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Tribunale - Vittima un uomo la cui identità è stata "rubata" per un falso contratto di lavoro finalizzato al rinnovo del permesso di soggiorno

Scopre di avere il “maggiordomo” senza averlo mai assunto

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Polizia

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Viterbo – (sil.co.) – Scopre di avere il “maggiordomo” senza averlo mai assunto.

E’ successo a un uomo di Monterotondo che solo per caso, nel 2017, avrebbe scoperto di essere il datore di lavoro di un pachistano che non aveva mai assunto e che, stando all’Inps, avrebbe dovuto essere il suo collaboratore domestico. 

La vittima ha sporto denuncia, temendo di finire a sua volta nei guai, e il “cameriere”, che ai tempi stava nel Viterbese, è finito sotto processo davanti al giudice Gaetano Mautone, difeso dall’avvocato Carlo Mezzetti.

In seguito alle indagini, illustrate in aula da due poliziotti, è emerso che l’imputato avrebbe ottenuto in maniera regolare il suo primo permesso di soggiorno, nel 2015, allegando un contratto di lavoro a tempo determinato per un imprenditore di Montalto di Castro. 

Alla scadenza del permesso, però, avrebbe presentato domanda di rinnovo, la prima volta nel 2016 tramite un patronato di Tarquinia, allegando in due diverse occasioni il contratto di collaboratore domestico che la vittima avrebbe richiesto per via telematica inserendo gli estremi della sua carta d’identità, in realtà un documento scaduto, riconsegnato in municipio nel Duemila, la cui fotocopia, col solo aggiornamento della data di scadenza, è stata prodotta via internet per la richiesta di assunzione. 

Non sarà un intrigo internazionale, ma sicuramente è una matassa difficile da dipanare, tra nuovi mezzi di comunicazione e cavilli della burocrazia. In pratica non sarebbe possibile risalire a chi ha operato l’assunzione del “maggiordomo” a nome dell’ignaro datore di lavoro di Monterotondo.

Si sa solo il nome di chi ha ritirato presso gli uffici il Pin richiesto per accedere al portale e fare l’assunzione, ma fisicamente non sarebbe mai stato individuato. E si sa che l’ultimo accesso per la proroga del contratto, effettuato il 29 marzo 2017 in vista dell’ulteriore rinnovo del permesso di soggiorno, sarebbe stato effettuato da un commercialista del litorale romano sospeso dall’ordine tramite l’internet point di un pachistano.

La documentazione dell’Inps avrebbe dovuto essere inviata in automatico a un indirizzo di Albano, dietro il quale si sarebbe celato in realtà solo un garage. Il caso ha voluto, invece, vattelappesca per quale disguido tecnico o umano, che venisse recapitata all’uomo la cui identità è stata rubata per portare a termine l’inghippo. 

E’ emerso anche che l’imputato era così sicuro di essere in regola da avere anche chiesto il ricongiungimento familiare. E’ accusato di “induzione in errore di pubblico ufficiale”, ma ad oggi non sembrerebbe avere ingannato nessuno, ma semmai avere utilizzato il contratto fittizio da “maggiordomo” per ottenere il beneficio di restare ancora in Italia e portarsi anche la famiglia.

Per la sentenza bisogna aspettare il 17 settembre 2021. 


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27 novembre, 2020

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