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Il giornale di mezzanotte - Cultura - Il tenore viterbese Antonio Poli si racconta in questo periodo di emergenza Coronavirus e di lotta per la tutela degli artisti

“Un periodo difficile per la nostra categoria, stiamo combattendo una battaglia enorme”

di Elisa Cappelli
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Antonio Poli

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Antonio Poli

Viterbo – “Un periodo difficile per la nostra categoria, stiamo combattendo una battaglia enorme”. All’indomani della messa in onda su Rai 5 in prima assoluta della Traviata che lo vede protagonista nel ruolo di Alfredo Germont, il tenore viterbese Antonio Poli si racconta in un periodo difficile che molto ha provato ogni settore lavorativo, ma soprattutto quello dello spettacolo e della cultura.

L’emergenza Coronavirus e il conseguente lockdown ha messo gli artisti con le spalle al muro e riprendersi non è facile, specialmente se si pensa a quanto questo settore, a tutti i livelli, sia davvero poco tutelato.

Antonio Poli sta raggiungendo un notevole successo sia in Italia che all’estero con riconoscimenti ed esibizioni di grande prestigio.

Il tenore racconta la sua quarantena, la lotta del mondo artistico, i progetti per il futuro – tra cui un’importante esibizione alla Bbc di Londra – e l’incontro con i suoi idoli.

Come ha vissuto il periodo di isolamento a causa dell’emergenza Coronavirus?
“Sicuramente un periodo difficile per tutti quanti, per noi artisti forse ancora di più perché stiamo combattendo una battaglia enorme. Noi, purtroppo, essendo professionisti dello spettacolo, siamo tutelati quasi in nulla. Adesso sembra che pian piano si stia muovendo qualcosa. Veniamo pagati a serata, quindi se non lavoriamo non ci viene corrisposto nulla. I contratti cancellati sono stati posticipati a data da destinarsi e non è stato dato nulla, perdere sei mesi di lavoro è imponente. Ci sarà da vedere se si ricomincerà a settembre e come. Nonostante questo è stato un periodo di rinascita per tutti, è servito a capire le cose importanti, i valori. Lo stare a casa, per chi fa il mio mestiere, è un privilegio, perché noi non ci siamo mai. Questa clausura forzata  ti fa godere di quello che hai intorno”.

Dove sta passando la quarantena?
“Sono a casa mia in campagna a Bagnaia, faccio l’orto, sto insieme alla mia compagna, al mio cane e continuo a studiare i ruoli in cui dovrò debuttare. Prossimamente si potrà andare a Roma e tornerò dalla mia insegnante. Però per ora faccio questo, mi godo la famiglia e i nipoti. Poi si vedrà come tornare in teatro”.

Le è capitato di studiare in videoconferenza durante la quarantena?
“No, sono un po’ titubante su queste lezioni in videoconferenza perché la qualità audio e video è scarsa. Il canto è un qualcosa di talmente sottile e sensibile che giudicare un suono giusto o sbagliato da una telecamera e dall’audio del computer è una cosa un po’ azzardata. Ho continuato a studiare da solo”.

Quali sono i ruoli che sta studiando?
“Mi sto preparando per il Faust di Gounod a Venezia, Mefistofele di Boito a Piacenza e Modena, apriremo la stagione dell’Opera di Roma con La clemenza di Tito con Daniele Gatti, il Requiem di Verdi alla Bbc di Londra, il requiem di Mozart al teatro San Carlo di Napoli. Gli impegni sono tanti, però incrociamo le dita e speriamo di riuscire a fare tutto”.

Dopo il Coronavirus e la quarantena cambierà il mondo dello spettacolo?
“Sicuramente sì, a meno che non si trovi un vaccino che permetta di far tornare tutto alla normalità, ci dovremo adattare. Già tanti teatri lo stanno facendo. Ho parlato con il sovrintendente del teatro di Venezia e mi ha detto che stanno rivoluzionando un po’ tutto. Metteranno la buca dell’orchestra in mezzo al pubblico e dietro il palcoscenico tutta la parte per il pubblico, come stare sulla nave, da un lato e dall’altro. Il San Carlo di Napoli si sta organizzando per fare degli spettacoli all’aperto a luglio. C’è anche la possibilità dello streaming di cui parlava Franceschini, bisogna vedere se sarà possibile e come sarà possibile.
Sperò però che ci sia anche un migliorare la vita dell’artista, perché i nostri contratti ci salvaguardano ben poco”.

