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Tribunale - Quindici gli imputati in sospeso da undici anni, una sola la presunta vittima

In ospedale col Covid uno dei difensori, salta il processo alla banda di usurai “canepinesi”

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I tredici arrestati

I tredici arrestati

Viterbo – (sil.co.) – Processo alla presunta banda di usurai “canepinesi”, a distanza di undici anni dalla maxiretata del 2009 ci si è messo pure il Covid.

L’udienza di ieri ai quindici imputati di usura aggravata dallo stato di bisogno delle vittime, quasi tutti di Canepina, è saltata perché uno dei difensori è ricoverato in ospedale a causa del Coronavirus.

Un più che legittimo impedimento, in tempi di pandemia, che ha costretto il collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei all’ennesimo rinvio, al 19 gennaio, con sospensione della prescrizione per arrivare almeno a una sentenza di primo grado. 

Sette i testimoni del pubblico ministero Paola Conti, titolare dell’inchiesta, tutti presenti in aula, che sono stai congedati e rinviati a fra tre mesi, quando per sveltire i tempi potrebbe essere decisa l’acquisizione delle sommarie informazioni rilasciate agli inquirenti nei giorni caldi delle indagini scaturite dal tentato suicidio annunciato con una lettera alla guardia di finanza dall’unica presunta vittima, un piccolo imprenditore edile oggi 59enne, T.C., che si è costituito parte civile contro tutti.

Portato al pronto soccorso di Belcolle, dopo essere stato rintracciato a piazza del Comune dai militari che lo cercavano disperatamente, si scoprì non essere nuovo a gesti simili tanto da essere segnalato per procurato allarme. 

“Scappavo dalle banche non dagli strozzini, loro mi servivano”, ha detto la presunta vittima all’udienza del 25 giugno 2019, quando è stato sentito in aula. Sarebbe partito tutto i primi di giugno del 2006 da un prestito di 700 euro in cambio di un assegno a 7-10 giorni da 1700 euro.


“Dopo uno scambio di assegni, un fucile a canne mozze”

La presunta vittima degli strozzini, nel corso delle indagini, ha collaborato fattivamente con gli investigatori della finanza che, dopo la famosa lettera del 19 marzo 2009, portata personalmente al comando provinciale di via Cardarelli, in cui annunciava il suicidio a un maresciallo, gli hanno consigliato di aprire un conto corrente a nome della moglie, per monitorare i movimenti. 

Il 59enne si è anche munito di una finta penna per registrare le conversazioni con gli strozzini e il 19 maggio 2009 si è incontrato con uno degli imputati di Canepina, che lo avrebbe pressato per avere i soldi, sotto gli occhi dei militari, cui aveva comunicato data e luogo dell’appuntamento. 

Un maresciallo della finanza ha spiegato: “Davanti al bar vicino al supermercato di via Carlo Cattaneo si sono avvicinati alla Mitsubishi Pajero dell’imputato e hanno aperto il cofano. Poco dopo, quando ci siamo incontrati al parcheggio della Coop del Murialdo, l’imprenditore era molto agitato: ci ha detto che, dopo uno scambio di assegni, gli era stato mostrato un fucile a canne mozze”.


Arrestati e rimessi in libertà in tredici nel giro di pochi giorni

Dei 13 fermati il 30 novembre 2010 e rimessi tutti in libertà dal riesame il 18 dicembre 2010, nove sono finiti in carcere e quattro agli arresti domiciliari, tutti con l’accusa di usura in concorso. 

In carcere sono finiti: Alberto Corso di Canepina, Augusto Corso di Canepina, Augusto Meloni di Canepina, Americo, Zappi di Canepina, Venturino Paparozzi di Canepina, Ferrero Ferri di Canepina, Orazio Benedetti di Canepina, Domenico Graniero di Civita Castellana, Salvatore Ricco di Terni. 

Agli arresti domiciliari: Zaira Chiricozzi di Canepina, Sabina Graniero di Vignanello, Raffaele Graniero di Vignanello, Giuseppe Mastronicola di Viterbo.

 


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4 novembre, 2020

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