--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - Anna Maghi dell’associazione Erinna commenta la proposta dell’Onu per aiutare chi subisce maltrattamenti in questo periodo di emergenza

“Violenza sulle donne, bene i sistemi di allarme nelle farmacie ma poi servono le istituzioni”

di Maurizia Marcoaldi
Condividi la notizia:

Anna Maghi

Anna Maghi

Viterbo – Il rimanere a casa per via dell’emergenza coronavirus mette tutti al riparo da nuovi possibili contagi. E’ quindi un bene. C’è però un “ma”. Un’eccezione. Il riferimento è a tutte quelle donne che sono vittime di violenza domestica e che stanno trascorrendo i loro giorni in casa con chi le maltratta. Qualche giorno fa l’appello del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha esortato i governi a prendere misure per prevenire la violenza contro le donne in questo periodo di emergenza. La proposta di Guterres è stata quella di predisporre sistemi di allarme di emergenza nelle farmacie e nei negozi di alimentari, gli unici a rimanere aperti in molti paesi. Un modo per permettere alle donne di chiedere aiuto in modo sicuro, senza che il proprio aguzzino se ne accorga. A parlare di questo è Anna Maghi, presidente dell’associazione Erinna.

E’ una buona idea quella lanciata dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres?
“Certamente. In questo modo le donne vittime di violenza se trovano un modo per uscire di casa possono poi allertare con i dispositivi. Però rimane un problema. Dove possono poi trovare rifugio queste donne? Con l’allarme la persona fa capire che è in difficoltà, ma poi dopo può essere accolta? In questo periodo di emergenza chi gestisce i centri deve tutelare chi è già all’interno e non può quindi introdurre una persona senza sapere il suo stato di salute con estrema certezza. Bisognerebbe quindi pensare a dove portare queste persone che chiedono aiuto. Bisognerebbe preparare un dopo. Magari i comuni, la provincia o la regione potrebbero mettere a disposizione un locale per cui la persona può stare lì 14 giorni di quarantena e poi, una volta constatato il suo stato di salute, poterla fare entrare nel centro rifugio”.

Qual è la situazione delle donne che subiscono violenza in questo periodo di pandemia?
“Noi purtroppo abbiamo chiuso definitivamente il centro l’8 marzo per una serie di ragioni. Imputiamo questa decisione alla disattenzione istituzionale e anche alla nostra stanchezza. Noi l’ultimo giorno che siamo state lì, l’8 marzo, abbiamo ricevuto un paio di telefonate e le abbiamo dirottate alla Asl e poi non abbiamo più potuto accedere al centro. Non possiamo quindi sapere se ci sono state altre chiamate. L’ultima nostra accoglienza è stata fatta il 4 di marzo. In questi ultimi giorni abbiamo ricevuto due richieste di aiuto tramite posta elettronica e le abbiamo dirottate al cellulare della Asl che è attivo dalle 8 alle 20. Abbiamo però notizie tramite la rete nazionale”.

Quali sono?
“Le notizie ci dicono che le donne vivono una grossa difficoltà. Essendo infatti chiuse in casa con il maltrattante non hanno la libertà di chiamare il centro o gli altri enti. In questo periodo molte donne, in base alle notizie che riceviamo dagli altri centri, se chiamano decidono poi di non farsi più sentire. Comunque c’è qualche emergenza perché nelle casa rifugio hanno delle difficoltà. La difficoltà riguarda anche la reperibilità delle mascherine. E c’è il problema di introdurre un nuovo elemento di cui non si sa con certezza lo stato di salute”.

Per le mascherine si sta facendo qualcosa?
“Quello che posso dire è che la nostra associazione nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) sta lavorando a una convenzione con l’Unhcr. Un progetto, a cui anche Erinna ha partecipato, tramite il quale l’Unhcr ha messo a disposizione delle mascherine per le case rifugio”.

Il centro Erinna ha chiuso, ma l’associazione continua a essere attiva sul territorio?
“Abbiamo chiuso il centro, ma l’associazione rimane. Continuiamo a seguire le donne che sono arrivate da noi fino all’8 marzo. Accoglienze nuove però non le possiamo fare. L’associazione comunque rimane e sarà più viva che mai. Abbiamo pensato a tante iniziative per la sensibilizzazione, la prevenzione o i lavori con le scuole. Tutto il terreno culturale legato alla violenza sulle donne verrà portato avanti”.

Maurizia Marcoaldi


Condividi la notizia:
10 aprile, 2020

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR