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Operazione Erostrato - Al via i ricorsi in appello contro la sentenza di condanna per associazione di stampo mafioso - Ai vertici, secondo l'accusa, il titolare di compro oro e l'imprenditore albanese Ismail Rebeshi

Il boss Trovato: “Anche io vittima di intimidazioni, qualche politico ce l’ha con me…”

di Silvana Cortignani

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Giuseppe Trovato

Il boss Giuseppe Trovato

L'avvocato Giuseppe Di Renzo

L’avvocato Giuseppe Di Renzo

Viterbo – Mafia viterbese, ricorrono in appello i boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi condannati lo scorso 11 giugno rispettivamente a 13 anni e 4 mesi e a 12 anni di carcere.

E con i presunti capi sono pronti a chiedere una riforma della sentenza di primo grado anche i presunti partecipi al sodalizio criminale italo-albanese condannati dal giudice del tribunale di Roma Emanuela Attura, che ha giudicato con lo sconto di un terzo della pena del rito abbreviato dieci dei tredici arrestati nel blitz dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019 (escludendo per uno l’aggravante del 416 bis).

Gli avvocati Tiziana D’Agosto e Giuseppe Di Renzo, che assistono Trovato, il titolare di tre compro oro 45enne originario di Lamezia Terme ritenuto uno dei vertici dell’organizzazione,  contestano, in particolare, l’insussistenza per difetto degli elementi costitutivi del reato di associazione di stampo mafioso. 

“Il giudice è precipitoso nel segno descrittivo – spiega l’avvocato Di Renzo – dal momento che esamina soltanto i mezzi di prova funzionali alla propria opinione condannatoria, attesa la descrizione del contenuto delle emergenze probatorie, basato esclusivamente su materiale intercettivo”.


“Pura millanteria i richiami alle origini calabresi”

“I continui richiami alle origini calabresi di Trovato, e i riferimenti a cognomi noti alle cronache giudiziarie degli anni 80, rappresentano millanteria pura. Basti pensare che per un debito vantato e non onorato nei confronti del cugino, per il sostentamento durante la detenzione, Giuseppe Trovato si sarebbe dovuto rivolgere a Luigi Forieri per far intervenire una imprecisata famiglia di ‘ndrangheta al fine di ottenere le somme”, fa notare il legale Di Renzo.


“Un calabrese di poco conto”

Il presunto boss non avrebbe messo paura a nessuno, secondo la difesa. “Un calabrese di poco conto”, lo avrebbero descritto alcune delle persone offese, senza saperne neanche il nome. 

“Una moltitudine di presunte persone offese sentite in sit rendono dichiarazioni sulla figura del Trovato senza alcun timore di alcun tipo. Tale circostanza lunga la dice circa lo stato di assoggettamento ed omertà ritenuto ‘dimostrato’ dal giudice” al quale sfugge, in riferimento allo stato di assoggettamento ed omertà, che la stragrande maggioranza delle presunte persone offese ha reso dichiarazioni nei confronti di Trovato senza alcuna remora, denunciando i torti subiti e parlando di scontri tra bande”. 


 “Tra Trovato e Rebeshi solo uno scambio di favori”

Secondo l’avvocato Di Renzo è lo stesso pentito Sokol Dervishi a sgonfiare le accuse contro Trovato. A partire dalla vicenda della presunta tentata estorsione all’imprenditore Piero Camilli. “Dervishi esclude che Trovato abbia chiesto somme al Camilli, e riduce la ricompensa per la risoluzione del problema relativo al terreno a soli mille euro divisi equamente tra lui e Trovato, somma ben distante dai 100-120mila euro ipotizzati in sentenza”. 

Relativamente, invece, al sodalizio: “Dervishi sembra affermare un tentativo mai riuscito di creare un gruppo-banda nel territorio viterbese, operata da soggettività distinte, con interessi slegati. A tal proposito è significativo che la definizione offerta dal collaboratore di giustizia sul rapporto tra i due presunti capi Trovato-Rebeshi si limiti ad un semplice scambio di ‘favori a vicenda’”.


