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Il giornale di mezzanotte - Viterbo - Intervista al segretario nazionale della Fai Cisl Mohamed Saady: "Il decreto sulla regolarizzazione dei lavoratori stranieri deve essere migliorato"

“Rendere visibili gli invisibili è un atto di civiltà”

di Daniele Camilli
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Viterbo – “Rendere visibili gli inviabili è un atto di civiltà. Tuttavia il decreto sull’emersione dei rapporti di lavoro approvato a maggio va rivisto”. Il segretario nazionale della Fai Cisl, Mohamed Saady, nei giorni scorsi era nella Tuscia per una serie di assemblee organizzate nelle aziende dal sindacato Cisl dei lavoratori agricoli. Per informarli sulla normativa del governo che prevede la regolarizzazione dei rapporti di lavoro.

“Innanzitutto il decreto – spiega Saady – non abbraccia una platea vasta. Potrebbero rimanere fuori dalla regolarizzazione persone che lavorano da anni nel nostro paese ma che hanno visto scadere il proprio permesso di soggiorno prima del 31 di ottobre. Potrebbe restare fuori chi lavora in nero da una vita. Infine, la scelta sull’emersione dei rapporti di lavoro viene lasciata solo nelle mani del datore di lavoro. Dovrebbe invece essere data anche al lavoratore”.


Viterbo - Mohamed Saady

Viterbo – Mohamed Saady – Segretario nazionale Fai Cisl


Segretario Saady, dopo anni anche in Italia c’è un decreto sulla regolarizzazione dei braccianti agricoli stranieri…
“L’emersione del lavoro irregolare è stato da sempre uno degli obiettivi della nostra organizzazione, così come quello di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. In particolare i lavoratori migranti del settore agroalimentare. Un percorso che parte dal 2016 quando organizzammo una grande manifestazione per spingere la politica a fare una legge contro il caporalato. Legge che alla fine è arrivata. Un percorso che proseguiamo oggi con la regolarizzazione e l’emersione dei rapporti di lavoro”.

Come giudica il decreto legge sulla regolarizzazione?
“E’ un decreto che accogliamo con soddisfazione, considerandolo un grande atto civile. Significativo anche dal punto di vista culturale. E’ giunto il momento di rendere visibili gli invisibili”.


Lavoro

Lavoro agricolo (foto di repertorio)


Avete riscontrato difficoltà nell’applicazione del decreto?
“Noi abbiamo avviato una campagna di informazione che punta a coinvolgere sia i lavoratori che i datori di lavoro. Andiamo a spiegare direttamente nelle aziende agricole come funziona il decreto e quali sono le procedure da seguire. Questa presenza nelle aziende ci ha permesso anche di notare tutta una serie di elementi critici”.

Quali?
“Innanzitutto il decreto non abbraccia una platea vasta. Potrebbero restare fuori dalla regolarizzazione persone che lavorano da anni nel nostro paese ma che hanno visto scadere il proprio permesso di soggiorno prima del 31 ottobre. Secondo la normativa del governo possono infatti presentare domanda di regolarizzazione soltanto i lavoratori stranieri con permesso di soggiorno scaduto dopo il 31 ottobre 2019. Ci sono poi persone che il permesso di soggiorno non l’hanno mai avuto perché sono arrivate nel nostro paese in modo clandestino. Ma hanno lavorato. E lo hanno fatto da invisibili. 


Braccianti agricoli - Foto di repertorio

Braccianti agricoli – (foto di repertorio)


Cosa si deve fare?
“Abbiamo avanzato delle proposte mirate al governo”.

Quali proposte?
“Ad esempio il lavoratore stesso, e non soltanto il datore di lavoro, deve avere la possibilità di denunciare la sua condizione di lavoro. Attuale e pregressa. Pregressa per dimostrare che, nonostante lo abbia fatto in nero, ha comunque lavorato e ha diritto al permesso di soggiorno o al rinnovo dello stesso”. 

Quindi anche i braccianti che hanno lavorato in nero, e che non possono dimostrare il rapporto di lavoro, devono essere regolarizzati…
“Certo. Perché devono essere esclusi? Per quale motivo il lavoratore non può denunciare il rapporto di lavoro? Perché deve essere lasciato tutto solo nelle mani del datore di lavoro? Le persone che si trovano in queste condizioni sono tantissime. Altrettante quelle che aspettavano questa legge che, ripeto, è importante. Ma non è pensabile escludere persone che hanno lavorato, anche in nero, e che hanno tutto il diritto di ottenere il permesso di soggiorno. 


