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Operazione Erostrato - Riflettori accesi sull'uomo al vertice di mafia viterbese con Giuseppe Trovato - Oggi la sentenza per i dieci imputati cui viene contestata l'aggravante del 416 bis

Il boss Rebeshi, dal controllo del traffico di cocaina all’esclusiva delle serate danzanti al Theatrò

di Silvana Cortignani

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Mafia a Viterbo - I tredici arrestati

Mafia a Viterbo – I tredici arrestati

Ismail Rebeshi

Ismail Rebeshi

Giuseppe Trovato

Giuseppe Trovato

Viterbo – Mafia viterbese, oggi è il giorno della sentenza per i dieci imputati cui viene contestata l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso che hanno scelto di essere processati col rito abbreviato davanti al gup Emanuela Attura del tribunale di Roma.

Prima della camera di consiglio, il giudice ascolterà le repliche del pm Fabrizio Tucci relativamente al tema dell’utilizzabilità della intercettazioni sollevato dal difensore del presunto boss Giuseppe Trovato, l’avvocato Giuseppe Di Renzo. Poi sarà la volta delle spontanee dichiarazioni dell’altro presunto boss del gruppo criminale italo-albanese sgominato con i tredici arresti del 25 gennaio 2019, ovvero Ismail Rebeshi.

Secondo il difensore Roberto Afeltra, il 37enne, che parlerà in collegamento video dal carcere di Cuneo, dove è detenuto in regime di 41-bis, non dovrebbe fare rivelazioni clamorose. “Deve dire qualcosa relativamente a una delle presunte vittime”, anticipa il legale. Si tratterebbe di uno dei due romeni organizzatori di serate da ballo per stranieri alla discoteca Theatrò di Viterbo, sulla Cassia Nord, la cui attività Rebeshi è accusato di avere “scoraggiato” a suon di minacce (“io vi rompo il culo, me la prendo anche con un bambino di un anno”) e gesti intimidatori (come le teste mozzate di animali sull’ingresso). 

Il legale, intanto, oltre all’assoluzione ha chiesto anche la scarcerazione del 37enne per decorrenza dei termini della “contestazione a catena” con Cagliari (l’arresto per traffico internazionale di stupefacenti del 26 novembre 2018 nell’ambito dell’operazione Ichnos su input dei carabinieri di Carbonia).

Si parla di cocaina. Cocaina che sarebbe anche al centro dell’inchiesta parallela, non ancora chiusa, a carico di Rebeshi e altri 5-6 indagati in procedimento connesso, tra i quali il pentito Sokol Dervishi, diventato collaboratore di giustizia proprio in questo contesto. 

“Poco prima dell’arresto di Rebeshi del novembre 2018 – ha detto Dervishi al pm Tucci – abbiamo portato le macchine utilizzate dai corrieri della droga nel piazzale del concessionario di Rebeshi con lo scopo di venderle perché potevano essere attenzionate dalle forze dell’ordine. Ricordo che era stata rinvenuta un microspia in una Volvo V70”.

Cocaina che, secondo Dervishi, sarebbe stata già fornita da Rebeshi, una decina di anni fa, a due noti fratelli albanesi di Bagnaia che gli hanno poi presentato Trovato. Cocaina che ha condotto gli investigatori sulle tracce di un’altra banda di spacciatori concorrenti, sempre albanesi, attivi in mezza provincia con l’impiego di “manovalanza” italiana, smantellata l’anno corso con l’operazione Underground (quelli che nascondevano la cocaina nei barattoli di riso seppelliti sulla Palanzana).

Le due bande, secondo Dervishi, sarebbero giunte ai ferri corti per il controllo del mercato dello spaccio e i sodali di Rebeshi e Trovato avrebbero per questo bruciato la macchina di uno dei loro corrieri italiani. 


A Viterbo la “mafia”, in Sardegna sei chili di cocaina

La difesa chiede la scarcerazione del presunto boss albanese, in carcere da oltre un anno e mezzo tra narcotraffico e mafia viterbese, per decorrenza dei termini della “contestazione a catena” con Cagliari.

In soli tre mesi, da novembre 2017 a febbraio 2018, Rebeshi – arrestato il 26 novembre 2018 e poi raggiunto in carcere, il 25 gennaio 2019, dalla misura cautelare per mafia viterbese – sarebbe riuscito a rifornire un gruppo sardo di un chilo e mezzo di eroina e di sei chili di cocaina. Cocaina purissima. Pura al 93 per cento, dicono le carte dell’operazione Ichnos, sfociata in cinque arresti.

