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“L’organizzazione di Trovato e Rebeshi esprimeva la forza intimidatrice tipica delle mafie storiche”

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Mafia a Viterbo - I tredici arrestati [3]

Mafia a Viterbo – I tredici arrestati

Mafia nel Viterbese - Un'immagine di un atto intimidatorio [4]

Un attentato incendiario

Mafia nel Viterbese - Un'immagine di un atto intimidatorio [5]

Uno degli attentati intimidatori contro il titolare di una ditta di autotrasporti

Viterbo - La macchina dell'avvocato Alabiso distrutta dalle fiamme [6]

La macchina di un avvocato distrutta dalle fiamme

Viterbo – “Inutile prendersela con le forze di polizia, anche se ammazzi quello, vengono altri due”. Lo spiega il boss albanese Ismail Rebeshi al boss calabro-viterbese Giuseppe Trovato, fresco di attentato incendiario contro l’auto di un carabiniere. 

E’ uno dei tanti passaggi ripercorsi nelle motivazioni della sentenza con cui il gip Emanuela Attura del tribunale di Roma ha condannato in primo grado, riconoscendo il vincolo mafioso, nove dei tredici arrestati nel blitz del 25 gennaio 2010 che ha sgominato il sodalizio criminale italo-albanese passato alla storia come “mafia viterbese”. 

“Le indagini hanno consentito di accertare che il sodalizio guidato da Trovato e Rebeshi – scrive il magistrato – esprime verso l’esterno la forza intimidatrice con concreti atti, tipici delle organizzazioni mafiose storiche”.

Si va dall’intervento diretto sulla vittima, senza iniziale violenza fisica, sollecitata ad assecondare le richieste del gruppo, evocando la forza criminale della associazione e lasciandole intendere possibili  ritorsioni sullo sfondo all’invio di messaggi minatori, corredati di proiettili, dalla collocazione di teste mozzate di animali agli attentati incendiari che hanno interessato la maggior parte delle vittime delle attenzioni dell’associazione. 


Assoggettamento e omertà

“Perché noi dobbiamo terrorizzare tutti, hai capito?”, dice il boss Trovato alla compagna Fouzia Oufir, anche lei riconosciuta partecipe dell’associazione di stampo mafioso. Per il gip Attura la frase è “il manifesto del metodo con il quale gli associati intendono imporre la sopraffazione nella realtà viterbese”. 

“L’utilizzo del metodo intimidatorio ha comportato l’assoggettamento e l’omertà della popolazione locale”, sottolinea il gip.

“La forza intimidalrice provoca nella collettività come conseguenza le condizioni di assoggettamento e di omertà. Ne è prova l’atteggiamento intimorito della quasi totalità delle persone offese che non hanno mai espressamente fatto riferimento al Rebeshi o al Trovato come possibili autori delle azioni a loro danno o addirittura non hanno presentato denunce, pur a fronte di situazioni obiettivamente insostenibili”, prosegue il giudice nelle motivazioni. 

La condotta delle persone offese, secondo il gip, appare “dimostrativa della capacità dell’associazione di creare nella comunità una condizione di assoggettamento e il conseguente atteggiamento omertoso appare essere espressione del prestigio criminale dell’associazione”. 

“Deve concludersi per la sussistenza del contestato reato di associazione di stampo manoso, che è configurabile anche riguardo alle cosiddette ‘mafie atipiche’ o ‘piccole mafie’, costituite, appunto, da organizzazioni con un basso numero di sodali, anche non armate, che insistono su un territorio limitato o un determinato settore di attività, avvalendosi del metodo ‘mafioso’ da cui derivano assoggettamento ed omertà”.

E ancora: “E’ proprio il metodo di cui l’associazione si avvale, ossia dell’intimidazione e del conseguente assoggettamento (ed omertà) a costituire un pericolo per l’ordine pubblico, l’ordine economico, quello sociale e quant’altro possa entrare nel programma della associazione e quindi chiunque dia vita o partecipi ad un sodalizio che persegua quei fini con quel metodo. è chiamato a rispondere del reato, a prescindere dal nomen, dal territorio e dagli eventuali delitti specifici riferibili al sodalizio”.


“Prive di consistenza le prospettazioni difensive”

Nelle motivazioni una stoccata per le difese.

“Appaiono prive di consistenza le prospettazioni difensive – dice il gip Attura – che si sono sostanzialmente basate sulla sottovalutazione delle modalità operative del sodalizio fino ad affermare che si è in presenza di un gruppo criminale che riproduce le modalità operative defle tradizionali associazioni mafiose senza possederne le caratteristiche”.

“AI contrario, nel caso di specie, le indagini hanno dimostrato che non si è in presenza dì una mera ‘millanteria’, ‘evocazione’ e/o ‘imitazione’ del metodo mafioso, ma di una vera e propria utilizzazione di tale metodo operativo”.

“L’associazione a fine di intimidire ha agito con modalità eclatanti e anche sorprendenti. L’intimidazione, peraltro, è rivolta anche all’interno. Si richiamano qui le conversazioni in cui è stala espressa dal Trovato e dal Rebeshi la volontà di punire coloro che non adempiono agli ordini ovvero quelli che semplicemente non seguono la linea comportamentale fissata dal sodalizio”.

“Diversamente da quanto sostenuto dalle difese, non si è in presenza di un gruppo dove ciascuno si avvale della collaborazione degli altri per perseguire un proprio interesse personale, ma di un gruppo coeso, nel quale tutti collaborano a vario titolo nelle attività delinquenziali programmate ed ideate dal sodalizio per gli scopi comuni”. 


“Qua comandiamo noi”, ecco le ragioni di Palazzo dei Priori

Per quanto riguarda il comune di Viterbo (cui è stata riconosciuta una provvisionale di 30mila euro, ndr) si legge nelle motivazioni: “La violazione del bene-interesse della sicurezza pubblica e dell’ordine pubblico, costituisce indubbiamente un vulnus alle attribuzioni dell’ente territoriale comune di Viterbo. Come noto il sindaco compone il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, organo consultivo di cui si avvale il prefetto per predisporre i piani di controllo del territorio. In sostanza il sindaco è chiamato a collaborare negli ambiti di competenza dell’ente locale per il migliore espletamento della funzione della sicurezza pubblica, la tutela dell’ordine pubblico va oltre un’attività di tipo repressivo per estendersi fino a ricomprendere ogni determinazione capace di evitare l’insorgere di conflitti e il loro degenerare in episodi di turbativa”.

“Altra voce di danno è poi, costituita dal danno all’immagine dell’ente territoriale, da intendersi quale la perdita di credibilità della pubblica amministrazione per come percepita dal cittadino o dell’operatore economico che richiede modelli di efficiente e zelante azione amministrativa, laddove il buon andamento e l’imparzialità costituiscono valori e diritti fondamentali che definiscono l’identità stessa dell’ente territoriale”. 

Silvana Cortignani


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