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Cinema - L'appuntamento è per venerdì 3 luglio alle 21 ai cancelli del “Paolo Savi”

Fellini 100°, passeggiata-racconto nei set viterbesi del grande regista romagnolo

di Antonello Ricci
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Roma - Amarcord - La riproduzione del pulpito di san Tommaso della chiesa di santa Maria nuova

Roma – Amarcord – La riproduzione del pulpito di san Tommaso della chiesa di santa Maria nuova

8 e mezzo di Federico Fellini - La immagini dal set viterbese

8 e mezzo di Federico Fellini – La immagini dal set viterbese

Federico Fellini

Federico Fellini

Viterbo – L’appuntamento è per venerdì 3 luglio alle 21 ai cancelli del “Paolo Savi” di Viterbo. Per il 100esimo anniversario dalla nascita dell’immenso Federico Fellini Tusciaweb, in collaborazione con Tuscia Film Fest e con l’associazione delle Comunità narranti, è lieta di presentare “Fellini 100° – Passeggiata-racconto nei set viterbesi del regista romagnolo: dai Vitelloni ad Amarcord passando per 8 e 1/2”.

Ospiti d’eccezione: il giornalista e critico cinematografico Enrico Magrelli (“Hollywood party”) insieme con il critico, produttore cinematografico e direttore artistico Marco Müller. Maestro di cerimonia – una volta tanto in solitaria – il narratore Antonello Ricci. Gli indirizzi di saluto saranno porti da Carlo Galeotti (Tusciaweb), Mauro Morucci (Tuscia Film Fest) e Paola Bugiotti (dirigente scolastico del “Savi”). Partiti dal cortile del “Savi” la passeggiata farà tappa in piazza delle Erbe, per concludersi ai piedi del pulpito della chiesa di Santa Maria Nuova. Si ringrazia Paola Bugiotti per l’apertura dei cancelli dell’istituto superiore da lei diretto. La partecipazione all’iniziativa è gratuita. A numero aperto.

La passeggiata si svolgerà esclusivamente in spazi aperti e ampi. Si richiederà comunque al gentile pubblico d’indossare la mascherina, nonché di rispettare le regole del distanziamento sociale, per tutta la durata dell’evento. Nell’articolo che segue Antonello Ricci introduce i lettori allo spirito dell’iniziativa

Come molti sanno, nell’aprile 1971 una troupe della Rai trasformò Farnese (in provincia di Viterbo) nel paese di Pinocchio: per le riprese dello sceneggiato omonimo. Ma non tutti ricordano che come set per la casa di Geppetto (Nino Manfredi) la scelta cadde su una stalla.

Sui suoi appunti di regia Comencini avrebbe annotato: “Nessun edificio abitato dall’uomo – mi ha detto Gherardi – avrebbe questa drammaticità, questa purezza di linee”. Edifici e uomini, purezza di linee e drammi di personaggi: una notazione fulminante. E qui la cosa si fa interessante. Gherardi, infatti, altri non è che Piero Gherardi: maestro costumista e scenografo di fama internazionale, più volte premio Oscar.

A confermare come il cinema sia davvero una speciale forma d’intelligenza poetica a vocazione corale e come l’arte di certi registi somigli piuttosto a quella di un direttore d’orchestra. Difficilmente i collaboratori di un cineasta sono riducibili a puri e semplici esecutori materiali (coloro cioè che si limitano a dar forma pratica-concreta all’idea di un romantico demiurgo).

Per intenderci: gli strepitosi costumi di un altro Piero, il grandissimo Piero Tosi ci illuminano sul cinema stesso di Luchino Visconti, sul valore cifrato dell’ossessione-nostalgia viscontiana per una costruzione pittorica del fotogramma. La cosa si fa poi intrigante se di Gherardi uno va a controllare con quali film vinse i suoi Oscar: per esempio nel 1960 per i costumi de “La dolce vita” e nel 1963 per quelli di “8 e 1/2”. E qui la faccenda diventa davvero appassionante.

Perché per la sola-breve-intensissima scena della partitella a pallone nel cortile del Convitto con – a seguire – la corsa del gruppetto dei compagni di scuola verso la spiaggia, verso Saraghina – struggente-sorniona intermittenza del cuore che “visita” il protagonista Guido (Marcello Mastroianni) ormai maturo, facendogli rivedere sé stesso ragazzino – Federico Fellini tornò a girare a Viterbo.

A dieci anni esatti dai memorabili ciak dei “Vitelloni”. Fu forse per quella “purezza di linee” architettoniche dal sapore anacronistico (l’edificio prescelto era stato infatti tirato su in camicia nera sul finire degli anni ’30) oppure fu perché la cittadina di provincia si prestava meglio di una location capitolina a evocare uno spazio urbano anteguerra dai tratti metafisici (all’altezza di quel ’62 il sacco edilizio aveva già irreparabilmente sfigurato Roma). Comunque sia: il palazzo prescelto fu la sede dell’istituto per ragionieri “Paolo Savi” su viale Raniero Capocci.

Per meglio dire: il suo ampio cortile sul retro (ampio a quel tempo; dagli anni ’70 c’è una palestra che l’ha malamente ritagliato). E qui la domanda sorge spontanea: a decidere la particolare location fu Fellini (il romagnolo conosceva bene Viterbo e l’amava, fin troppo) o fu piuttosto Gherardi? Poi: la scelta si consumò nel segno di quale poetica, di quale dialogo?

