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Gli bruciano la macchina sotto casa, il carabiniere: “Meglio Tor Bella Monaca che Viterbo”

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Mafia a Viterbo - I tredici arrestati [3]

Mafia viterbese – I tredici arrestati

Il pm Fabrizio Tucci [4]

Il pm Fabrizio Tucci

Mafia nel Viterbese - Un'immagine di un atto intimidatorio [5]

 Une degli attentati incendiari

Viterbo La vetrina sfondata del Compro oro di via Genova [6]

La vetrina sfondata del compro oro di via Genova

Viterbo – Per la prima volta a Viterbo due carabinieri tra le vittime di mafia. Il sodalizio criminale italo-albanese capeggiato dai boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato, tra intimidazioni e attentati incendiari ai danni di altri imprenditori, ha trovato anche il tempo di alzare il tiro e bruciare le macchine di due militari, il 19 aprile e il 12 giugno 2017, colpevoli di avere fatto indagini e domande scomode, per cui andavano puniti in maniera esemplare. 

Uno dei carabinieri si è costituito parte civile contro “mafia viterbese”, l’altro ha fatto il corso per diventare maresciallo e poi ha scelto di proseguire la carriera lontano dal capoluogo della Tuscia, nel popoloso quartiere romano di Tor Bella Monaca, che sulla carta non appare propriamente come un’oasi di tranquillità. 

“Meglio Tor Bella Monaca che Viterbo”, ha risposto ieri a una domanda ad hoc del presidente del collegio Gaetano Mautone, alla ripresa del processo a Manuel Pecci, Emanuele Erasmi e Ionel Pavel, i tre dei tredici arrestati nel blitz del 25 gennaio 2019 cui viene contestata l’aggravante del metodo mafioso. 

“Non cercavo la tranquillità sul lavoro, cercavo la tranquillità per la mia famiglia”, ha proseguito il carabiniere, raccontando come abbia lasciato il segno l’attentato  incendiario messo a segno sotto la sua abitazione nel cuore della notte tra l’11 e il 12 giugno 2017 dallo stesso Trovato con uno dei suoi sodali. “In casa c’erano mia moglie e i nostri due figli piccoli. Abitavamo al primo piano, mi sono affacciato alla finestra e ho visto le fiamme alte della mia vettura che stava bruciando nel cortile del condominio. Il pensiero è corso subito alla mia famiglia, alla loro incolumità e alla loro serenità”, ha detto, interrogato dal pubblico ministero Fabrizio Tucci.

Trovato, bruciandogli la macchina, secondo l’accusa lo avrebbe punito per le indagini sul rogo della macchina dell’altro carabiniere, data alle fiamme la notte tra il 18 e il 19 aprile per avere contribuito, due mesi prima, all’arresto per spaccio del fratello minore di Ismail Rebeshi, David. “Qualche giorno dopo ho incontrato Trovato mentre ero fuori servizio, fuori di una banca in via Garbini, e gli ho chiesto ‘sei stato tu per caso a dare fuoco all’auto del collega?'”. Tanto sarebbe bastato, assieme probabilmente a qualche perquisizione che aveva infastidito la banda, nell’ambito di controlli antidroga di routine. 


Gli bruciano la Jaguar e non li denuncia, dopo un anno il fratello del boss lo minaccia di morte

Soggetti pericolosi, il cui scopo, secondo i pm Tucci e Giovanni Musarò della Dda di Roma, era “coartare psicologicamente le vittime e la volontà di un numero indeterminato di persone in modo tale da richiamare alla mente di queste ultime comportamenti ritenuti propri di chi appartenga a sodalizi criminali di stampo mafioso”.

Ne sa qualcosa l’ultima delle vittime, un ristoratore 53enne cui il 21 dicembre 2018 il sodalizio ha incendiato sotto casa una Jaguar senza che nemmeno sporgesse denuncia. Si è deciso ad andare dai carabinieri a distanza di un anno, lo scorso novembre, quando il fratello di Ismail Rebeshi, David, quello arrestato per spaccio a febbraio 2017 (con 38 chili di marijuana), si è presentato nel suo locale di Tuscania con tre albanesi ventenni cercando di estorcergli 6500 euro, secondo l’accusa per pagare le spese legali del fratello alla vigilia dell’inizio del processo. 

