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Operazione Underground - Pene dimezzate rispetto alle richieste del pm, da oltre 24 anni a 11 anni complessivi di reclusione - Derubricata l'accusa di associazione per delinquere

Spaccio di cocaina, condannati quattro della banda di Bledar Shtembari

di Silvana Cortignani

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Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La cocaina sotterrata nei barattoli col riso

Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata

Carabinieri - Stroncato traffico internazionale di droga - Armand Cuni

Armand Cuni

Carabinieri - Stroncato traffico internazionale di droga - Rudenc Medolli

Rudenc Medolli

Viterbo – Operazione Underground, condannati a undici anni di reclusione in quattro: un anno a Ridenc Medolli, 4 anni a Fatjan Sopi e 3 anni ciascuno a Armand Cuni e Mario Kelmendi.

Pene dimezzate rispetto agli oltre 24 anni chiesti dall’accusa per i quattro albanesi arrestati a Viterbo nel blitz antidroga scattato il 13 giugno 2019 su input della Dda di Roma che ha sgominato la banda di Bledar Shtembari (il presunto rivale del boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi), che sarebbe stato a capo di un presunto sodalizio criminale dedito allo spaccio internazionale di cocaina. 

Il pubblico ministero romano Corrado Fasanelli, lo scorso 9 settembre, aveva chiesto complessivamente oltre 24 anni per Medolli (2 anni e 4 mesi), Cuni (6 anni, 10 mesi e 20 giorni), Kelmendi (7 anni e 2 mesi) e  (8 anni), contestando a Cuni, Kelmendi e Sopi l’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio internazionale di stupefacenti. 

Ieri il gip Vilma Passamonti del tribunale di Roma, che li ha giudicati con l’abbreviato, li ha condannati in primo grado, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito, a complessivi 11 anni di reclusione – un anno a Medolli, 4 anni a Sopi e 3 anni ciascuno a Cuni e Kelmendi – derubricando l’associazione per delinquere, diventata finalizzata allo spaccio minore, riconoscendo la lieve entità. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Domenico Gorziglia, Franco Taurchini e Remigio Sicilia.  

La droga sarebbe stata comprata in Belgio, fatta transitare in Albania e portata in Italia, facendo anche largo uso di voli low cost, poi sarebbe stata confezionata in dosi una volta giunta nella Tuscia, quindi nascosta in barattoli di riso seppelliti nelle campagne viterbesi (strada Palanzana al Respoglio, strada Caselle dalle parti dell’Acquabianca, strada Montagna sulla Cassia Cimina, strada Mammagialla, via Alcide De Gasperi).

Per piazzarla senza rischi sul mercato, invece, la banda avrebbe messo in piedi una rete di piccoli pusher locali, sparsi in tutti i principali centri della provincia, cui spettava il ruolo di “manovalanza”. 

Al centro dell’inchiesta una valanga di cocaina spacciata a macchia di leopardo in tutto il Viterbese tra marzo e luglio del 2016, che dimostrerebbe la capacità di fare rete della banda sgominata con gli arresti dell’anno scorso. Pusher grandi e piccoli ovunque. Da Viterbo a Montefiascone, Vitorchiano, Sutri, Valentano, Vignanello, Vallerano, Caprarola, Canepina, Orte.

Sette le misure di custodia cautelare in carcere, cinque ai domiciliari. Dodici le misure, 23 in tutto gli indagati: 11 albanesi, 7 italiani, 3 macedoni, un bielorusso e un romeno. 

Tra gli arrestati è sotto processo a Viterbo col rito ordinario un altro albanese, Erjion Collaku, 40 anni, che avrebbe avuto il ruolo di “corriere”, trasportando la cocaina da un paese europeo all’altro e anche a Viterbo. Il processo è in corso davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei. 

Silvana Cortignani


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15 ottobre, 2020

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