Il periodo è lo stesso in cui “mafia viterbese” avrebbe cercato di imporsi nella città dei papi a forza di attentati incendiari e azioni intimidatorie. Trovato per avere il controllo dei compro oro. Rebeshi per gestire in esclusiva il fiorente traffico di cocaina del capoluogo.

Rebeshi, in carcere ormai da quasi 19 mesi, è noto alle forze dell’ordine dal 2005 quando, a soli 22 anni, è stato arrestato con un connazionale, in un’area di servizio di Modena, con mezzo chilo di cocaina nascosta sotto il sedile dall’auto. Per questo reato ha patteggiato, in via definitiva, tre anni di reclusione. 


“Rebeshi presentato a Trovato da due fratelli albanesi di Bagnaia”

Uno dei due fratelli albanesi di Bagnaia, assieme a due connazionali, a novembre 2005 patteggiò una condanna a tre anni e dieci mesi di reclusione per il tentato omicidio di un altro connazionale cui il 7 novembre 2004 era stato dato fuoco in piazza della Morte, secondo l’accusa perché gay, riportando ustioni che hanno sfigurato l’ottanta per cento del suo corpo. 

Rebeshi li avrebbe conosciuti già, quando fu arrestato la prima volta, l’8 giugno 2010 nell’operazione Gullit, su richiesta dell’allora procuratore antimafia Roberto Staffa. In manette finirono otto presunti trafficanti, indagati a piede libero 11 pusher. La maxinchiesta portò alla scoperta di un presunto cartello dedito al traffico internazionale. Un network di matrice albanese, operante nel centro Italia, con basi operative in Roma, Viterbo, Livorno, e piattaforme di stoccaggio in Belgio e Albania. Giudicato con rito abbreviato, Rebeshi è stato assolto dal reato associativo e condannato in via definitiva a due anni di reclusione.

Una persona di fiducia. Per questo Rebeshi avrebbe fatto venire a Viterbo il compaesano Dervishi. “Sapevo – ha detto l’ex braccio destro del boss diventato collaboratore di giustizia al pm Tucci – che già nel 2010, quando fu arrestato per droga, Rebeshi, poi uscito nel 2014, forniva cocaina al ‘gruppo familiare’ dei due fratelli albanesi di Bagnaia. Qualche volta anche io li rifornivo di cocaina”.

“Rebeshi e Trovato – ha spiegato – erano legati proprio dai fratelli albanesi di Bagnaia. Erano loro che conoscevano prima Trovato”.

“Rebeshi forniva la droga al gruppo di Bagnaia, cocaina, che veniva fornita a Rebeshi da albanesi da Roma – ha detto il collaboratore – Rebeshi dava loro 50 grammi ogni due settimane”.


“Trovato aiutava Rebeshi per il controllo della droga”

La cocaina sarebbe arrivata da Roma e Rebeshi avrebbe rifornito anche un altro gruppo di albanesi, tra cui la banda di presunti trafficanti internazionali albanesi sgominata con l’operazione Underground del 13 giugno 2019 (anche in questo caso su richiesta della Dda di Roma).

“Rebeshi gli aveva già dato un chilo di cocaina e loro sono venuti per prendere un altro – ha raccontato il pentito Dervishi al pm Tucci –  al bar Rebeshi gli dà una prova per fargli vedere se è buona o no. La provano, dicono ‘ci piace’ e Rebeshi gliela consegna giorni dopo. Ma a loro non gli piace, gliela rimandano indietro. Succede un conflitto, perché gliela portano indietro e vanno a prenderla da un’altra parte, da come mi ha detto Rebeshi. Poi ritornano ancora da lui, gli chiedono la cocaina, ma Rebeshi non gliela dà”.

Poi sarebbe successo l’episodio che avrebbe scatenato la “guerra” tra le due bande di albanesi.

“A un loro corriere – dice il collaboratore – gli hanno trovato 50 grammi e lo hanno arrestato. Loro hanno dato la colpa a Rebeshi, dicendo che era un infame, che aveva detto lui alle forze dell’ordine di arrestare. Motivo per cui è iniziato un conflitto, loro volevano bruciare le macchine nel piazzale di Rebeshi. Noi abbiamo bruciato la macchina al loro corriere. Lo abbiamo deciso durante una cena, per fare un favore a Rebeshi. Trovato aveva già programmato, mangiavamo e ha detto: ‘Guarda, c’ho tutto, facciamo questo dispetto a questo qua così loro vengono da noi’. Trovato aiutava Rebeshi per il controllo della droga e Rebeshi aiutava Trovato per il controllo dei compro oro”.

Silvana Cortignani

 


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11 giugno, 2020

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