Ci spiega meglio?
“In un mese di prove, se facciamo cinque recite e cinque recite perdiamo per qualsiasi motivo, non ci viene rimborsato nulla però noi paghiamo comunque vitto e alloggio. Mentre prima venivano pagate le prove, venivano corrisposti agli artisti anche i diritti dei dischi, delle riprese, delle prove generali. Quindi sicuramente questa crisi servirà anche per rafforzare la nostra categoria. La cosa che mi fa un po’ tristezza – lo vedevo su dei blog di cantanti molto famosi – è che in Germania ci stanno già i distanziamenti però poi si può volare tutti seduti vicini, quindi il mondo dello spettacolo si sta un po’ rivoltando”.

E sul palco cosa cambierà?
“Credo che prevarranno le opere concertanti perché si può stare a distanza. Il sovrintendente sta studiando insieme a Mario Martone una regia che permetta ai cantanti di esibirsi nel rispetto delle norme. Sarà brutto perché l’opera è fatta di contatto fisico, d’altronde si parla di amore e di sentimenti”.

Il vostro settore è quello che sta soffrendo di più?
“Sì, il nostro mondo è quello che sta soffrendo di più e sicuramente è quello che ricomincerà più tardi di tutti insieme al cinema o insieme al balletto. Spero che sia un periodo per riflettere e capire che cosa vuol dire cultura ed essere delle persone d’arte”.

Siete un po’ sul piede di guerra quindi… Il governo è stato un po’ assente.
“All’inizio non si è parlato per nulla dello spettacolo, poi ci sono stati degli incontri con il ministro Franceschini e sembra che le cose si stiano muovendo su un altro fronte ma ci vorrà ancora tanto sforzo. L’Italia è una delle nazioni che sotto questo aspetto è poco salvaguardata, se la confrontiamo con l’America ad esempio”.

Cioè?
“In America c’è un sindacato che ha iscritti dal 1930. Quando un artista stipula un contratto con un teatro americano deve essere iscritto a questo sindacato al quale darà il 2% del suo fatturato ma è salvaguardato in tutto: se la recita viene annullata o se il teatro decide di non scritturare più l’artista, quest’ultimo viene pagato in toto. Spero che questa cosa possa esserci anche in Italia perché è molto importante. Noi che siamo a un livello già alto abbiamo qualche risparmio messo da parte e cerchiamo di andare avanti, ma ci sono persone che lavorano poco, hanno famiglia, hanno mutui, hanno bollette e senza quei soldi non riescono a vivere”.

Chi sono i suoi miti? E’ riuscito ad incontrarli?
“Uno dei miei miti è stato Placido Domingo perché ho iniziato questo mestiere ascoltando un suo disco, mi ispiravo molto a lui. L’ho conosciuto e ci ho cantato anche insieme, è stata veramente un’emozione incredibile. Poi anche il maestro Riccardo Muti che seguivo da bambino quando facevano vedere le dirette dalla Scala in tv. Incontrarlo, cantare per lui e collaborare con lui è stata una gioia enorme e mi ha insegnato molto. L’unico grande rammarico è non aver conosciuto Luciano Pavarotti perché quando io iniziavo a studiare lui era già anziano e stava già male”.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?
“Se avete dei sogni nel cassetto portateli avanti perché chi sogna e vuole arrivare da qualche parte poi ci arriva. Bisogna essere appassionati ma anche lucidi: dovete capire se questa è la strada giusta per voi e continuare con perseveranza. E’ un mestiere lungo, difficile e si deve studiare tanto. Ogni anno, ogni periodo che passa necessità del giusto studio per arrivare ai vertici massimi. Bisogna continuare con amore perché se si è fatti per questo mestiere si va avanti. Artisti si nasce, non si diventa. Se lo si ha dentro lo si può sviluppare. Io ci sto riuscendo, sono felice e spero di vedervi insieme a me sul palcoscenico”.

Elisa Cappelli


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25 maggio, 2020

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