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Operazione Erostrato - E' l'ultima occasione per smontare l'accusa di associazione di stampo mafioso prima della sentenza

Ultima chance per i boss, Rebeshi rilascia spontanee dichiarazioni

di Silvana Cortignani

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Giuseppe Trovato

Giuseppe Trovato

Mafia a Viterbo - Fouzia Oufir

la compagna di Trovato, Fouzia Oufir

Da sinistra: Giuseppe Di Renzo, Carlo Taormina e Fausto Barili

L’avvocato Giuseppe Di Renzo, a sinistra, con Carlo Taormina e Fausto Barili durante l’udienza preliminare

Ismail Rebeshi

Ismail Rebeshi

Roberto Afeltra

Il difensore di Rebeshi, Roberto Afeltra

Viterbo –  Oggi tocca alle difese dei boss, Rebeshi pronto a rilasciare spontanee dichiarazioni. E’ l’ultima chance per smontare l’accusa di associazione di stampo mafioso prima della sentenza.

“Non c’è alcuna associazione o metodo di stampo mafioso”, ha sempre sostenuto il difensore di Trovato. Oggi a Roma sarà la volta dei legali dei presunti boss di mafia viterbese, Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato, quest’ultimo assistito dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, 46 anni, del foro di Vibo Valentia, che presumibilmente tornerà a sollevare le stesse questioni già sollevate a febbraio 2019 davanti al tribunale del riesame, pochi giorni dopo il blitz dell’operazione Erostrato, sfociato in tredici arresti del 25 gennaio gennaio dell’anno scorso. 

L’accusa ha chiesto, per Rebeshi e Trovato, venti anni di reclusione a testa. 

Di Renzo –  oltre a difendere il 44enne titolare di tre compro oro del capoluogo, originario di Lamezia Terme, residente da una quindicina di anni a Viterbo, detenuto a Nuoro, ritenuto ai vertici dell’organizzazione criminale italo-albanese attiva a Viterbo tra il 2017 e il 2018, sgominata dall’inchiesta della Dda di Roma – assiste anche la compagna Fouzia “Sofia” Oufir, 35 anni, d’origine marocchina, reclusa nel carcere femminile di Lecce, in Puglia.

Per la compagna di Trovato, i pm hanno chiesto la condanna a 10 anni e 8 mesi di reclusione. 

Sempre oggi, davanti al gup Emanuela Attura, dove è in corso il processo ai dieci imputati di associazione di stampo mafioso che hanno scelto l’abbreviato, illegale parlerà anche della posizione della donna. “Ho dedotto l’insussistenza dell’associazione di stampo mafioso così come contestata e la non ricorrenza delle aggravanti specifiche legate all’utilizzo della metodologia mafiosa”, spiegava Di Renzo oltre un anno fa. 

Da una parte c’è Ismail Rebeshi, 37 anni, gestore a Viterbo di una rivendita di autovetture e di un locale notturno, al 41-bis nel carcere di Cuneo, difeso dall’avvocato Roberto Afeltra del foro di Roma, che ha inguaiato due donne dal carcere, successivamente all’arresto, la cognata e la compagna, indagate per favoreggiamento in seguito a una serie di operazioni finanziare per salvare il “patrimonio” dell’imprenditore albanese. 

Rebeshi sarebbe pronto a rilasciare spontanee dichiarazioni davanti al tribunale e ai coimputati, che saranno in collegamento in videoconferenza dalle rispettive carceri. 

Dall’altra parte c’è Trovato, che nel blitz della Dda del 25 gennaio ne ha portate addirittura due con sé in carcere, dove si trovano da otto mesi detenute in reparti di alta sorveglianza. Una è la compagna, l’altra è la commessa di uno dei suoi compro oro, la 32enne viterbese Martina Guadagno,detenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. 

A proposito di Fouzia, secondo Di Renzo la sua posizione è stata travisata. Per la difesa le intercettazioni dimostrano tra i componenti della coppia “un rapporto di mera solidarietà affettiva ed invece ingiustificatamente valorizzata in punto di partecipazione”. Significativa, in particolare, per l’avvocato, una conversazione intercettata di Trovato con l’altro presunto vertice del sodalizio, Ismail Rebeshi, in cui l’italiano dice della compagna: “Mi devo rovinare con Fouzia che mi lava, mi stira, e gli dico di portarmi là, mi ammuccia, mi sbriga tante cose rischiose”.

“Composita la natura del sodalizio caratterizzata dalla fusione di una componente strategica, il Trovato, e di altra più propriamente violenta, il Rebeshi ed il gruppo entico albanese al medesimo riferibile”, per l’accusa, che ricostruisce il ruolo di leadership svolto dal Trovato, “fondatore del consesso aggregato in Viterbo ed artefice della fusione con il gruppo albanese”, sottolineando le numerose captazioni in cui il medesimo “esplicita le ragioni di siffatta unitaria alleanza e la comune strategia, le modalità operative condivise, la suddivisione dei ruoli, gli ambiti operativi e le finalità, peraltro ampiamente attuate attraverso la serie considerevole dei reati satellite”.

Oggi discuterà anche la difesa di Gazmir Gurguri, dopo di che, repliche dei pm permettendo, potrebbe arrivare la sentenza. 


Chieste pene da un minimo di 8 a un massimo di 20 anni

Per i dieci imputati, con lo sconto di un terzo della pena dell’abbreviato, lo scorso 10 febbraio i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò hanno chiesto pene complessive per 135 anni di reclusione. A partire dai venti anni ciascuno per i boss Giuseppe “Peppino” Trovato e Ismail “Ermal” Rebeshi, difesi rispettivamente dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Roberto Afeltra.

Poi ci sono Spartak “Ricmond” Patozi (16 anni), Shkelzen “Zen” Patozi (14 anni), Gabriele “Gamberone” Laezza (14 anni), Luigi “Gigi” Forieri (12 anni e 4 mesi), Gazmir “Gas” Gurguri (10 anni e 8 mesi), Fouzia “Sofia” Oufir (10 anni e 8 mesi), Martina Guadagno (9 anni e 4 mesi) e il pentito Sokol “Codino” Dervishi (8 anni). Alle pene vanno aggiunti tre anni di libertà vigilata per Trovato, Rebeshi, Forieri, Gurguri, Laezza e Spartak Patozi.

Il Comune di Viterbo, parte civile con l’avvocato Marco Russo, ha chiesto mezzo milione di euro di provvisionale, 50mila euro per ciascuno dei dieci imputati. 

Silvana Cortignani


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8 giugno, 2020

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