“Prima avevo un ristorante a Viterbo e tra i miei clienti abituali c’erano Rebeshi, Trovato e Dervishi. Una volta ho fatto da tramite tra loro e il mio commercialista che ha venduto per 4500 euro una sua macchina alla società Auto Riga di Rebeshi. Siccome chi gli è subentrato dopo l’arresto non avrebbe dato loro il denaro, volevano i soldi o dal commercialista oppure da me, chiedendo 6500 euro”, ha spiegato il teste, che pur essendo parte offesa non si è costituito parte civile per la distruzione della Jaguar, mentre appartiene al cosiddetto filone “mafia bis” il caso dell’estorsione.

“Quando lo scorso novembre hanno minacciato di bruciarmi il ristorante e di uccidere me e la mia famiglia sono andato dai carabinieri. Il 28 novembre, quando li hanno arrestati in flagrante mentre stavo dando loro i soldi, i carabinieri gli hanno teso una trappola venendo nel mio locale vestiti da cacciatori e spacciandosi per avventori Nemmeno io lo sapevo”, ha proseguito, negando altri precedenti, a parte un episodio.

“Una decina di giorni prima del rogo della Jaguar, sempre nel dicembre 2018, mi sono venuti sotto casa Trovato, Dervishi e un altro albanese, chiedendomi dove abitasse un vicino e siccome non gliel’ho detto, perché il tono era da regolamento di conti e lui vive con la moglie e due bambini, Dervishi si è imbruttito e mi ha minacciato. Io gli ho risposto ‘Tu fai l’albanese, che a fare l’italiano ci penso io’, al che è intervenuto con fare da boss Trovato, dicendo a Dervishi ‘Fermi tutti, lui non si tocca’, come se stesse dandomi protezione”. 


“Lumini da morto e teste di animali mozzate, così mi hanno costretta a chiudere”

Ha ripercorso i giorni dell’angoscia, in un crescendo di attentati incendiari e gesti intimidatori, messi a segno con una media di uno ogni quindici giorni tra settembre e dicembre 2017, la titolare del compro oro di via Genova, Fabiola Bacianini. 

“Sono la commerciante cui sono stati lasciati due lumini da morto davanti al negozio, due teste mozzate di animali con due proiettili conficcati in testa sulla serranda e la scritta ‘dacci i soldi’ fatta con la vernice sul muro”, ha spiegato, rispondendo al pm Tucci, ricordando di avere chiuso l’attività a marzo 2018.

“Vivevo nel terrore, avevo crisi di panico, paura dei posti chiusi, avevano paura di venire da me perfino i clienti. Il mio torto? Penso fosse che praticavo prezzi più alti degli altri, dal momento che i cienti anche per vendere tre grammi fanno il giro di tutti i compro oro e io volevo avere clienti tutti i giorni”. Lei si è costituita parte civile col marito. Le sono state bruciate due auto sotto la sua casa di Terni, infrante due volte le vetrine, tentato l’incendio del negozio, non riuscito solo perché quella notte, l’11 dicembre 2017, ha avuto la meglio sulle fiamme un fortissimo temporale 

Quando ha deciso di gettare la spugna, ha fatto il nome di Giuseppe Trovato agli investigatori: “Era l’unico tra i titolari di compro oro che non avesse avuto attentati, era impossibile non avere sospetti sul suo conto”.

E poi un ultimo particolare. Lei, ignara dei suoi rapporti col sodalizio criminale, frequentava quotidianamente il bar all’epoca gestito da Luigi Forieri, tra i dieci arrestati che sono stati condannati per associazione di stampo mafioso a Roma. “Ci andavo tutti i giorni a colazione e pranzo ha concluso – lui mi chiedeva a che punto fossero le indagini e commentava ‘gentaglia’”.

Silvana Cortignani


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