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Operazione Erostrato - Per l'avvocato che assiste l'imprenditore d'origine calabrese: "Al più illecita concorrenza o associazione per delinquere di tipo semplice"

Mafia viterbese, la difesa del boss Giuseppe Trovato: “Inutilizzabili le dichiarazioni del pentito Dervishi”

di Silvana Cortignani
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Giuseppe Trovato

Il (presunto) boss Giuseppe Trovato

L'avvocato Giuseppe Di Renzo

L’avvocato Giuseppe Di Renzo – Difende Trovato

Mafia a Viterbo - Sokol Dervishi

Il pentito (e imputato) Sokol Dervishi

Viterbo – “Mafia viterbese, la difesa del boss Giuseppe Trovato: “Inutilizzabili le dichiarazioni del pentito Dervishi”.

Udienza fiume ieri a Roma per sentire gli avvocati dei boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato le cui discussioni sono proseguite per circa sette ore. L’avvocato Giuseppe Di Renzo, che assiste Trovato, chiede la derubricazione in illecita concorrenza mediante minaccia o violenza oppure la riqualificazione del 416 bis in associazione a delinquere di tipo semplice e l’esclusione del metodo mafioso dai cosiddetti reati scopo. 

Ho contestato non tanto la qualificazione dell’associazione come mafia minore, sul modello del clan Fasciani di Roma, o piccola mafia oppure mafia delocalizzata o mafia silente – spiega Di Renzo –  perché io ritengo che qui manchi proprio il presupposto fondante dell’associazione, cioè un programma stabile e predeterminato, una cassa comune, gerarchie, ruoli, ruolo di direzione, meccanismi di affiliazione, meccanismi di assoggettamento della popolazione, un ampio programma associativo incidente sulla vita sociale, sulla vita politica, sulla vita pubblica, sul tessuto imprenditoriale”.

Di Renzo ha messo inoltre messo in discussione le dichiarazioni del pentito Sokol Dervishi. “Inutilizzabili”, ha detto il legale. E ancora: “Sono successive all’avviso di conclusione delle indagini preliminari”.  In conclusione: “La montagna ha partorito un topolino”. 

“Le dichiarazioni del collaboratore, in particolare, sono state trasmesse dopo la richiesta di rinvio a giudizio e prima del decreto di fissazione dell’udienza preliminare”, ha detto Di Renzo, aprendo così, poco dopo le 13, la sua arringa difensiva. “Non c’è stata discovery sul punto”, ha proseguito. “E non è stato fatto neppure l’avviso ai difensori”.

Infine l’ultima stoccata all’accusa: “Il rito abbreviato è stato scelto non per fronteggiare pesanti limiti edittali delle pene, ma come scelta consapevole, maturata dopo la collaborazione di Dervishi”.

In ballo l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso, per cui Trovato e Rebeshi rischiano una condanna a 20 anni in primo grado, che oltre ai presunti vertici del gruppo criminale italo-albanese attivo a  Viterbo tra il 2017 e il 2018, riguarda anche gli otto coimputati a processo col rito abbreviato davanti al gup di piazzale Clodio Emanuela Attura.

Ecco le altre richieste dell’accusa: Spartak “Ricmond” Patozi (16 anni), Shkelzen “Zen” Patozi (14 anni), Gabriele “Gamberone” Laezza (14 anni), Luigi “Gigi” Forieri (12 anni e 4 mesi), Gazmir “Gas” Gurguri (10 anni e 8 mesi), Fouzia “Sofia” Oufir (10 anni e 8 mesi), Martina Guadagno (9 anni e 4 mesi) e il pentito Sokol “Codino” Dervishi (8 anni). Tutti e dieci sono in carcere, dislocati in altrettanti distinti penitenziari italiani, ormai da quasi un anno e mezzo. 

L’eventuale esclusione dell’aggravante del 416 bis del codice penale riguarda, di riflesso, anche i due imprenditori viterbesi e l’operaio d’origine romena (Manuel Pecci, Emanule Erasmi e Ionel Pavel), cui viene contestata la “sola” aggravante del metodo mafioso che hanno scelto l’ordinario, in corso davanti al collegio di via Falcone e Borsellino, la cui sorte è appesa a quella degli altri arrestati nel blitz sfociato in tredici misure di custodia cautelare il 25 gennaio 2019. Per loro il processo riprenderà il 24 giugno. 

Tornando all’udienza di ieri, per prima ha parlato l’avvocatessa Tiziana D’Agosto che col collega Di Renzo, entrambi iscritti al foro di Lamezia Terme, assiste Trovato e la compagna Fouzia Oufir. 

“Non c’è l’associazione mafiosa – ha esordito la D’Agosto – perché non c’è l’alea di necessaria intimidazione che deve precedere i reati scopo. Impropriamente si intende provare attraverso i reati scopo che sarebbero per i pm la prova logica e diretta del reato associativo”.

In altre parole: “In realtà prima dei reati scopo, a Viterbo, si sarebbe dovuta avvertire l’alea di mafiosità, il che non c’è stato”. 

Al termine dell’udienza, che si è conclusa attorno alle cinque di ieri pomeriggio, il gup ha rinviato a giovedì per le repliche dei pm e le spontanee dichiarazioni di Rebeshi, prima della sentenza. 


“Azioni idonee a coartare le vittime e un numero indeterminato di persone”

Nessun dubbio, per i pm Giovanni Musarà e Fabrizio Tucci, sulla sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso. Per la coppia di magistrati il sodalizio si è reso responsabile di:”Azioni con i caratteri propri della intimidazione delle organizzazioni criminali di stampo mafioso o comunque con modalità idonee a coartare psicologicamente le vittime e la volontà di un numero indeterminato di persone in modo tale da richiamare alla mente di queste ultime comportamenti ritenuti propri di chi appartenga a sodalizi criminali di stampo mafioso. Con l’aggravante di essere stato commesso il fatto da persone che fanno parte dell ‘associazione di cui all’art. 416 bis cp”.


