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Il giornale di mezzanotte - L'opinione del sociologo -

Con il Covid-19 non siamo davanti ad una minaccia politica

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Molti studi si sono susseguiti, in questi ultimi decenni, sul ruolo e sui meccanismi della scienza. Non starò qui a dilungarmi più di tanto sulla conoscenza scientifica e sulla sua funzione nel più vasto oceano della conoscenza umana, che è divisa tra ragione e sentimento, tra logica e metodologia da una parte e intuizione dall’altra.

Va comunque chiarito che la conoscenza scientifica è solo uno dei modi di conoscere la realtà fenomenica e non è neanche del tutto oggettiva come si vuol credere. Essa infatti dipende da una progressiva acquisizione di saperi sul mondo fenomenologico, che cammina in modo diverso a seconda delle discipline.

Un sapere che è più stringente, più spendibile in termini matematici, nelle cosiddette scienze dure (chimica,fisica, biologia), meno in altre come la sismologia, la meteorologia o la medicina, dialetticamente rafforzabile in quelle storico-sociali.

In generale, superata la sbornia del neopositivismo, si può dire – con scienziati come Heisenberg e Einstein, e filosofi della scienza come Popper, che la scienza propone verità convenzionali, condivise, provvisorie, valide fino a prova contraria. Insomma, le verità scientifiche vanno sempre e continuamente provate e corroborate.

Lo scienziato che pensa di parlare una volta per tutte, di possedere la verità, è solo preso da un delirio di onnipotenza che peraltro, in questa modernità razionale e protesa verso un rapido progresso tecnologico, rischia di manifestarsi talvolta in taluni soggetti in camice bianco che si aggirano nei laboratori più sofisticati del mondo.

Che la scienza onesta, quella vera, su certi problemi abbia l’ultima parola è comunque assodato e anzi augurabile, perché appare molto più attendibile di qualsiasi opinione di natura ideologica o anche soltanto etica, che inevitabilmente soffre dei condizionamenti della temperie storica. La scienza onesta infatti illustra e spiega usando termini probabilistici (se A allora B al 70, 80, 90, 95, 99%, ecc,) e tende a considerare i fenomeni come il prodotto complesso di più concause, ciascuna con un peso diverso.

Nel caso in cui le sue conoscenze siano ampie e profonde, la scienza vera è in grado di indicare la risposta al problema, o quanto meno i percorsi per prevenirlo o ridurlo al minimo; mentre nel caso in cui le sue conoscenze non siano sufficientemente approfondite, indica soluzioni di vasto spettro che richiamano alla precauzione, cioè a meccanismi volti a evitare di incontrare la minaccia.

E’ quanto ciascuno di noi ha potuto osservare in questi tempi di covid-19. Come virus nuovo, la scienza ha preferito avanzare risposte precauzionali, riservandosi di passare a strategie di opposizione diretta (cura) o di prevenzione (vaccino) non appena abbia maturato le necessarie esperienze.

Ma gli studi sulla scienza si sono occupati anche della sua organizzazione interna e sul suo ruolo nella società, due aspetti sovente correlati fra loro.

Al suo interno, la scienza pratica in genere la messa in comune dei saperi, svincolandosi dagli interessi di parte e operando non per il bene di pochi ma di tutti e, inoltre, senza farsi subornare da verità preconfezionate.

A questi imperativi – descritti a suo tempo da Robert K. Merton – si affiancano poi le regole di organizzazione interna, la differenziazione delle scuole di pensiero, i meccanismi di garanzia perché certe nozioni diventino patrimonio comune e sano messe al servizio dell’umanità.

Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. In democrazia è probabile che la scienza riesca ad essere svincolata dal condizionamento di certi poteri politici, anche se poi per ottenere fondi e sostegno è spesso costretta ad entrare sul mercato per cercare di strappare una sovvenzione o anche soltanto la dovuta attenzione; viceversa, sotto le dittature la scienza diventa strumento al servizio del regime.

Inoltre, al suo interno sovente si creano gerarchie e procedimenti che tendono a rafforzare certe gerarchie, specie accademiche: è noto come molti scienziati innovatori abbiano avito difficoltà a farsi sentire, proprio perché finivano per mettere in discussione verità e potentati consolidati nella stessa comunità scientifica.

Detto questo, è chiaro che tra scienza e politica, in ogni caso, si viene a creare un rapporto dialettico. La politica spesso cerca di tirare la scienza per la giacchetta, per fasi omologare le proprie decisioni facendole passare per necessarie e obbligate; e la scienza talvolta tenta di sostituirsi alla politica offrendo soluzioni considerate incontrovertibili, ma che magari non tengono conto di altre variabili di tipo sociale ed economico.

