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Viterbo - Davanti ai giudici d'appello il 14 luglio i due ex militanti del movimento di estrema destra

Stupro di gruppo al pub di CasaPound, processo bis per Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi

di Silvana Cortignani
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Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi

Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi

Viterbo - L'arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di CasaPound

L’arresto di Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi di CasaPound

Gli avvocati Domenico Goriziglia, Valerio Mazzatosta e Giovanni Labate all’uscita dal tribunale di Viterbo

I difensori Domenico Goriziglia, Valerio Mazzatosta e Giovanni Labate all’uscita dal tribunale di Viterbo

Stupro al pub - L'avvocato Franco Taurchini

Stupro al pub – L’avvocato Franco Taurchini

Viterbo – Stupro di gruppo al pub di CasaPound, processo bis per Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi.  

Otto mesi esatti dopo la sentenza di primo grado, compariranno davanti ai giudici d’appello martedì 14 luglio i due ventenni, ex militanti di CasaPound, condannati a due anni e dieci mesi (Licci) e a tre anni di reclusione (Chiricozzi) per la violenza ai danni di una 37enne viterbese, stuprata e filmata la notte tra l’11 e il 12 aprile 2019, all’Old Manners Tavern di piazza Sallupara.

Arrestati il 29 aprile dell’anno scorso, in seguito alla denuncia della vittima, Chiricozzi e Licci sono rimasti nel carcere di Mammagialla fino a settembre e si trovano attualmente ai domiciliari col braccialetto.

Il giudice Elisabetta Messina, che li ha giudicati con l’abbreviato (rito che prevede lo sconto di un terzo della pena) – chiesto dai difensori Domenico Gorziglia, Giovanni Labate e Marco Valerio Mazzatosta – ha riconosciuto alla parte offesa, che si è costituita parte civile con l’avvocato Franco Taurchini chiedendo 300mila euro di danni, un risarcimento complessivo di 60mila euro. 

L’arresto di Chiricozzi, in particolare, fece scalpore, in quanto all’epoca consigliere comunale per CasaPound a Vallerano. 

Contro la sentenza hanno fatto appello sia la parte civile che i legali degli imputati. Troppo elevate, secondo le difese, le condanne: il giudice avrebbe scontato meno di un terzo della pena, nonostante il riconoscimento delle attenuanti. Il pm Michele Adragna aveva chiesto 4 anni e tre mesi per Chiricozzi e 4 anni e 20 giorni per Licci.


“C’è un pregiudizio di base verso la vittima…”

Tra i motivi del ricorso in appello della vittima, il fatto che i due ventenni non avessero ancora versato gli ulteriori 20mila euro di risarcimento, da aggiungere ai 40mila dati dai loro familiari prima del processo, per i quali si erano impegnati in maniera “vincolante ai fini delle attenuanti” davanti al giudice Massini. 

“Oltre alla mancata condanna per le lesioni provocate alla mia assistita con un pugno in faccia e alla mancata provvisionale – spiegava l’avvocato Taurchini a proposito del ricorso – c’è anche la questione del mancato versamento promesso in sede di rito abbreviato, nonché quelle più tecniche relative all’illogicità, a nostro parere, della motivazione e alla violazione delle regole di valutazione probatoria relativamente all’attendibilità della persona offesa”. 

“C’è un pregiudizio di base, che parrebbe essere suscitato dalle preesistenti fragilità psicologiche della vittima, come se potessero determinare una minore umanità rispetto a colui che non presenta patologie. Fragilità che hanno determinato una inaccettabile svalutazione delle conseguenze dannose subite a causa del comportamento degli imputati e che hanno spinto il giudice ad evadere dai limiti della razionalità condivisa. Il danno subito, secondo il giudice, si risolverebbe in un semplice aggravamento delle condizioni psichiche”. E ancora: “Nella sentenza, è stata completamente omessa la valutazione delle conseguenze dannose derivanti dalla diffusione dei filmati sulle chat di gruppo WhatsApp come fossero un trofeo. Anzi il messaggio che trapela è che la vittima se la sia cercata. Si sostiene che la 37enne almeno in una  prima fase fosse consenziente e addirittura che si sia spogliata da sola, dal momento che gli abiti non risultano strappati, come se non fosse noto dai filmati che è stata brutalmente stuprata mentre era in stato di semincoscienza”. 

“Non risulta ben chiaro – prosegue il legale – il percorso logico che ha portato il giudice a ritenere l’ascrivibiltà della lesione all’occhio, accertata nel verbale di pronto soccorso, a quanto riferito dagli imputati circa una caduta da una panca, piuttosto che a quanto dichiarato dalla 37enne in ordine al pugno sferratole da Chiricozzi. Il libero convincimento del giudice non è un giardino proibito, tutto di proprietà del giudicante, in cui questo è titalmente libero di assumere posizioni dettate da una sorta di pregiudizio culturale, ingiustificato e ingiustificabile, come quello che si palesa nei confronti della persona offesa. Risulta completamente omesso in punto motivazionale il danno morale subito dalla vittima, in termini di sofferenza che si protrarrà per un lunghissimo tempo e presumibilmente per tutta la vita. Un ulteriore aspetto totalmente trascurato è quello relativo alla grave lesione della dignità umana, riservatezza, personalità dovuta alla diffusione del video e delle immagini della violenza”.

“La mia assistita – conclude il legale – dovrà fare i conti, anche in futuro, con la possibilità che le immagini raggiungano un numero indeterminato di utenti, posto che una volta caricate sulla piattaforma WhatsApp sono suscettibili di essere inoltrate a migliaia di altri individui e avere online una diffusione illimitata e non definitivamente removibile”. 


“Il filmato e le foto appaiono eloquenti, ma… “

Lo scrive il giudice di primo grado nelle motivazioni della sentenza: “Che a un certo punto della serata i due ragazzi abbiano continuato ad avere rapporti sessuali con un soggetto evidentemente incapace di fornire un valido consenso, è del tutto evidente dal video…. tuttavia non appare provato né che la violenza si sia realizzata sin dai primi momenti, né che sia consistita anche in percosse”. 

E ancora: “Nessuna induzione all’assunzione di alcol”. La vittima “nonostante avesse assunto benzodiazepine – di cui solo lei aveva contezza – al Toto’s Pub ha bevuto 2/3 birre, ha conosciuto i due imputati e deciso di proseguire la serata in un altro locale nella disponibilità di Chiricozzi, sicuramente per continuare a bere, come da lei stessa affermato”, scrive il giudice.  Quando sono giunti al pub di piazza Sallupara: “La donna era alterata dall’alcol ma, come da lei stessa dichiarato e come visibile dalla videosorveglianza, ancora cosciente… una volta giunti ha continuato a bere, aggiungendo alla birra l’amaro”.

Quanto allo stato di ebbrezza – sottolinea però il magistrato – questa costituisce, anche se volontaria come nel caso in esame, condizione di ‘inferiorità psico-fisica’”. “Quando la ragazza si lamenta dicendo ‘basta, basta’, i suoi lamenti non sortiscono alcun effetto e i due ragazzi continuano a porre in essere atti sessuali di vario genere, indifferenti alle richieste di smettere”, la conclusione, che ha convinto il giudice alla condanna per il reato di violenza di gruppo.

Silvana Cortignani


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4 luglio, 2020

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