“Le armi, un vecchio ferro arrugginito”

Le armi di Trovato? Un ferro arrugginito, secondo la difesa. “Le pistole tanto osannate in sede di indagine, nella disponibilità del Trovato, sono un ‘ferro arrugginito’ dalle dubbie potenzialità”. Il suo unico fine? “Porre fine alla concorrenza sleale operata nei suoi confronti dagli altri imprenditori del settore dei compro oro”. Sottolinea l’avvocato Di Renzo: “E’ evidente che la tanto decantata ‘fusione’ tra Trovato (da solo, interessato ai compro-oro) e il gruppo ‘albanese’ (dedito allo smercio di stupefacenti e alla gestione dei locali notturni per stranieri), non ha mai trovato un fine o una organizzazione comune, limitandosi di contro alla semplice concorrenza nei singoli reati”. 


“Cene con mogli e compagne, come si fa tra amici”

Relativamente, invece, alla “frequentazione quasi quotidiana caratterizzata da cene, oltre che da viaggi”, per la difesa si dimentica che “nella stragrande maggioranza dei casi erano svolte alla presenza delle compagne e delle mogli, e le discussioni vertevano in termini amicali”, mentre la “solidarietà dei sottoposti” sarebbe “emergente esclusivamente per problemi di salute”.


Il boss vittima: “E’ qualche politico, massoneria a Viterbo”

Trovato anche lui vittima. Secondo il difensore Di Renzo avrebbe subito atti intimidatori, come rivela parlando con la compagna e poi col padre di uno dei componenti di una coppia di compro oro vittime di incendi. Le conversazioni intercettate, per il difensore, non lascerebbero spazio a dubbi.

“Non penso – dice Trovato alla compagna – che mi so disegnato io il cazzo che l’ho pagato trecentocinquanta euro quel manifesto… e io che faccio? ci faccio io il cazzo, è qualche figlio di puttana che come vogliono male a te vogliono male a me”. Al padre della titolare di un compro oro: “A me è due anni che mi stanno facendo scherzetti… io ho perso trecentomila euro, c’è qualcuno che ce l’ha con tutti noi”.

Il presunto bosso fa anche delle ipotesi, ad arte secondo la procura antimafia e anche secondo il giudice di primo grado. “Questo – dice mentre gli investigatori lo stanno ascoltando – è qualche politico, massoneria a Viterbo, che ce l’ha con me Trovato Giuseppe, no che Trovato Giuseppe fa le cose che io non faccio niente… so sei anni che sto soffrendo… era meglio che mi facevo la galera onestamente”. 

Silvana Cortignani


Le nove condanne in primo grado per associazione di stampo mafioso:
 
– Giuseppe Trovato, 13 anni e e 4 mesi (14mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 20 anni (20mila euro di multa) 
– Ismail Rebeshi, 12 anni (12mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 20 anni (20mila euro di multa)
– Spartak Patozi, 8 anni e 8 mesi (8mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 16 anni (20mila euro di multa)
– Luigi Forieri, 8 anni e 4 mesi. L’accusa aveva chiesto 12 anni e 4 mesi
–  Gabriele Laezza, 8 anni (6mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 14 anni (16mila euro di multa)
– Shkelzen Patozi, 8 anni (4mila euro di multa), L’accusa aveva chiesto 14 anni (10mila euro di multa)
– Gazmir Gurguri, 7 anni e 4 mesi. L’accusa aveva chiesto 10 anni e 8 mesi
– Sokol Dervishi, 6 anni. L’accusa aveva chiesto 8 anni
– Fouzia Oufir, 5 anni e 4 mesi (6mila euro di multa). L’accusa aveva chiesto 10 anni e 8 mesi (10mila euro di multa)


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31 ottobre, 2020

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