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Corte d'assise - Omicidio di Angelo Gianlorenzo - Durissimo confronto-scontro in aula tra l'imputato Aldo Sassara e il nipote, figlio della vittima

“Male non fare, paura non avere”, si dichiara innocente il 76enne accusato di avere ucciso il cognato

di Silvana Cortignani

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Angelo Gianlorenzo

Angelo Gianlorenzo

Tuscania - Omicidio Angelo Gianlorenzo - Aldo Sassara sul motorino mentre va in campagna

Aldo Sassara ripreso dalle telecamere  – Il sole avrebbe falsato i colori dei vestiti

Tuscania – Omicidio Angelo Gianlorenzo – I Ris in località San Savino

I Ris in località San Savino

Tuscania – “Male non fare, paura non avere”. Lo ha detto in tribunale proclamandosi innocente Aldo Sassara, il 76enne di Marta a processo davanti alla corte d’assise per l’omicidio di Angelo Gianlorenzo, l’agricoltore 83enne il cui cadavere è stato trovato a terra nel sangue il 14 agosto 2016 nelle campagne tra Marta e Tuscania.

Vacilla nel frattempo il più pesante degli indizi, ovvero il cambio d’abiti dopo l’omicidio da parte di Sassara: il sole avrebbe falsato il colore dei vestiti.

L’imputato si è sottoposto ieri a un interrogatorio al “fulmicotone”, durato circa due ore e mezza, aperto dal fuoco di fila di domande del pubblico ministero Massimiliano Siddi a partire dai vestiti indossati quella domenica mattina da Sassara all’andata al ritorno dalle campagne di San Savino, tra Marta e Tuscania. 

“Nel 2016 ero un leone, adesso sono un coglione”, ha detto Sassara al pm, raccontando in lacrime come gli sia venuto un tumore allo stomaco, secondo lui a causa della “bomba atomica che mi hanno tirato”, puntando il dito contro il nipote e figlio della vittima, l’ex maresciallo della finanza Mario Gianlorenzo, con il quale c’è anche stato un durissimo confronto-scontro in aula, chiesto da pm e parti civili, durante il quale zio e nipote sono rimasti ciascuno sulle sue posizioni, accusandosi reciprocamente di mentire.

“Anche oggi, ogni volta che mi incontra fa il verso delle manette dicendomi ‘assassino, tanto ti faccio arrestare'”, ha detto lo zio del nipote. “Due volte nel bar del tribunale, dopo l’udienza, mi ha detto davanti agli avvocati ‘che te posseno trova’ morto'”, ha detto il nipote dello zio.

Nessun passo indietro riguardo alla frase detta in caserma dove stava aspettando di essere interrogato dal pm ovvero “Meglio se mio cognato è morto, uno di meno. Era un birbaccione, vaffanculo”. “Certo che mi è dispiaciuto, ma aveva 83 anni e aveva fatto la sua vita”, ha detto a Siddi che gli faceva notare come del cognato “morto ammazzato in mezzo a un campo come una bestia” non gliene fosse importato nulla. “Non mi importa nemmeno della mia di morte”, ha concluso

In aula alcune delle frasi ritenute da accusa e parti civili autoincriminanti, pronunciate da Sassara mentre parlava da solo in auto. Sono i famosi soliloqui tradotti dal dialetto martano stretto,  secondo lui per sfogarsi dal momento che sempre il nipote Mario all’epoca avrebbe fatto continui “comizi in piazza” e il “popolo martano non parlava d’altro”. “Parlo sempre da solo, con le piante, con le macchine, con tutti meno che con la gente. Buttavo là i pensieri, facevo supposizioni, mi sfogavo”, ha spiegato il 76enne.

Gli avvocati Danilo Scalabrelli e Marco Valerio Mazzatosta hanno rinunciato a sentire come testimoni i carabineiri del Ris di Roma che avrebbero chiesto alla difesa un rimborso preventivo delle spese per venire a dire che: “Non hanno trovato tracce riconducibili al Dna dell’imputato, sottoposto a tampone orofaringeo, prelievo dei bulbi piliferi e controllo del materiale sotto le unghie, al quale sono stati sequestrati terra, trattore, macchina, scooter, portachiavi, vestiti”. E’ riemerso il particolare della strage di gatti e galline, morti di fame, sete e stenti, essendo rimasti chiusi dentro il capannone posto sotto sequestro per quasi un anno, fino a luglio del 2017. 


Il cambio di vestiti

Secondo l’accusa, dopo il delitto il 76enne si sarebbe cambiato, per disfarsi della camicia rossastra e del gilet beige o nocciola imbrattati di sangue della vittima. A inchiodarlo i filmati delle telecamere di videosorveglianza lungo il tragitto. Ma lui continua a negare. “la mattina avevo un gilet blu, con sotto una camicia a quadri celestina e sotto la canottiera verdolina. Al ritorno, siccome era caldo, ho messo la camicia nel bauletto dello scooter. Non mi sono cambiato, io mi cambio una volta al mese. Saranno stati i riflessi del sole”, ha spiegato, mentre gli mostravano i fotogrammi che lo riprendono.

