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Operazione Erostrato - Lo scrive nelle motivazioni della sentenza il gip Emanuela Attura

“La mafia viterbese assoggettava e imponeva l’omertà alle vittime e a tutta la collettività”

di Silvana Cortignani

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Mafia a Viterbo - I tredici arrestati

Mafia a Viterbo – I tredici arrestati nell’operazione Erostrato

Mafia a Viterbo - Ismail Rebeshi

Il boss albanese Ismail Rebeshi

Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri

Il boss Giuseppe Trovato

Giovanni Musarò

Il pm antimafia Giovanni Musarò

Il pm Fabrizio Tucci

Il pm Fabrizio Tucci della Dda di Roma

Viterbo – Non una mafia tradizionale per cui “basta la parola”,”a denominazione d’origine controllata”, come la mafia tradizionale, la ‘ndrangheta, la camorra e la sacra corona unita. Ma pur sempre mafia, con o senza nome, secondo il terzo comma dell’articolo 416 bis relativo all’associazione di stampo mafioso che ha portato alla condanna di nove dei tredici arrestati nel blitz del 25 gennaio 2019 dell’operazione Erostrato.

E’ la maxinchiesta dei carabinieri coordinati dalla Dda di Roma, pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, che a Viterbo ha sgominato un sodalizio criminale italo-albanese attivo da un paio d’anni sul territorio (gennaio 2017-dicembre 2018) in una escalation di attentati incendiari e atti intimidatori. Tra le vittime della banda di Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato imprenditori, forze dell’ordine, avvocati com il legale Roberto Alabiso e anche qualche politico come l’attuale assessore comunale Claudio Ubertini colpito anche attraverso i suoi due figli. 

Per il gip Emanuela Attura del tribunale di Roma, che lo scorso 11 giugno ha inflitto condanne complessive a quasi un secolo di reclusione, “mafia viterbese” è una cosiddetta “mafia non tradizionale” assimilabile al famigerato clan Fasciani di Ostia. Ma pr sempre un’associaizone di stampo mafioso. In 400 pagine le motivazioni della sentenza.

Nessun dubbio che si trattasse di “sodali” e su chi comanda.

Intercettati mentre parlano tra loro, Rebeshi e Trovato dicono degli altri: “a Gamberone mò lo aggiustiamo noi”, “però diciamo che Codino  è uno che lo chiami viene”, “mò tu tieni il problema, io tengo il problema e ci dobbiamo aiutare, basta”, “ci dobbiamo capire solo guardandoci… basta che mi guardi io scatto”.

Significativa una conversazione tra il boss Trovato (condannato a 13 anni e 4 mesi) e la compagna Fouzia Oufir (condannata a 5 anni e 4 mesi).

“Sono ragazzi forti fisicamente – dice il boss parlando della manovalanza –  ma non hanno forza psicologicamente .. . capito!? tecniche, psicologie … non ne hanno non hanno una visioneee .. sono furbi in un modo ma sono … sono cuccioli da un altro … a loro gli piace ma comandano senza cervello! … sì, ciao! … te pensi che è solo la forza. Pure le tecniche no … faccio prima a quello perehé quello dopo non può rispondere … loro invece vanno a forza … questi non comanderanno mai… l’estero .. l’estero non comanderà mai… ma non perché voglio parlare dei calabresi o dei … napoletani”. 

Non è la mafiosìtà del singolo o dei singoli a qualificare in sé, l’associazione – scrive – ma è il ‘modo di essere e di fare’ che individua il tratto che rende quella associazione ‘speciale’ rispetto alla comune associazione per delinquere”. 

Il magistrato parla di “mafie senza nome, che malgrado prive di un nomen e di una ‘storia’ criminale,utilizzano metodi e perseguano scopi corrispondenti alie associazioni di tipo mafioso già note”, i cui partecipi “si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”. 

“Assoggettamento e omertà rappresentano gli eventi che devono scaturire dall’intimidazione”, dove una sentenza della cassazione citata dal magistrato capitolino. A Viterbo, dove diversi negozi di compro oro e due organizzatori di serate da ballo per romeni in discoteca sono stati “convinti” a chiudere i battenti e dove su una cinquantina di parti offese meno della metà si sono costituite parte civile avrebbe funzionato. 

Quando Trovato si ustiona durante l’attentato incendiario riuscito solo in parte a Roberto Grazini, titolare di una ditta di autrasporti, gli altri si dimostrano con lui tutti di un sentimento. “Meglio che ero io. Se crolli tu … crolliamo tutti, cioè per dirti … a me … se stai male tu sto male pure io “, gli dice Spartak Patozi, uno dei collaboratori più stretti dei boss di mafia viterbese. 

Parlando di Viterbo, il magistrato sottolinea: “Da sempre una provincia, con una qualità della vita medio alta, sia sotto il profilo della ricchezza che sotto il profilo della sicurezza. In sostanza è sicuramente da considerarsi una tranquilla città della provincia italiana”. 

“A partire dal 2017 – prosegue – a Viterbo siì sono registrati una serie di avvenimenti ‘anomali’ rispetto al pacifico andamento della vita cittadina. Gli imputati hanno agito in accordo tra di loro per la commissione di un numero potenzialmente indeterminato di reati, investenti diversi settori, compreso quello economico, attraverso metodi propriamente mafiosi, con sistematico ricorso alla violenza, esercitata per lo più con attentati incendiari, ma anche con l’uso di armi e si  caratterizza per l’assoggettamento e l’omertà che è stata in grado di determinare non soltanto sulle persone offese degli ambiti settoliali interessati dalle azioni, ma anche sulla intera collettività, nella quale si è via via diffuso un comune sentire caratterizzato da soggezione di fronte alla forza prevaricatrìce ed intimidatrice del gruppo, protagonista di una serie reiterata di attentati incendiari, mai in precedenza verificatasi in quella zona”. 

Non a caso il gip Attura ha riconosciuto al Comune, una delle 19 parti civili, una elevata provvisionale di 30mila euro, a fronte di una richiesta di risarcimento danni di mezzo milione di euro da parte del difensore Marco Russo, che potrà agire ora in sede civile per la quantificazione totale del danno riconosciuto alla pubblica amministrazione e all’intera città di Viterbo. 

Silvana Cortignani


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20 settembre, 2020

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