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Politica - Alessandro Mazzoli (Pd) ripercorre la storia del partito

“I 100 anni dalla nascita del Pci siano un’occasione per riflettere sull’oggi e sul futuro”

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Alessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli


Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il 21 gennaio di 100 anni fa, a Livorno, nasceva il Partito comunista d’Italia dalla scissione del Partito socialista italiano e come sezione nazionale dell’Internazionale comunista costituita all’indomani della rivoluzione d’ottobre del 1917.

L’Italia aveva appena vissuto il “biennio rosso” caratterizzato dalle lotte operaie e contadine che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, ma, contemporaneamente, erano in corso i preparativi che avrebbero portato Mussolini al potere nel 1922 e all’avvento del fascismo.

Una fase drammatica della storia italiana ed europea.

Durante il regime fascista, a partire dal 1926, il PCd’I fu costretto alla clandestinità e i suoi dirigenti all’esilio ed ebbe una storia complessa e travagliata all’interno dell’Internazionale negli anni venti e trenta fino al ritorno alla legalità nel 1943 quando cambiò nome in Partito comunista italiano. Questo cambiamento non sembri banale, perché non lo fu e non lo è.

Passare dall’essere una sezione dell’Internazionale comunista a forza politica che rivendica una propria autonomia nazionale in quel contesto storico non fu indifferente e pose le basi per la costruzione di un grande partito di massa ancorato al proprio paese e interprete formidabile di una parte via via crescente della società italiana.

Il Pci è stato il più grande partito comunista dell’Europa occidentale e questo dovrebbe indurre a considerazioni storiche, politiche e culturali adeguate alla portata di questa vicenda.

Nel senso che questo non può essere spiegato semplicemente con la divisione del mondo in blocchi e con la forza di persuasione di un’ideologia (cose pure rilevanti, ma che hanno agito per ogni partito), ma è necessario indagare quegli elementi di originalità che hanno contraddistinto l’identità materiale e l’azione politica di quel partito.

Sono numerosissime le iniziative annunciate per la celebrazione di questo anniversario. Sia di carattere locale che nazionale. Evidentemente la vicenda storica del Pci ha ancora molte cose da dire, e non soltanto agli storici ma alla società e alla politica italiane.

Del resto nelle radici dell’Italia democratica e repubblicana c’è il contributo essenziale dei comunisti che unirono le loro forze a quelle dei democristiani, dei socialisti, degli azionisti, dei repubblicani, dei monarchici, dei liberali e degli anarchici. Lo fecero nella lotta di liberazione dal nazifascismo, lo fecero nei lavori dell’Assemblea costituente per la scrittura della Costituzione italiana. Lo fecero con la convinzione che la scelta del campo democratico fosse l’unica possibile.

Il Pci ha saputo essere una casa accogliente per milioni di persone. Aderire a quel partito non era facile. Bisognava essere introdotti da due iscritti che garantivano per te e a quel punto la domanda di adesione veniva esaminata.

Eppure il Pci raggiunse la cifra di 2 milioni di iscritti perché seppe essere un punto di riferimento sicuro in un contesto segnato da spinte assai più intense di quelle che viviamo adesso e che invocavano un mondo migliore. Per questo l’adesione al Pci era una scelta di libertà, di emancipazione e di appartenenza ad un modo di essere della politica che si arricchiva e si cementava nella dimensione di comunità in cui la partecipazione ad un disegno collettivo era la cifra principale della militanza.

Naturalmente essere interamente immersi in una vicenda collettiva e condivisa ha portato anche a difenderla come se si dovesse presidiare una presunta integrità o perfezione.

Il che, in diversi passaggi, ha esposto quell’esperienza al rischio di smarrire il senso critico necessario a capire e correggere limiti ed errori. Così come non ha consentito di vedere per tempo il grado di consunzione del regime sovietico.

In ogni caso il ruolo del Pci fu cruciale in tutte le vicende che portarono a cambiamenti profondi del paese proprio perché non fu una “caserma” ma un punto di coagulo di sollecitazioni al cambiamento per l’affermazione di nuovi diritti.

