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“Viterbo a ferro e fuoco, fu vera mafia”, il comune chiede mezzo milione alla banda di Rebeshi e Trovato

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Viterbo - La fiaccolata contro la mafia [3]

Viterbo – La fiaccolata contro la mafia

Mafia a Viterbo - Ismail Rebeshi [4]

Mafia a Viterbo – Ismail Rebeshi

Marco Russo [5]

L’avvocato Marco Russo – Difensore di parte civile del Comune

Virna Faccenda, presidente Aiga sezione Viterbo [6]

L’avvocatessa Virna Faccenda – Assiste il carabiniere parte civile

Mafia a Viterbo - Spartak Patozi [7]

Spartak Patozi

Viterbo – “Viterbo a ferro e fuoco, fu vera mafia”, il comune presenta il conto e oltre alla condanna per associazione di stampo mafioso e metodo mafioso chiede mezzo milione alla banda dei boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato. Cinquantamila euro a testa a ciascuno dei dieci presunti sodali dell’organizzazione criminale italo-albanese di stampo mafioso. L’avvocato di parte civile del carabiniere: “Per la prima volta a Viterbo un esponente delle forze dell’ordine vittima della criminalità organizzata”. 

Ieri a Roma è stato il giorno delle conclusioni delle parti civili contro i dieci imputati arrestati il 25 gennaio 2019 nell’operazione Erostrato che hanno scelto il rito abbreviato nel processo per i fatti di mafia Viterbo. Tra la cinquantina di parti parti offese individuate dai pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò della Dda di Roma, sono 19 quelle che si sono costituite parte civile, tra cui il Comune di Viterbo, parte civile contro tutti gli imputati, rappresentato dall’avvocato Marco Russo. 

“I reati satellite messi in atto con metodo mafioso dagli appartenenti al sodalizio guidato da Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi che hanno messo a ferro e fuoco Viterbo nell’arco di oltre due anni sono la prova logica, diretta dell’associazione di stampo mafioso, sono la naturale estrinsecazione. Qualcosa che a Viterbo non si era mai visto. Una vicenda del tutto nuova, con una entità, una portata per la città di Viterbo, che io rappresento, che è stata veramente eclatante per quanto riguarda gli effetti che hanno determinato, proprio in termini di numeri, di episodi, di ricorso sistematico alla violenza”, ha spiegato l’avvocato Marco Russo, parlando davanti al gup Emanuela Attura del tribunale di Roma. 


“La banda puntava al controllo su Viterbo”

“Parliamo di 52 episodi, che poi sono stati sviscerati in 41 contestazioni, quasi tutti apparentemente scollegati, ma legati da un unico filo, che è questa associazione del tutto ‘innovativa’, nel senso che non parliamo di mafie delocalizzate, che non è una cellula della ‘ndrangheta, a differenza di quanto si sarebbe portati a credere. Ma è un qualcosa di assolutamente autonomo e nuovo, perché è una banda formata da calabresi e albanesi, dove la visione di Giuseppe Trovato era una visione che riguardava la strategia per attuare il controllo del territorio, attraverso l’assoggettamento e attraverso quello che era poi il controllo dei compro oro, delle discoteche, di quelle che erano le attività d’interesse”, ha proseguito il legale di parte civile del Comune. 

“Non ci troviamo di fronte a un fenomeno analogo a quello di mafia capitale, che sappiamo la fine che ha fatto, perché lì c’erano due associazioni ma non di stampo mafioso, che facevano corruzioni. Qui non c’è una ‘riserva di violenza’, qui la violenza è sul tavolo, è sul piatto. Qui abbiamo una città letteralmente messa a ferro e fuoco, abbiamo gli atti gravissimi di intimidazione, perpetrati attraverso danneggiamenti gravi e tutta una serie di condotte che erano strumentali a dire ‘qui contiamo noi’, e quindi a imporre comunque un ‘rispetto’ che era dovuto in quanto ‘appartenenti’. Tutti indici della cosiddetta ‘mafiosità'”.

E qui entra in gioco in tutta la sua (pre)potenza Giuseppe Trovato, il conosciutissimo titolare di tre compro oro, 45enne originario di Lamezia Terme, imprenditore da una quindicina di anni nel capoluogo.


“Trovato, che se lo guardavi storto per strada ti menava”

“Tutte quelle vicende apparentemente scollegate dei compro oro denotano il personaggio Trovato, che se lo guardavi storto in mezzo alla strada ti menava, che ha fatto picchiare un pluripregiudicato viterbese perché si era permesso di danneggiare un ‘suo’ bar scatenando nei suoi confronti una spedizione punitiva, che si è fatto ragione da sé del benzinaio che gli aveva messo nel serbatoio accidentalmente l’acqua con la benzina, che ha dato fuoco per ritorsione all’auto del carabiniere che ha fatto arrestare il fratello di Rebeshi per droga, che cerca la targa per bruciare l’auto del poliziotto che gli ha fatto un controllo più incisivo. E’ la mafiosità, ovvero ‘io devo imporre un controllo sul territorio, lo faccio attraverso atti di intimidazione’. A costo di rimetterci letteralmente la faccia, come quando Trovato si è ustionato il volto mentre incendiava i mezzi della ditta di trasporti di Roberto Grazini, facendosi dire da Rebeshi ‘Perché vai tu a fare queste cose? Ci sono i ragazzi, abbiamo la manovalanza”.

