tecnici di laboratorio.

Cinque le ore da passare sui banchi di scuola. Interrogazioni, verifiche, mani sporche di gesso. Ma anche ricreazione, chiacchiere e passeggiate nei corridoi. Tutto questo per ora è in stand-by. L’emergenza coronavirus impone alla scuola una nuova sfida. Con il decreto del presidente del consiglio del 4 marzo è stata infatti sospesa l’attività didattica.

Nessuna interruzione però dal momento che gli istituti scolastici si sono organizzati con la didattica a distanza. Ritmi in parte più lenti, ma la sostanza non viene meno. E a spiegarlo è proprio Massimo Giuseppe Bonelli che con suoi docenti e il personale amministrativo cerca di trasformare una necessità in opportunità.

Come è stata organizzata la didattica a distanza?
“Noi siamo stati molto fortunati in questo perché il Ruffini aveva già una piattaforma di Google che si chiama Google Suite che permette tutte le forme di didattica a distanza. Questo perché all’interno di Suite c’è lo strumento Google Meet che permette di fare videoconferenza con i ragazzi. In questo modo gli studenti si collegano tutti insieme e fanno la loro lezione con il professore. Abbiamo però deciso una sorta di protocollo per cui, dato che non è salutare per i ragazzi stare cinque ore consecutive al computer, l’ora diventa di 40 minuti e non possono fare più di 4 lezioni in sincrono al giorno. Le ore scolastiche però rimangono 5 perché ogni singola lezione di 40 minuti è poi accompagnata dallo svolgimento di prove pratiche che permettono di completare l’ora dedicata alla singola materia. La piattaforma permette infatti anche di caricare dei materiali per svolgere esercizi scritti. I ragazzi fanno quindi scuola a tutti gli effetti, tutti i giorni. Per completare la formazione c’è poi anche un’app dove poter caricare dei piccoli approfondimenti o brevi lezioni di 15 minuti che i ragazzi possono ascoltare quando hanno tempo. I programmi quindi stanno andando avanti”. 

Ci sono poi le verifiche e le interrogazioni?
“Ovviamente ai ragazzi vengono assegnati anche i compiti e una volta corretti vengono rinviati tramite mail. Diciamo che sostanzialmente siamo partiti bene. Sono già 10/12 giorni che lavoriamo così. E i ragazzi sono contenti. L’unica cosa che deve ancora essere regolamentata, però dal ministero, sono le interrogazioni. Questo perché noi ovviamente possiamo interrogare i ragazzi o fargli fare delle verifiche però il discorso della valutazione ufficiale è ancora da definire. Ad oggi infatti non possiamo mettere dei voti ai ragazzi come se effettivamente fossero a scuola. E se si dovesse prolungare questo periodo di emergenza, credo che il ministero ci dovrà dare delle indicazioni più precise e puntuali per come interrogare e assegnare i voti. Adesso un’indicazione in merito ancora non c’è. In questo momento ai ragazzi viene comunque dato un feedback del lavoro svolto, ma non è numerico”.

Quella della didattica a distanza è forse una sfida più semplice da affrontare per i ragazzi, abituati alla tecnologia, piuttosto che per i professori?
“Devo dire che i professori sono stati molto bravi perché anche i docenti con meno confidenza con i computer si sono immediatamente messi in gioco e riconvertiti bene. Tramite le piattaforma di Google facciamo anche i consigli di classe. Anche i dipartimenti disciplinari e gli organi collegiali si riuniscono, discutono e fanno il verbale. Diciamo che da questo punto di vista la scuola continua normalmente come se nulla fosse successo”.

C’era già stata un’esperienza pregressa di questo genere nelle scuole?
“Gli strumenti già c’erano perché la piattaforma per la didattica a distanza era già attiva e noi la usavamo specialmente con i ragazzi che, per motivi di salute, dovevano rimanere a casa per lunghi periodi. Questo non è successo in tutte le scuole, ma noi avevamo già alcuni strumenti attivi”.

Il cambiamento dal 4 marzo. Quali sono state le prime misure messe in campo?
“Noi abbiamo fornito a tutti i docenti le credenziali per entrare nella piattaforma. In questo modo abbiamo fatto subito le prime riunioni telematiche per inventarci immediatamente una nuova didattica. Da parte mia c’è stata poi un’organizzazione forte del lavoro: tutte queste regole, di concerto con professori e vicepresidi, le ho dovute scrivere e rendere ufficiali. Da un giorno all’altro siamo stati catapultati in una realtà nuova e abbiamo dovuto costruire i binari su cui muoverci. Devo dire che i professori hanno dimostrato, in entrambe le scuole, un impegno totale. Abbiamo inoltre chiesto, in entrambi gli istituti, ai ragazzi e alle famiglie di dirci se qualcuno di loro avesse bisogno di computer o tablet per lavorare da casa. Nei prossimi giorni infatti verranno distribuiti computer o tablet in comodato d’uso per chi ne ha bisogno. Inoltre stiamo anche studiando una modalità per far confluire parte dei fondi del ministero, stanziati per la scuola, alle famiglie che non hanno sufficienti giga per seguire le lezioni e potenziare così le loro connessioni. Un piccolo contributo per venire incontro alle esigenze di tutti”.

I ragazzi come hanno reagito a questa nuova modalità di insegnamento?
“Per ora le famiglie sono molto soddisfatte del lavoro che la scuola sta facendo. I ragazzi sono molto disorientati perché manca loro, come è fisiologico, lo stare insieme e l’incontrarsi. E poi chiedono molto la presenza della scuola e noi cerchiamo di star loro vicini. Hanno preso molto seriamente la didattica online, sono puntuali alle lezioni e con lo svolgimento dei compiti. Non danno un’impressione né di superficialità né di irresponsabilità. Forse quelle 4 o 5 ore che sono connessi con la scuola sono per loro l’unico momento di socializzazione adesso e quindi ci tengono”.

I ragazzi come vivono questo periodo di emergenza? 
“Sentendo le famiglie e i docenti, posso dire che percepiscono un senso di precarietà. Come provincia siamo fortunati ad avere pochi contagi, ma comunque  i ragazzi hanno avvertito la dimensione del problema. Parlando con le famiglie, sappiamo che non tentano nemmeno di uscire. C’è da parte loro un senso di responsabilità, non un atteggiamento superficiale. Magari possono essere insofferenti per il fatto di dover rimanere tanto tempo a casa, ma non sono superficiali”.

Qual è il bilancio dell’esperienza della didattica a distanza? 
“Devo dire che l’azione di coordinamento è molto impegnativa, ma sono anche molto soddisfatto. E questo perché vedo che i ragazzi rispondono agli stimoli, i professori sono sempre attivi e la scuola ha fatto il suo dovere. Ovviamente c’è la consapevolezza che tutto può essere migliorato, ma penso che stiamo lavorando nella direzione giusta”.


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28 marzo, 2020

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