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Coronavirus - Ascom Confcommercio - Parla dell'emergenza il presidente di Viterbo e Rieti, Leonardo Tosti - "Quando sarà passata, riaccendiamo le luci dei nostri centri storici", avverte

“Nemmeno i soldi per pagare la luce, subito ai commercianti 5-10mila euro per le bollette”

di Silvana Cortignani
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Viterbo - Leonardo Tosti

Leonardo Tosti, presidente Lazio Nord dell’Ascom Confcommercio

Antonio Posati e Leonardo Tosti

Tosti con il presidente Ascom Confcommercio Viterbo, Antonio Posati

Manuela Benedetti, Rosanna Stoppani, Emiliano Iubei, Antonio Posati, Leonardo Tosti, Barbara Spinelli, Daniela Stampatori, Claudia Carletti, Pierluigi Santini, Marco Savelli

Il gruppo di laboro provinciale – Manuela Benedetti, Rosanna Stoppani, Emiliano Iubei, Antonio Posati, Leonardo Tosti, Barbara Spinelli, Daniela Stampatori, Claudia Carletti, Pierluigi Santini, Marco Savelli

Viterbo – “Riaccendiamo le luci dei nostri centri storici”. Guarda avanti il presidente Lazio Nord di Ascom Confcommercio, che raggruppa imprese di Viterbo e Rieti. Pensa al dopo Coronavirus, Leonardo Tosti, 63 anni, titolare dell’omonima boutique di abbigliamento nella centralissima via Garibaldi a Rieti.

Lui nel frattempo ha appena riconvertito due sartorie, che dal 23 marzo producono mascherine anticontagio. Intanto dice: “E’ un dramma. Non ci sono nemmeno i soldi per pagare la luce, subito ai commercianti 5-10mila euro per le bollette”.

Come sta vivendo, presidente Tosti, l’emergenza Coronavirus?
“E’ un dramma, questo Coronavirus non ha risparmiato nessuno, dai professionisti agli artigiani, ai commercianti. E’ come la livella di Totò. Tutti quanti uguali siamo tornati”.

In questa fase così critica, andiamo avanti dicendoci che passerà. E poi? Quale scenario dobbiamo aspettarci sul fronte del commercio?
“Tra 15 giorni, tra un mese, passerà. Sollecitiamo la gente, quando dovrà andare a fare la spesa, affinché non vada su Amazon. Io dico, già oggi, alzatevi dalla sedia, andate a fare una passeggiata coi vostri figli, prendetevi un gelato, pigliatevi un caffè, guardate le vetrine compratevi un cappelletto. Solo così si ripartirà”.

Non ce ne siamo quasi accorti, ma è appena iniziata la primavera, una stagione solitamente propizia per l’abbigliamento. Quanto è dura per gli imprenditori del settore?
“Per i titolari di negozi di abbigliamento è un dramma. Il guaio è che al momento della serrata forzata c’era la primavera-estate dentro, poi ci sono negozi specializzati in abiti da cerimonia ed è ormai da più di un mese che hanno bloccato i matrimoni, le comunioni e le cresime. I negozi sono chiusi e all’interno sono pieni di merce, mentre le ditte fornitrici sollecitano già i pagamenti al 30 del mese”.

Si parla di stato di emergenza fino alla metà di aprile…
“Voglio essere ottimista. Ammesso che si possa riaprire già dopo il 15 aprile, le cerimonie saltate saranno comunque saltate e avremo tutta la merce che si era stata appena stata consegnata da smaltire alla svelta, mentre dubito che la gente possa avere la stessa predisposizione di prima ad andare a spendere i soldi per vestirsi. Sa cosa penso? Che tutti cercheranno di vendere al prezzo più basso pur di ricavarne quanto meno i soldi per poter pagare le forniture”.

Non crede sarà facile quindi tornare alla normalità?
“Abbiamo tutti voglia di ricominciare al più presto, ma ad essere onesto mi sembra difficile. Noi abbiamo fatto delle stime che il 40 per cento non ce la faranno, sono dati fatti con stime a livello regionale. A Viterbo abbiamo circa 38mila imprese, a Rieti sono sulle 16mila. C’erano già difficoltà a versare i contributi all’Inps: a Rieti per il terremoto e a Viterbo per la crisi del commercio. Se uno non paga i contributi personali, significa non avere il Durc a posto. E se il Durc non è a posto, se vai in banca non ti danno un finanziamento, non ti danno niente”.