Obiettivo compro oro, anno di fuoco 2017

Bruciare le macchine sarebbe stata la la prassi per assoggettare le vittime e, nel caso dei compro oro, costringerli a chiudere bottega. Anno di fuoco il 2017: tra le vittime maggiormente tartassate dal sodalizio di Trovato e Rebeshi la coppia di gestori di compro oro composta da Eleonora Macrì e Gabriele Petrini e Fabiola Bacianino (tra le 19 parti civili su 47 parti offese) costretti a forza di attentati incendiari a chiudere le proprie attività. 

Giuseppe Trovato, titolare di tre negozi di compro oro a Viterbo, decide, secondo l’accusa, di prendere il controllo di tutte le attività del settore e imporre le proprie condizioni a clienti e concorrenti. Per questo è considerato “l’ideatore e mandante di tutte le condotte nonché l’esecutore di alcune delle azioni criminose”. Complici, fin dalla prim’ora, l’altro capo, Ismail Rebeshi, l’ex braccio destro ora pentito Sokol Dervishi, Gabriele Laezza, Spartak Patozi e il fratello Shkelzen Patozi.


Due macchine bruciate, lumini da morto e teste mozzate di animali…

Tra le vittime che hanno pagato più cara la ferocia di mafia viterbese, secondo l’accusa, c’è la titolare del compro oro di via Genova, Fabiola Bacianini. Tra le 19 parti civili su 47 parti offese del processo, è stata costretta a chiudere la sua attività dopo essere stata terrorizzata da un mese e mezzo di vessazioni, con un bilancio pesantissimo, sia da un punto di vista psicologico che materiale. La notte tra il 24 e il 25 settembre 2017, è toccato alla sua Lancia Musa, mentre la notte tra il 4 e il 5 ottobre 2017 è stata data alle fiamme anche la sua Citroen C3.

Pochi giorni dopo, la notte del 16 ottobre, la banda ha infranto il vetro antisfondamento del negozio, lasciando all’ingresso del negozio due lumini votivi quale minaccia di morte e scrivendo, con vernice spray, sulla porta di ingresso la frase: “Dammi li sordi”. La notte tra il 9 ed il 10 novembre 2017, le furono lasciate due teste mozzate di animali con conficcati in fronte due proiettili sulla porta d’ingresso del negozio. Trovato, secondo l’accusa, avrebbe provato anche ad appiccare il fuoco, ma a causa del maltempo e del vento che tirava non sarebbe riuscito a far propagare le fiamme. Bastò lo stesso per convincere la vittima a chiudere l’attività che era la sua unica fonte di reddito. 


7 aprile-12 novembre, raffica di intimidazioni alla coppia Petrini-Macrì

Gabriele Petrini e Eleonora Macrì sono stati anche loro vittime di una raffica di intimidazioni e plurimi attentati incendiari. La prima a prendere fuoco, la notte tra il 7 e l’8 aprile 2017, è stata una Audi. Da settimane Trovato, secondo l’accusa, si appostava davanti alla loro attività e abitazione: “Reiteratamente, con fare minaccioso, facendo in modo che potessero vederlo ed avvertirne il controllo intimidatorio”. La notte tra il 25 e il 26 giugno 2017, la banda ha fatto trovare una testa d’agnello mozzata all’interno dell’utilitaria della coppia, una Seicento poi data alle fiamme il 9 novembre 2017. Gesto seguito da una spedizione notturna al negozio, il 12 novembre 2017, quando la serranda fu imbrattata con della vernice per disegnarci sopra un enorme fallo.


Cinque auto date alle fiamme tra il 4 marzo e il 18 aprile 2017

Oltre all’incendio dell’Audi di Macrì-Petrini, la notte tra il 7 e l’8 aprile, ci furono, nel giro di un mese e mezzo, altri quattro attentati incendiari addebitati a mafia viterbese. La notte tra il 4 e il 5 marzo 2017, è toccato alla Mondeo di un commerciante di preziosi in via Garbini: la banda puntava a fargli chiudere l’attività o quanto meno a praticare prezzi di acquisto con i clienti non concorrenziali a quelli di Trovato. La notte tra il 31 marzo e il primo aprile 2017, fu data alle fiamme (da Trovato, con l’immancabile braccio destro Dervishi, Spartak Patozi e Gazmir Gurguri) la Smart di un procacciatore di affari e clienti per conto di gestori di compro oro.

Doppio attentato e notte di fuoco quella tra il 18 e il 19 aprile 2017. Nella tarda serata del 18 aprile, la banda esperta in attentati incendiari, in trasferta a Capodimonte, diede alle fiamme una Bmw dello stesso commerciante di preziosi cui pochi giorni, la notte tra il 4 e il 5 marzo, prima avevano incendiato la Mondeo: un incendio talmente violento che le fiamme si propagarono fino alla palazzina, dichiarata inagibile in conseguenza dei danni riportati. Dopo di che, durante la notte, hanno proseguito la spedizione punitiva incendiando l’Audi parcheggiata nel cortile condominiale del carabiniere Massimiliano Pizzi, anche lui tra le 19 parti civili su 47 parti offese, “colpevole” di avere arrestato, a febbraio, il fratello di Rebeshi, trovato in possesso di 38 chili di marijuana.

Silvana Cortignani


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9 giugno, 2020

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