Ha parlato anche di omertà l’avvocato Marco Russo. “Sappiamo di quelli che non hanno denunciato, di quelli che sono stati reticenti, di quelli che hanno dichiarato il falso. C’è addirittura uno arrivato a chiedere una copia della denuncia per far vedere a Trovato che sì era andato dai carabinieri, ma non aveva fatto il suo nome. Questo è proprio un caso classico di omertà. di vincolo di assoggettamento. Una vicenda, appunto, che a Viterbo non si è mai vista, che ha creato allarme sociale, per cui doverosa è la costituzione di parte civile del Comune, per fatti su cui dubbi non possono esserci”. 


“Per la prima volta a Viterbo un carabiniere vittima della mafia”

A Viterbo non era mai successo prima. Sotto i riflettori la vicenda che ha visto coinvolto il vicebrigadiere dei carabinieri Massimiliano Pizzi nei confronti del quale gli imputati Giuseppe Trovato detto lo Zio, Rebeshi e Dervishi, sono accusati di aver incendiato l’autovettura nottetempo sotto casa al rientro da un breve viaggio che la vittima aveva avuto in compagnia della famiglia.  L’avvocato Virna Faccenda che lo ha assistito in tutta la tragica vicenda, ha chiesto la condanna degli imputati oltre al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, chiedendo una provvisionale di 35mila euro. “Si è trattato del primo caso di atto intimidatorio nei confronti di un appartenente alle forze dell’ordine nella storia della città di Viterbo”, ha sottolineato davanti al gup Attura la legale di parte civile del militare.


“Vittima intimorita dai tatuaggi, non è stata intimidazione di stampo mafioso”

Per le difese ha discusso solamente Floro Sinatora, che assiste il presunto sodale Spartak Patozi, mentre è slittata all’udienza di venerdì 5 giugno la discussione dell’avvocato Giovanni Labate, che assiste il fratello Shkelzen Patozi, in quanto, per problemi di sovraffollamento, Shkelzen è stato trasferito dal carcere di Bologna a Rovigo, dove al suo ingresso, come da protocollo anticontagio, dovrà restare i primi quindici giorni in isolamento e quindi ieri non era ancora possibile effettuare il collegamento in videoconferenza col tribunale di Roma. Come è noto tutti e dieci gli imputati sono reclusi da oltre un anno in dieci distinte carceri italiane. 

Per Spartak Patozi l’accusa ha chiesto una condanna a 16 anni di carcere. “Mi sono soffermato in particolare sull’accusa di estorsione all’imprenditore debitore di 10mila euro all’artigiano Emanuele Erasmi, dove manca assolutamente l’elemento intimidatorio perché la stessa presunta vittima in prima battuta ha detto di non essersi sentito minacciato, poi invece ha detto che forse sì, ma perché erano stranieri e avevano i tatuaggi, mentre la richiesta economica era corrispondente a quanto effettivamente dovuto, anzi addirittura inferiore, per cui non estorsiva”, ha spiegato Sinatora, a margine dell’udienza. Erasmi, a sua volta, è uno dei tre imputati del processo viterbese, in quanto sarebbe ricorso a metodi mafiosi per recuperare un credito.

Venerdì parleranno le difese di Spartak Patozi, del collaboratore di giustizia Sokol Dervishi, di Luigi Forieri, di Gabriele Laezza, di Martina Guadagno e di Gazmir Gurguri. Lunedì sarà la volta dei difensori dei boss Giuseppe Trovato (e della compagna Oufir Fouzia) e Ismail Rebeshi, gli avvocati Giuseppe Di Renzo e Roberto Afeltra. Sempre l’8 giugno, dovrebbe essere anche il giorno della sentenza.


Chieste pene da un minimo di 8 a un massimo di 20 anni

Per i dieci imputati, con lo sconto di un terzo della pena dell’abbreviato, lo scorso 10 febbraio i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò hanno chiesto pene complessive per 135 anni di reclusione. A partire dai venti anni ciascuno per i boss Giuseppe “Peppino” Trovato e Ismail “Ermal” Rebeshi, difesi rispettivamente dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Roberto Afeltra.

Poi ci sono Spartak “Ricmond” Patozi (16 anni), Shkelzen “Zen” Patozi (14 anni), Gabriele “Gamberone” Laezza (14 anni), Luigi “Gigi” Forieri (12 anni e 4 mesi), Gazmir “Gas” Gurguri (10 anni e 8 mesi), Fouzia “Sofia” Oufir (10 anni e 8 mesi), Martina Guadagno (9 anni e 4 mesi) e il pentito Sokol “Codino” Dervishi (8 anni). Alle pene vanno aggiunti tre anni di libertà vigilata per Trovato, Rebeshi, Forieri, Gurguri, Laezza e Spartak Patozi.

Silvana Cortignani


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