E i sostegni previsti dal decreto “Cura Italia”?
“Il decreto che è uscito, così com’è non aiuta per niente. Ad esempio il 60 per cento che adesso hanno destinato come credito di imposta per gli affitti: se non lavoriamo, che ci facciamo col credito d’imposta? Noi l’affitto lo dobbiamo pagare, ma il credito di imposta non ce lo possiamo scontare, perché se sto col negozio chiuso, che ci faccio col credito d’imposta?”

Cosa servirebbe adesso ai commercianti?
“Ci serve liquidità, ci serve che le banche aprano i rubinetti. Vede, quando ho detto del Durc, che se tu non hai il Durc a posto, se sei uno che non hai pagato i contributi e vai in banca, gli risulta subito che non hai pagato i contributi personali: la banca non gli dà neanche 50 centesimi d’affidamento. Invece adesso è un momento in cui le banche, lo stato, deve mettere i soldi, deve dare 5mila-10mila euro, quanto meno per pagare le bollette, perché siamo a questi livelli, che non ci stanno i soldi per pagare la luce, non ci stanno i soldi per pagare i dipendenti”.

Quante aspettative di tornare al lavoro ci sono per i dipendenti?
“Adesso si ritroveranno con l’80 per cento dello stipendio previsto dalla cassa integrazione in deroga, ma senza interventi mirati poi ci sarà una moria di persone, perché, quando si riaprirà, se l’impresa non ha i soldi per poter tirare avanti, logicamente i dipendenti andranno a spasso. Se l’impresa chiude è la fine anche per i dipendenti. Si parla di 900mila persone che a livello nazionale rischiano a breve di perdere il posto. Sono numeri che mettono paura. E poco è stato fatto a sostegno dell’impresa. Niente è stato fatto, diciamo, assolutamente niente”. 

Il suo slogan è “riaccendiamo le luci dei nostri centri storici”. Cosa intende?
“Quello che io raccomando a tutti è che, nel momento in cui si riapriranno le attività, andassero a comprare nel negozio di vicinato, nel negozio sotto casa. L’esempio è: guardate un attimo com’è la città in questo momento, i centri storici, con tutte le luci spente, tutti i negozi chiusi. Ma è questo che vogliamo noi? Vogliamo che i negozi rimangano chiusi e che si spengano le luci della città. magari per aprire 4-5 centri commerciali a 3-4 chilometri dal centro della città e andare tutti i giorni là? Ma che ci stiamo perdendo? Ci stiamo perdendo tutte le cose più belle che abbiamo, i centri storici”.

In prospettiva, dunque, acquisti più consapevoli per rilanciare il sistema Paese?
“Stiamo più attenti, facciamo rigirare i soldi, i soldi dell’online vanno a finire in Olanda, Amazon su ogni spedizione che noi facciamo, se io vendo un capo che costa 100 euro, 15 euro se li prende Amazon, il 15 per cento. Tutti questi soldi vanno a finire tutti quanti in Olanda dove non ci pagano le tasse. Invece se i 15 euro rimanessero ai commercianti di Viterbo, il commerciante di Viterbo rimette a posto il negozio, lo allarga, lo fa più bello. Questo bisogna fare capire alla gente”. 

Lei nel frattempo ha appena riconvertito le sue due sartorie alle mascherine anticontagio?
“Stiamo finendo di allestire i laboratori, spostando le macchine da cucire e riorganizzando il lavoro degli 11 dipendenti. Siamo partiti lunedì con i primi 200 prototipi, per arrivare a produrre 300 mascherine fatte a mano il giorno successivo. Abbiamo realizzato un tipo di mascherina che ha l’interno cambiabile in puro cotone e può essere lavata. Poi ci sono dei filtri che si mettono dentro invece di buttare la mascherina: il filtro altro non sarebbe che il Tnt, il tessuto non tessuto, oppure va bene anche la carta forno, che non fa entrare all’interno delle microparticelle. Vendiamo al negozio, ma stamattina mi hanno telefonato anche la Asl e il Comune di Rieti, essendo andati in deroga tutti i vincoli che c’erano prima”. 

Silvana Cortignani


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26 marzo, 2020

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