Attenzione: non si riducano tali domande a una banale pornografia-aneddotica da collezionisti di curiosità locali. In altre parole: per dirla con il raffinato-confidenziale Giampaolo Dossena, non si considerino tali interrogativi semplicemente come bassa voglia di conoscere un “dove”. Non sono, queste, bagattelle.

Parallelamente, per esempio, mi piacerebbe sapere se dieci anni più tardi – Gherardi morto nel ’71 – in “Amarcord” (’73) l’idea di trasferire (in copia perfetta) lo splendido pulpito medievale e la porta laterale della viterbese chiesa di Santa Maria Nuova nel cuore della piazza Cavour di una Rimini anni ’30 e di farci salire sopra, con la banda dei suoi amici, un Alvaro Vitali adolescente (sì avete capito bene: il futuro Pierino) per assistere al passaggio della leggendaria Mille Miglia, se l’idea fu di Federico Fellini o non piuttosto dello scenografo Danilo Donati. Nel segno di quale poetica eccetera eccetera.

Qualche giorno fa, sul mio profilo Facebook ho postato un ricordo delle location maremmane per il “Pinocchio” di Comencini – che per altro fu anche una splendida-estrema dichiarazione d’amore alla bellezza del paesaggio italiano ormai disincantato-devastato dalle ruspe del progresso-come-falso-progresso – evocandovi le annotazioni sopra virgolettate e il nume di Piero Gherardi.

Nel corso della giornata, fra i vari commenti, Daniel prende a raccontarmi una storia che sembra una favola critica: sul finire degli anni ’60 Gherardi possedeva una casetta a Viterbo, attigua alla ex chiesa della Carbonara in via Sant’Antonio; e a Viterbo trascorreva tutti i fine-settimana (dal venerdì al martedì) e cucinava spesso, nella Torre di Chia, per Pasolini e altri amici.

Vogliamo dire Bingo? E qui mi viene da ribadire un’altra questione che mi sta particolarmente a cuore: il cinema come ultimo grande romanzo popolare. Infatti, come per questa intrigante rievocazione di Gherardi a Viterbo sono debitore a Daniel, della scena girata nel cortile sul retro del “Paolo Savi” avevo saputo da Francesco e poi da Marco. Del pulpito si era accorto per primo Carlo.

Mentre fu Claudio a ricordare per me, tanti anni fa – gli era accaduto da giovanotto, era ancora tutta un’altra Viterbo – il grosso ventilatore a pale sistemato nell’angolo alto di piazza delle Erbe: per soffiare il vento e le cartacce nella madre di tutte le notti cinematografiche, quella in cui il vitellone Leopoldo e il commendatore Sergio scendono giù dalla trattoria della Provincia per piazza delle Erbe, per corso Italia e vicolo Sacchi, diretti a un mare che non c’è, che non esisterebbe se non per virtù di montaggio.

È stata poi la ultranovantenne Miranda – ospite di una Rsa viterbese dove, tempo fa, mi sono trovato nella emozionante situazione di raccogliere e pubblicamente restituire storie di vita; fantasticamente innamoratasi di me, Miranda: ne vado orgoglioso – a raccontarmi di quando con suo marito affittarono per una troupe cinematografica il loro villino, il primo sulla sinistra salendo su per viale Trieste, quello ad angolo col piazzale della stazione della Roma Nord.

Vennero ad abitarlo, giusto il tempo di qualche ciak, Moraldo e sua sorella Sandrina e il patetico-debosciato-impenitente-ma-infine-redento vitellone Fausto, che intanto l’ha messa incinta. Nel 2016 infine, per una passeggiata-racconto nei luoghi del “Vigile” di Zampa, i figli di alcune delle comparse nella indimenticabile scena della pernacchia nella trattoria di via San Lorenzo ai danni di Otello Celletti (Alberto Sordi), avevano riconosciuto i loro padri e vollero donarmi foto dai loro album di famiglia. Foto che raccontavano tante altre storie, bellissime storie-nelle-storie eccetera.

Voglio dire: c’è stato un tempo – tra neorealismo e commedia all’italiana – in cui il cinema seppe portare in scena il vero e proprio romanzo di una passione popolare. Fu il tempo in cui la gente si affollava intorno alle transenne dei set. In piazza San Lorenzo, per esempio, era la fine degli anni ’40, col leggendario “Othello” per la regia di Orson Welles: era una giornata dal tempo capriccioso, una continua vicenda di nuvole e sole, di sole e nuvole, situazione deleteria per le riprese.

I viterbesi prima grugnivano scontenti poi scoppiavano in risate e applaudivano di cuore non appena la luce tornava a farsi ferma, consentendo all’esule di Hollywood di lanciare il suo ulteriore “Si gira”! Ecco: anche questo romanzo, romanzo i cui protagonisti sono le umili comparse e gli immancabili curiosi ai margini dei set, è un racconto pieno di poesia, pieno di verità e di dignità della vita. Meriterebbe di essere narrato, un giorno o l’altro.

Antonello Ricci


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1 luglio, 2020

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