Gli ha dato ragione la presidente Maria Rosaria Covelli: “Forse si tratta del sole. Come mi fa notare il giudice Silvia Mattei, nelle foto senza sole il gilet appare di colore blu”.

Ma non basta a risolvere un giallo che va avanti da tre anni e mezzo, in quanto i carabinieri non avrebbero rinvenuto neanche un gilet blu. “Era appeso all’attaccapanni,ma loro ne cercavano uno coloro panna”, ha detto la moglie all0udienza del 16 dicembre. Ieri l’imputato ha detto che potrebbe essere tuttora nel casale di San Savino. “Trovarlo oggi non avrebbe più alcun valore, potrebbe essere stato appena comprato”, ha chiuso la vicenda il pm.


 Il movente

Non avrebbe avuto un movente per uccidere il cognato massacrandolo di botte. Nonostante dal Duemila non si parlassero più, vittima e imputato sarebbero stati in società per 40 anni: “Non abbiamo mai litigato. Le sette cause per la spartizione le ha fatte mia sorella, ma lui non c’entrava”. Men che meno, secondo Sassara, il movente sarebbe la multa del comune di Marta per il mancato completamento dello sfalcio dell’erba in un terreno comune da dividere in due, per circa 30 euro a testa. Anche se, per quella contravvenzione, il 20 luglio 2016, pochi giorni prima del delitto, sarebbe esploso un violento alterco, proprio in località San Savino. 

“Io sono andato per parlare, lui invece mi si è affierato addosso (avventato, ndr). Voleva staccarmi la capoccia con un attrezzo agricolo. Non con una roncola, come si è detto, ma col vomerino del trattore, che è un’arma. Gliel’ha tolto dalle mani il figlio Mario. Da quel giorno non l’ho più visto”, ha detto Aldo Sassara. 


I soliloqui

Tra gli spezzoni di frasi trascritte citate in aula e quelle i cui audio sono andati in onda durante l’udienza, si sente Sassara dire ai sommozzatori dei carabinieri che scandagliano il fiume Marta a caccia dei suoi vestiti “tanto quello che cercate, non lo trovate”. “Lo dicevo perché io non c’entravo niente per cui non c’era niente da trovare e infatti non hanno trovato niente”, ha detto l’imputato, spiegando allo stesso modo altre due frasi: “Perché mo’ reo io l’assassino, qualcuno lo avrà capito? Quel qualcuno ha da prova’ il brivido”“Se m’evono trovato la maglietta, da mo’ che m’avevano arrestato”

“Tutto sangue adera, tutto impiastrato, il viso tutto nero”, “Stava lì che ansimava”, “Gliel’hanno data”, sarebbero state ispirate dalle chiacchiere di paese sul delitto. “La lite non l’ha tirata fuori nessuno, lui si è alzato, lui era indiavolato”, “Litigavo io? Tu litigavi, io non ho litigato con nessuno”, “Lui era come una belva”, sarebbero in relazione alla lite del vomerino. “Le donne ci sarebbe da ammazzalle tutte e tagliargli un pezzo di lingua”, perché moglie e figlia non avrebbero parlato d’altro.


Gli orari

Tra i casali di Sassara e Gianlorenzo, dove è avvenuto il delitto, meno di 200 metri. La mattina del 14 agosto 2016, però, Sassara non si sarebbe trattenuto. “Verso le 8-8,30 stavo lavorando col trattore su un appezzamento di terreno distante circa tre chilometri e mezzo, da Camillone. Verso le 9,30 è passato un altro agricoltore col trattore e ci siamo salutati. Ho incontrato un vicino sia all’andata che al ritorno, verso le 10-10,15. Al ritorno era con un’altra persona. Poi ho posato il trattore a San Savino e sono tornato verso Marta col motorino. Mi sono fermato a cogliere all’orto i pomodori per mia figlia e glieli ho portati al chiosco di Capodimonte, poi ho preso un aperitivo con un amico e verso mezzogiorno sono andato a casa a pranzo”, ha detto.

“Dopo pranzo sono andato a tagliare l’erba sotto gli olivi a Malorto e mentre venivo via mi hanno acchiappato i carabinieri, venuti con mio figlio, che mi hanno portato in caserma a Tuscania”, ha detto ricostruendo la giornata, tra i tanti dubbi sollevati dal pm e dagli avvocati di parte civile Corrado Cocchi, Giovanni Bartoletti e Francesco Bergamini, secondo cui gli orari, confrontati con quelli ricostruiti a caldo dall’imputato alla trasmissione “Chi l’ha visto?”,  non tornano e avrebbe avuto margine per uccidere il cognato. 

Si torna in aula il prossimo 23 marzo per sentire cinque testimoni della difesa. 

Silvana Cortignani


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3 marzo, 2020

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