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Bassano in Teverina - Appuntamento alle ore 10 in piazza Nazario Sauro - Chi era l'illustratore prima di Paris tabou, negli anni dell'anteguerra, biennio 1937-'38, al culmine degli anni del consenso al fascismo - Street art exhibition a Bassano in Teverina da oggi primo settembre al 15

“Boccasile: l’eros in camicia nera”, passeggiata racconto domenica 6 settembre

di Antonello Ricci
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Un'illustrazione di Boccasile

Un’illustrazione di Boccasile

Un'illustrazione di Boccasile

Un’illustrazione di Boccasile

Un'illustrazione di Boccasile

Un’illustrazione di Boccasile

Bassano in Teverina – Dal febbraio 1950 all’aprile 1952, il maestro dell’illustrazione italiana Gino Boccasile disegna 27 copertine per il mensile erotico-letterario francese Paris tabou. Dal numero 6 al numero 32. Paris tabou usciva in edicola il giorno 20 di ogni mese. Con singolare “tempismo” Boccasile morì il 10 maggio 1952, neanche tre settimane dopo l’uscita dell’ultima tavola della serie: una fantastica signorina nuda seduta di spalle in una vasca da bagno che a sua insaputa va inesorabilmente svuotandosi.

Un monello esibisce compiaciuto ai nostri occhi di lettori il “cavaturaccioli” (un trapano a manovella) con cui ha appena cavato il buco. Così il geniale illustratore del corpo femminile si congedava dalla vita: lasciandoci in dono, insieme con una potente coscia genuflessa (una di quelle che l’avevano reso famoso anni prima), un culo difficile da dimenticare. Di quelli che meriterebbero un saggio, o un film di Tinto Brass. Si sa, dove passa Boccasile lascia il segno.

Il tascabile osé d’oltralpe edito dalla Extensa, revue de charme che nel titolo riprendeva il nome di un noto locale notturno parigino dell’immediato dopoguerra, non gli sopravviverà di molto. Nato nel 1949, Paris tabou cesserà infatti le pubblicazioni già nel 1953.

Ma soprattutto, a sfogliarne la collezione completa, risulta evidente un fatto: prima di Boccasile Paris tabou era tutta un’altra cosa. Dopo di lui invece, non sarà più sé stessa. Se è vero, come è vero, che dal numero 33, in edicola a maggio, cioè a pochi giorni dalla morte del maestro, quasi a segno di lutto la testata abbandonava il disegno optando per una cover di fotografia. Si tenga presente che al suo interno la rivista (64 pagine) era già pressoché esclusivamente corredata da illustrazioni fotografiche. Ma è curioso e significativo che le nuove copertine-foto continuino imperterrite a imitare modi e toni di un erotismo illustrato tutto á-la-Boccasile.

Soprattutto per ciò che riguarda l’atteggiamento delle signorine protagoniste; ma anche per la preferenza accordata a bambolotti poppanti e cavallini di peluche mandati in scena in qualità di comprimari; per la gamma dei colori scelti e per la composizione stessa dello spazio “scenico”.


BOCCASILE E L’ITALIA IN CAMICIA NERA
LA SIGNORINA “GRANDI FIRME”

Sarà utile ricordare ai nostri lettori chi fosse stato Boccasile prima di Paris tabou, negli anni dell’anteguerra, biennio 1937-’38, al culmine degli anni del consenso al fascismo: un genio dell’illustrazione e della pubblicità. Ma soprattutto, come ha scritto qualcuno, un vero e proprio demiurgo: l’inventore delle gambe. Di una Coscia con la maiuscola: così soda e potente da rischiare di scambiarla per membro virile.

In quell’Italietta dalla morale ancora tutta conservatrice e bigotta, cattolica e contadina, Boccasile aveva saputo sintetizzare sublimare “precipitare” una tripudiante icona di femminilità, che in parte confermava ma molto contraddiceva gli stereotipi ginnici e quelli da focolare domestico verso cui faticosamente il Minculpop andava convogliando gli sforzi della fabbrica del consenso (più epos che eros, in altre parole).

Si trattava di un ircocervo di forme irresistibili, dal vitino di vespa ai fianchi da fattrice, che sarebbe passato alla storia della nascente cultura di massa italiana col nomignolo d’arte di “Signorina Grandi Firme”: così detta perché disegnata ad hoc per le copertine dell’omonimo settimanale letterario-illustrato fondato da Pitigrilli e a quel tempo diretto da Cesare Zavattini: bel periodico dalla grafica innovativa, in principio centrato sul disegno ma poi splendido antesignano dei futuri rotocalchi fotografici a grande tiratura del secondo dopoguerra.

Il successo era stato immediato. La signorina “Grandi Firme” aveva fatto irruzione nella vita quotidiana di quella provinciale Italia la cui piccola borghesia molto odorava ancora di campagna. Con la velocità del fulmine la signorina “Grandi Firme” aveva conquistato luci e onori della ribalta sugli imberbi mass media nazionali in cerca di maturità, come la radio: una miriade di balli estivi a lei intitolati, su e giù per lidi e marine della penisola, una canzonetta interpretata ai microfoni dal Trio Lescano. Ma il cinematografo, soprattutto.

Ben presto la signorina “Grandi Firme”, evidentemente destinata a esondare dalla singola cover verso una dimensione narrativa vera e propria, aveva conquistato sulla rivista eponima l’onore di una rubrica a fumetti. In una di queste strips la sua apparizione rubava la scena e le attenzioni della folla nientedimeno che al divo Clark Gable. In un’altra, con quasi cinquant’anni di anticipo sul geniale (e per l’occasione anche pirandelliano) Woody Allen de “La rosa purpurea del Cairo”, un personaggio “usciva” dalla pellicola proiettata sulla tela, come un fantasma innamorato, per fuggirsene via dalla sala a braccetto con lei, la signorina-spettatrice, fuori nella vita “reale”.

Infine, la sua consacrazione a starletta: un concorso targato Cinecittà per il lancio su celluloide di un volto e di due gambe “Grandi Firme” DOC nuovi-nuovi di zecca.
Nuovi miti, nuovi riti. Canzonette e films, divi e mezzi di comunicazione di massa. Segnali (effimeri e contradditori quanto si voglia, ma non per questo meno significativi) di un immaginario collettivo nazionale che si andava rassodando, di un Paese che principiava a farsi moderno.

Ma il fascino innocente, l’eros imbragato a stento che protestava candido e “inconsapevole” dalle prorompenti curve e dalle goffe disavventure della signorina “Grandi Firme”, finirono in qualche modo per innalzare anche Boccasile stesso allo status di personaggio da cronache mondane. Lo si intervistava, per dire, fianco a fianco in uno stesso paginone de “Il Milione”, nientedimeno che con Peppino Meazza, asso della nazionale di Vittorio Pozzo, campione mondiale di calcio 1938. Meazza, il fascinoso centravanti che segnava a passo di foxtrot e che sciupava femmine a iosa senza spettinarsi mai, neanche sotto porta nella mischia più feroce.

Boccasile, membro in giuria per il concorso cinematografico “Grandi Firme” insieme con nomi del calibro di Trilussa e Marinetti, veniva immortalato dai fotografi in gita a Cinecittà in compagnia di una delle belle finaliste, la sconosciuta Barbara Nardi (che in seguito risulterà vincitrice): ai piedi della copia in scala di un antico campanile realizzato negli stabilimenti romani e già pronto per qualche nuovo set, Boccasile si prodigava in pronostici sulle di lei doti e sulla sua futura brillante carriera davanti alla macchina da presa.

Questo era stato Gino Boccasile nei tardi anni ’30. Poi però era venuta la guerra, improvvida e sciagurata, voluta dal regime. A quel punto Boccasile aveva tralasciato il disegno pubblicitario di réclame per dedicarsi alla sola propaganda politica, celebrando con maestria tragica e terribile espressività uno sforzo bellico destinato al naufragio. Fu l’8 settembre.

Boccasile non ebbe dubbi: scelse per una ostinata fedeltà al fascismo e a Mussolini. La leggenda lo immortala nel suo studio di Milano, intento al tavolo da disegno, circondato e protetto dai mitra delle guardie repubblichine. Sappiamo che le cose non andarono davvero così eppure, a riguardarli oggi, quegli straordinari manifesti appaiono di una bellezza sconcertante. Su tutto, di fronte a quelle maschie mani di soldato, scarne nervose possenti, che dominano la scena accompagnate da slogan feroci disperati apocalittici; davanti a quelle mani che hanno ormai rubato la scena alle sode e prorompenti gambe di un tempo; davanti al nudo biancore della Venere di Milo marcata da un infamante prezzo in dollari e avidamente abbrancata da un soldato americano di colore; davanti a tutto questo si prova, fortissima, l’idea di una inesorabile damnatio, vero e proprio contrappasso infernale.

L’immediato dopoguerra segnerà il ritorno di Boccasile alla pubblicità commerciale e, contestualmente, un rientro in scena del corpo al femminile. Che Italia era quella, adesso? Affannata dalle urgenze della ricostruzione certo, ma anche già lanciata in corsa verso il promesso miracolo economico prossimo venturo. In tal senso, non c’è immagine più eloquente di quella creata proprio da Boccasile nel 1949 per il manifesto della moto Gilera 125. In sella una rediviva signorina “Grandi Firme:” seni turgidi sotto il maglione, gonna ormai sopra il ginocchio, immancabili calze á-la-Boccasile, la ragazza guida il mezzo cavalcando alla maschia (non all’amazzone, come seguiteranno invece a fare ancora a lungo tante sue coetanee, sulle lambrette portate dai rispettivi fidanzati).

Corre incontro al futuro bendata e sorridente. Gioiosa e intraprendente, è dunque lei che porta a spasso il suo lui seduto dietro, vagamente inebriato, in maniche di camicia, avvinghiato a quei bei fianchi. In questa icona ci sono tutta la voglia e l’entusiasmo di un Paese che desidera rimettersi in piedi e ripartire. C’è l’idea del posto nuovo e centrale che in questa ripartenza dovrà toccare alla donna; il senso e l’augurio di una società finalmente non più sessista; un costume e una morale che promettono cambiamento apertura evoluzione. Anche se sarà dura e ce ne vorrà, di tempo.

Al tempo stesso però, quanto a perbenismo e sessuofobia, l’Italia che correva incontro al suo boom non doveva risultare poi così nuova e diversa da quella dell’anteguerra. Per certi aspetti, il Paese biancofiore somigliava ancora molto a quello in camicia nera. Ce lo testimonia l’amaro e travaglioso caso che vessò il candido nudo boccasiliano della ragazza Paglieri (1946). Il vitale e gioioso imprinting di naturalezza del prodotto (ciprie e profumi estratti dai fiori) era reso quintessenza dall’illustratore proprio in quanto affidato a quel seno, a quelle braccia levate, a quel fianco scoperto dal chiaro sapore rinascimentale.

Ma su tutto ciò era calata, sconcia e frettolosa, la mannaia della censura, obbligando quel busto a obliterarsi dietro cartigli insensati o insipide corone floreali o a fasciarsi del nero di un vestito da sera dalle aderenze ipocritamente pruriginose. Non fu un unicum, tra l’altro, se pure il prorompente seno di una gaudente cuginetta-collega, la ragazza Vasenol 1952, si prometteva assai senza però concedersi davvero, celato e non celato fra nebbie di talco-cipria spruzzato a profusione.

