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Il giornale di mezzanotte - Confagricoltura - La riflessione del presidente Remo Parenti per il futuro del settore

“Serve una “svolta verde” basata su ecologia e rispetto degli agricoltori”

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Remo Parenti

Remo Parenti

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Mao Tse Tung diceva testualmente: “Le contraddizioni economiche e sociali fra città e campagna, tanto nella società capitalistica, tanto in Cina… sono estremamente antagonistiche”.

È possibile che in forma ridotta questo contrasto sia in essere anche fra di noi? Che ci siano addirittura due diverse culture a guidare il nostro modo di pensare e agire?

Certo questo globalismo dominante è per tanti versi l’opposto del tradizionale, frugale modo di vita contadino, che peraltro, nel corso degli anni si è modificato, finendo per assomigliare a quello degli abitanti delle città, pur senza omogeneizzarsi ad esso.

In fondo questa concezione del mondo iperliberista, così potente e basata sul predominio economico e finanziario, sulla quantità contro la qualità, non poteva non investire ogni settore, ogni categoria sociale, ogni luogo. Territori franchi non ci sono. Nemmeno nei punti più isolati e scoscesi dei continenti. Anche lì è arrivato il nuovo concetto di vita degli ultimi anni, magari sotto forma di inquinamento di aria o acqua.

Su questo tema molte accuse sono state mosse agli agricoltori, soprattutto per l’uso della chimica. In tanti casi esagerando, in alcuni probabilmente a ragione, ma dimenticando comunque che l’ambiente è il risultato di un preciso rapporto tra la società e la natura.

Sto citando l’enciclica Laudato sì.

Se un luogo è inquinato, oltre a sanzionare e colpire il responsabile, andrebbe analizzato e messo in discussione l’intero modo di produzione e distribuzione della società: la sua economia.

Perché il problema va risolto nella sua totalità e non criminalizzando le categorie produttive meno forti.

Eppure tanto è stato fatto nelle campagne in questa direzione e tanto si sta facendo.

Negli ultimi anni si è usata molta meno chimica e si è coltivato molto più con tecniche biologiche. 

A detta di molti addetti ai lavori, noi italiani siamo tra i più bravi agricoltori al mondo. Produciamo eccellenze, cibi di grande qualità ai quali non viene riconosciuto quasi mai un prezzo adeguato, sosteniamo le mille sollecitazioni di un’amministrazione pubblica che spesso ci crea difficoltà e complicazioni inutili.

Capita che nostre domande di chiarimento rimangano inascoltate per mesi da parte di enti locali che dovrebbero interloquire con noi quotidianamente. Anche in questi ultimi mesi, complice uno smart-working che, in alcuni casi, temo diventi un vero e proprio “no-working”.

Raramente abbiamo riconoscimenti per il nostro lavoro, molto più spesso ci imbattiamo in pregiudizi e critiche.

Tutto ciò per dire che qualche difficoltà di comunicazione e comprensione esiste.

Non l’antagonismo maoista che appartiene ad una concezione politica di lotta di classe, ma, di certo, un modo di vedere le cose diverso, un diverso approccio sulle questioni dirimenti, un contrasto di interessi economico, tutto questo è presente.

Anche se in evoluzione.

E non potrebbe essere altrimenti vista la necessità storica di un cambiamento nella nostra società che non può evitare di camminare, a passo spedito, in direzione di una svolta verde.

Un “green deal” che riconsideri ogni tipo di rapporto con l’ambiente, prima di tutto sotto l’aspetto ecologico. Una rivoluzione che dovrà essere anche culturale e che porterà profonde modifiche nella vita di tutti i giorni.

Ripeto: non è un auspicio ma una necessità volta a mantenere abitabile il nostro pianeta nel prossimo futuro.

L’auspicio invece può essere quello che tali cambiamenti facciano ripensare e riflettere tutti noi su quanto di sbagliato, di brutto, ingiusto abbiamo intorno e per reazione si riesca a mettere al centro della nostra esistenza il bello, il buono, il giusto e il vero.

Speriamo che almeno il tentativo venga fatto.

Poi certo, la storia degli ultimi duemila anni ci ricorda che forse è meglio procedere un passo alla volta, o forse sono io, da buon agricoltore, ad essere pessimista (qualcuno diceva che l’ottimismo era un lusso che non ci potevamo permettere).

Rimane il fatto che anche il solo “green deal”, questa svolta verde, rimetterebbe l’agricoltura in una posizione di primo piano sia per le nuove opportunità economiche (bio-economia circolare, energia verde, nuove tecniche genetiche che consentirebbero maggiori produzioni con minori impatti ambientali), sia per il cambio di paradigma culturale che sposterebbe, almeno in parte verso le campagne, quella centralità sociale e produttiva ora saldamente in mano alle città.

Ma sarebbe sbagliato pensare ad una specie di riedizione della lotta fra Mao e il Kuomintang per il predominio sul Paese: si tratta in realtà di intuire le potenzialità di una crescita sinergica che coinvolga tutte le parti. Mai come in questo momento Viterbo avrebbe bisogno del lavoro e dei prodotti delle terre che la circondano; per rilanciare il turismo, per far crescere la sua economia progettando centri agroalimentari governati da un diverso rapporto e da una diversa concezione di filiera agroalimentare; per attivare attraverso il sapere della nostra Università della Tuscia nuovi studi sulla possibilità di arrivare a produzioni tipiche veramente ed unicamente viterbesi, capaci di portare un ulteriore forte impulso al settore enogastronomico di tutta la provincia.

Ripeto: c’è una grande potenzialità da utilizzare e ne potremmo beneficiare tutti, ma il primo passo da compiere deve essere obbligatoriamente quello di avere una maggiore considerazione e rispetto per il lavoro degli agricoltori, insieme alla consapevolezza di quanta importanza e dignità ci siano in esso.

Remo Parenti
Presidente Confagricoltura Viterbo-Rieti


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10 settembre, 2020

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