Viterbo - Mohamed Saady

Viterbo – Mohamed Saady


C’è stato poi il Coronavirus che ha in qualche modo ha rallentato le cose, compresa la macchina amministrativa. In tutto questo, 45 giorni per far emergere il lavoro irregolare in Italia, come prevedeva inizialmente il decreto, era un po’ poco come tempo a disposizione. E probabilmente lo è anche la nuova scadenza del 15 agosto…
“In una situazione così complicata per il paese dal punto di vista sanitario, economico, burocratico, non si poteva pretendere che la procedura di regolarizzazione si potesse esaurire in 45 giorni. Una procedura così complicata. Le sanatorie richiedono un tempo che va da tre a sei mesi”.

Quali altre richieste avete avanzato al governo?
“Abbiamo anche chiesto che i lavoratori che aspettano di essere regolarizzati possano nel frattempo cambiare datore di lavoro. Il decreto prevede invece che il lavoratore debba restare soltanto presso il datore di lavoro che ne chiede la regolarizzazione. E questo significa solo meno diritti per i lavoratori”. 

Una specie di servitù…
“Esatto. E questo non è possibile”. 


Lavoro

Lavoro (foto di repertorio)


Quali sono oggi le esigenze dei lavoratori agricoli?
“A volte, per trovare gli accordi politici, si finisce per sorvolare su alcuni principi di base. Nel nostro paese ci sono persone che lavorano in diversi settori. Non soltanto quello agricolo e dei servizi. Penso ad esempio ai lavoratori stranieri dell’edilizia. Dobbiamo partire dalla fotografia reale del paese. E questa ci dice che ci sono delle condizioni legate al lavoro, ma ce ne sono anche altre legate ad alcuni aspetti sociali. Si cerca invece di fare ragionamenti molto calcolati. Non capiamo ad esempio perché il legislatore abbia deciso una data da cui bisogna partire per regolarizzare i lavoratori. Il 31 ottobre. Escludendo tantissime persone. La politica deve ascoltare anche il mondo del sindacato e quello delle associazioni. Così come è, il decreto rischia di far emergere meno lavoratori di quanti dovrebbero.

C’è poi un altro aspetto. Il lavoratore che ottiene il permesso di soggiorno temporaneo deve trovare lavoro nell’arco di sei mesi. Altrimenti non può più rinnovare il permesso…
“Ecco, questo lo consideriamo un atto discriminatorio”. 

Perché?
“Perché non si dà diritto al lavoratore di denunciare un rapporto di lavoro pregresso oppure dopo sei mesi di vedere rinnovato il suo permesso di altri sei mesi o di un altro anno. Perché chi lo ha assunto, magari dopo sei mesi lo licenzia. Inoltre anche le istituzioni devono attivarsi in questa direzione, aiutare le persone a trovare un lavoro. 


Viterbo - Mohamed Saady

Viterbo – Mohamed Saady


In questi ultimi anni, le lotte sindacali si sono concentrate spesso sul reddito e non su altri diritti che potrebbero migliorare le condizioni di vita del lavoratore agricolo. Non sarebbe importante che il sindacato riprenda in mano anche lotte di carattere più generale, come ad esempio quelle per il diritto alla casa, alla salute, al trasporto, al tempo libero…
“Certamente. Tantissimi lavoratori migranti del settore agricolo vivono in condizioni disumane. Si tratta di battaglie fondamentali per dare il senso civile di un paese. A tutti i lavoratori va garantita una condizione regolare di lavoro e al tempo stesso una condizione di vita dignitosa. Trasporto, alloggio, servizi sanitari. Tutte le persone sono uguali”. 

Dare invece a tutti i lavoratori stranieri la cittadinanza italiana per il solo fatto di contribuire alla crescita del paese e alla casse di pensioni e sanità è ancora troppo presto?
“La cittadinanza accelera e favorisce il percorso di integrazione sociale. E’ comunque giusto trascorrere un tempo di vita in questo paese prima di chiederla. Anche per essere convinti di quello che si sta facendo. La cittadinanza non va chiesta solo per ragioni di opportunità. Poi la persona che chiede la cittadinanza deve conoscere la cultura del paese. Certo, dopo 5 anni che stai in Italia alla cittadinanza uno ci comincia a pensare. Anche perché ormai ha tracciato il suo percorso di vita. 

La costituzione italiana affianca sempre la figura del cittadino a quella del lavoratore. Come dire che basterebbe essere lavoratori per avere diritto ad essere anche cittadini…

“Certo. La nostra costituzione affianca sempre la figura del cittadino a quella del lavoratore. E questo significa che al lavoratore devono essere sempre garantiti alcuni diritti. Cosa che deve essere prevista da ciascun contratto di lavoro. Una persona che vive in questo paese da anni, paga le tasse, si impegna a migliorare le condizioni sociali ed economiche del territorio in cui vive, va considerato un cittadino”.

Daniele Camilli 


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27 giugno, 2020

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