Antonello Ricci


Articoli: Boccasile, il grande artista che ha disegnato le più belle pubblicità della prima metà del Novecento di Silvio Cappelli – Boccasile maestro dell’erotismo fascista di Carlo Galeotti


La mostra Boccasile maestro dell’erotismo fascista e la passeggiata Boccasile: l’eros in camicia nera con Antonello Ricci

La mostra Boccasile maestro dell’erotismo fascista si terrà nel centro storico di Bassano in Teverina dal 1 al 15 settembre 2020. Verranno esposte per le vie del centro storico 20 grandi immagini delle copertine di Paris Tabou e della rivista di Pitigrilli e Cesare Zavattini Le grandi firme.

In occasione della mostra verrà organizzato anche passeggiata Boccasile: l’eros in camicia nera. Una passeggiata-racconto ideata e organizzata da Tusciaweb, comune di Bassano in Teverina e associazione delle “Comunità” narranti”.

Conduce Antonello Ricci. Partecipa la narratrice Simonetta Celli.

La passeggiata si snoderà per vie e piazze del pittoresco borgo della Teverina. Prendendo spunto dagli splendidi disegni delle “signorine” fiorite dalla matita e dal pennello di Boccasile.

Ricci rievocherà l’approdo del costume e della cultura italiani dal mondo contadino e di paese dell’anteguerra al tempo libero borghese e cittadino del Miracolo italiano.

In contrappunto Simonetta Celli narrerà invece lo sbarco a Bassano negli anni ’70 della picara compagnia di varietà del leggendario Bagaglino targata Mario Castellacci, Oreste Lionello e Pippo Franco. Con riverberi e riecheggi davvero intriganti e insospettati. Partecipazione gratuita. Appuntamento domenica 6 settembre ore 10 in piazza Nazario Sauro a Bassano in Teverina.

Nel rispetto della normativa anti-Covid, l’organizzazione si raccomanda di portare la mascherina. Nel corso dell’iniziativa si richiederà di evitare assembramenti.


Boccasile

Luigi (Gino) Boccasile nacque a Bari il 14 luglio 1901.

Due episodi segnarono la sua infanzia: la morte del padre a soli due anni per un calcio di cavallo e la perdita di un occhio per uno schizzo di calce viva mentre era andato a giocare con degli amici in un cantiere edile.

Nel 1918 si trasferisce con la madre a Milano dove iniziò a collaborare con lo studio grafico Achille Luciano Mauzan disegnando anche figurini e modelli di abiti da donna.

Nel 1930 produsse 30 cartoline per commemorare la Fiera del Levante di Bari.

Su richiesta di Mauzan si trasferì in Argentina, ma dopo due mesi rientrò in Italia per partire subito dopo per Parigi dove nel 1932 espose quadri al Salon des Independantes. Tornato a Milano collabora con diverse riviste e illustra collane di libri per ragazzi pubblicati da Rizzoli e Mondadori.

Tra il 1937 e il 1938 realizza 76 copertine con la Signorina grandi firme che comparivano sulla rivista Le grandi firme periodico fondato da Pitigrilli, trasformato successivamente in settimanale da Cesare Zavattini, edito da Arnoldo Mondadori.

Nel 1938 fa parte dei firmatari del Manifesto della razza appoggiando così le leggi razziali fasciste.
Durante la seconda guerra mondiale viene nominato grafico propagandista dal ministero della Guerra e dopo l’8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica sociale italiana di cui cura i manifesti di propaganda.

Alla liberazione è incarcerato per collaborazionismo.

Nel 1946 riprende la sua attività disegnando cartoline per il Msi.

Nel 1947 inizia a collaborare con una serie di campagne pubblicitarie (Paglieri, Yomo, Locatelli…) e nel 1950 disegna su diversi periodici. Realizza anche le copertine della rivista erotica francese Paris Tabou con cui collaborò fino alla morte avvenuta il 10 maggio 1952 per un attacco di pleurite. Lasciò incompiuta l’illustrazione del Decamerone di Boccaccio a cui stava lavorando.

Laura Ognibene


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3 settembre, 2020

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