La stagione che va dalla fine degli anni 60 agli anni 70 certamente fu segnata dal terrorismo e dalle stragi, ma anche dalla crescita dei movimenti giovanili, del sindacato, del femminismo che posero nuove domande alle quali si rispose determinando cambiamenti senza precedenti.

Si possono ripercorrere brevemente: Statuto dei lavoratori, abbassamento della maggiore età, nuovo diritto di famiglia, il divorzio, la legge sulle lavoratrici madri e quella sugli asili nido, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, l’aborto, la riforma di Franco Basaglia.

In questo la scelta del Pci conteneva una doppia chiave. La consapevolezza che l’obiettivo del governo nazionale era precluso, ma a compensare una democrazia bloccata c’era la convinzione di conquiste possibili e non per caso una parte di quelle riforme trovò in Parlamento una maggioranza più ampia di quella a sostegno dei vari governi che si succedettero in quel periodo.

E, in fondo, è la stessa doppia chiave che consentì al Pci di svolgere un ruolo di governo rilevantissimo nel sistema delle autonomie locali e nei territori dimostrando di avere a disposizione una classe dirigente diffusa e preparata capace di misurarsi con passione e pragmatismo con tutti gli aspetti della vita reale delle persone e delle comunità.

Le esperienze delle giunte di sinistra in tante amministrazioni locali rappresentarono un elemento di dinamismo che contribuì a rafforzare dal basso la democrazia del paese e a consolidare il rispetto reciproco tra forze diverse e spesso diametralmente opposte.

Anche perché, tutto questo, avveniva dentro il vincolo stretto della guerra fredda in cui l’Italia costituiva un punto d’equilibrio particolarmente delicato e, nello stesso tempo, essenziale.

La stessa storia del viterbese è disseminata di bellissime esperienze di amministrazioni locali guidate dai comunisti o di cui i comunisti erano parte importante, tanto a livello comunale quanto a livello provinciale e regionale.

E senz’altro la migliore sintesi di capacità, passione e spirito di abnegazione che distingueva i dirigenti del PCI è rappresentata proprio da Luigi Petroselli, dal suo percorso personale e politico e dallo straordinario patrimonio che ci ha lasciato.

Sarebbe bello se questo anniversario potesse essere l’occasione per tornare a discutere serenamente e seriamente dei partiti. E cioè di quello strumento che serve a rappresentare e promuovere la società per alimentare costantemente la democrazia.

Il Pci insieme alle altre grandi forze popolari italiane, pur dentro limiti e contraddizioni, hanno costruito questo. Quei partiti consentivano ai più umili di diventare classe dirigente attraverso un percorso che era fatto di formazione politica e culturale e di acquisizione di un bagaglio di esperienze senza le quali c’è solo improvvisazione.

Un esempio di questo è stata senz’altro la figura di Emanuele Macaluso che ci ha lasciato due giorni fa e che si avvicinò al Pci per ragioni sociali, vista la povertà della propria famiglia e poi il sindacato, il partito, le lotte furono la sua vera scuola. Forse è anche di questo che si torna ad avvertire l’esigenza.

Sono molti anni che si teorizza come soltanto chi non ha avuto nulla a che vedere con la politica sia più adatto ad amministrare la cosa pubblica perché non abituato o non propenso al compromesso.

Ma questo, come era facile prevedere, si è dimostrata un’idea sbagliata che ha impoverito il tessuto democratico, il dibattito pubblico e la stessa qualità delle decisioni.

Le democrazie più avanzate e mature si organizzano e si reggono sui partiti. Più i partiti sono trasparenti e capaci di rappresentare le grandi domande della società più rendono forte la democrazia. Non è davvero questione di nostalgia.

Semmai è l’auspicio che le celebrazioni dei 100 anni dalla nascita del Pci offrano uno spunto e un contributo per riflettere sul presente e sul futuro della sinistra, dell’Italia e dell’Europa in un passaggio storico inedito come questo in cui la pandemia obbliga a ripensare priorità e strumenti dell’agire politico. E’ il tempo di una nuova prova che va affrontata con coraggio e lungimiranza.

Alessandro Mazzoli
Partito democratico


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21 gennaio, 2021

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