Le vicende attuali, dal lockdown alla fase 2, dal conflitto tra Governo centrale e regioni al dibattito parlamentare sui diritti costituzionali, mettono in evidenza la complessità del rapporto tra politica e scienza, ma anche delle spaccature che si verificano all’interno di ciascuna di esse.

Passi per le spaccature politiche, sono il sale della democrazia e fanno parte del gioco elettorale; ma quelle all’interno della scienza – tra vax e no-vax, tra clinici e ricercatori, tra scienziati veri e millantatori – sono la prova di quanto si diceva, cioè della possibile disomogeneità di taluni meccanismi scientifici e del rischio di alimentare un mondo di pericolose fake news.

Ci sono allora alcun considerazioni che mi sembra di poter avanzare. Innanzitutto, che con il Covid-19 non siamo davanti ad una minaccia politica, che al limite qualcuno potrebbe vedere come benedetta (si pensi ad un nemico liberatore).

Siamo di fronte ad una minaccia fattuale che procede secondo leggi naturali uguali per tutti. In tal caso, l’ideologia conta poco. Sono i fatti a parlare, quelli oggetto di valutazione di tipo logico- sperimentale propri della scienza.

Ma la scelta non la fanno gli scienziati, che fra l’altro possono mancare – nella loro specializzazione – della visione d’insieme del problemi.

Perché la pandemia non miete solo vittime, non mette solo a dura prova un sistema sanitario e di welfare, ma distrugge anche lavoro, economia, reddito, consumi, ordine sociale, qualità della vita, creando problemi di convivenza e di sopravvivenza sociale. La scelta allora sta ai politici? In questo caso, essi hanno il polso degli effetti sociali ed economici del problema, ma non conoscono il problema. Di conseguenza, l’accordo tra scienza e politica è inevitabile. Ma con una osservazione di non secondaria importanza: chi legge il problema è lo scienziato, ma chi si assume la responsabilità decisionale è il politico, specie se è costretto a barcamenarsi fra scelte impopolari ma necessarie e concessioni per mantenersi o farsi gradito all’elettorato. L’alleanza è necessaria, ma non scontata.

E’ evidentissimo l’atteggiamento di alcuni governatori e sindaci, che tendono a forzare la mano delle decisioni consigliate dagli scienziati per non rendersi impopolari presso il loro pubblico; se ne assumono la responsabilità?

E’ sperabile che avvenga così, nel bene – se la fiducia nei loro concittadini e ripagata – o nel male, se hanno lasciato adito ad una pericolosa demagogia. Perchè poi, parliamoci chiaro: in tempi di contagio uno che rischia su posto di lavoro è un eroe, che sia un sanitario, un operaio, un cassiere del supermercato o un poliziotto, perché sa di rischiare per portare uno stipendio in famiglia e per mandare avanti la comune baracca di una società che altrimenti rischia di saltare sulle mine del disastro sociale; ma chi esige libertà solo per combattere la noia, per ripristinare la sua sfera dei divertimenti o per provare il brivido dell’anticonformismo, magari citando a vanvera la Costituzione, allora rischia di passare per un irresponsabile.

Il problema è laddove l’industria produttiva e il mercato occupazionale del tempo libero si incontrano con le inclinazioni e le abitudini dei consumatori, quindi nel turismo, nella ristorazione, nello spettacolo (anche sportivo), che oggi hanno assunto valenza economica, sociale e culturale fondamentale.

Ed è qui il punto critico della funzione della politica: quella di saper conciliare l’esigenza di proteggere l’economia di settore e allo stesso tempo di regolare i comportamenti dei cittadini consumatori secondo una logica precauzionale di origine scientifica.

Una impresa che lo scienziato, nella ristretta logica di causa/effetto che è abituato a praticare, potrebbe risolvere in modo draconiano, ma che il politico, che deve mediare con le dinamiche sociali, con gli stili di vita e i bisogni secondari della società, è costretto ad affrontare con molta ragionevolezza, molta accortezza e, possibilmente, senza le pastoie del pregiudizio ideologico.

A volte, sembra un montagna difficile da scalare: fanno sorridere i sindaci, i governatori che lodano il senso di responsabilità della loro popolazione, mentre alle loro spalle scorrono immagini di ordinaria follia, tra assembramenti e volti senza mascherine, quasi che il virus si fosse ritirato sa solo, non che gli fosse stato impedito a prezzo di grandi sacrifici di diffondersi come avrebbe potuto e come sta facendo in quei Paesi dove, senza trarre lezione dalle nostre tragedie, hanno sottovalutato la minaccia e sopravvalutato sé stessi.

Francesco Mattioli


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28 maggio, 2020

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