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Scorie nucleari nella Tuscia - Umberto Cinalli replica a Francesco Mattioli e ai rappresentanti delle istituzioni locali

“Basta col vittimismo, gli amministratori seri propongono soluzioni confrontabili…”

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Umberto Cinalli

Umberto Cinalli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Con piacere riprendo il filo del ragionamento, che il professor Mattioli ha inteso cogliere.

Ha dunque perfettamente ragione nel proporre la questione dei “fattori umani”. Come infatti ha avuto modo di constatare – leggendo attentamente i documenti come mi aspetto abbia fatto – nella procedura in corso viene chiesto di modificare e integrare i parametri, per superare e aggiornare l’attuale elenco, che viene proposto soprattutto a beneficio di chi vuole autocandidarsi.

Gli enti locali e gli studiosi – quindi anche lei professore – devono ora produrre elementi di natura sociale nella valutazione dell’impatto che tuttavia siano significativi, confrontabili sul singolo sito e non su una area vasta, poiché il ricorso a valutazioni (o peggio a petizioni generiche) prive di riscontri oggettivi è inutile e controproducente (e un po’ strumentale). Con questo dovuto richiamo alla procedura proposta penso di aver risolto buona parte dei suoi dubbi.

Non entro nel merito dei rilievi tipo “….chi crea rifiuti li getti nel proprio secchio e non in quello degli altri!” … non voglio offendere la sua capacità di rendersi conto quando oltrepassa la soglia del plausibile in un confronto serio.

Per quanto dice invece – scendendo di tono – su un piano meno ideale e più partigiano, mi permetta di farle intendere la mia idea di senso civico e bene collettivo.

Premetto che – nonostante quello che alcuni pensano per carenza di spirito o cattiva fede – io stesso penso che la Tuscia abbia caratteristiche che la rendono inadatta al fine di cui si parla. Proporrò tesi e proposte nelle sedi opportune. Tuttavia – come diceva un cantautore nei suoi tempi migliori – “ …io disapprovo il passo (ovvero la prassi): manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto (per far bella figura!)”.

Il 9 gennaio ho assistito al consiglio comunale straordinario di Corchiano. Una passerella di attori indignati, preoccupati, scandalizzati dalla possibilità che la Tuscia possa ospitare la sede di stoccaggio per le scorie radioattive italiane. Quelle ora situate in modo temporaneo e inadeguato in oltre 20 località italiane e saranno prodotte ancora nei prossimi anni negli ospedali italiani e in molte altre strutture di ricerca. Per il nostro benessere.

Una sequela praticamente ininterrotta di inviti alla mobilitazione popolare senza che il tema sia stato considerato in prospettiva istituzionale e politica. Non mi aspettavo un atteggiamento scientifico, ma speravo non del tutto diseducativo.

Sono state usate espressioni vittimistiche e rivendicative. Esemplificativo di un atteggiamento superficiale il “respiro di sollievo” alla notizia dell’ultima ora, quella che la scelta sembra orientarsi verso due siti in provincia di Alessandria: “…per fortuna forse tocca a loro!”.

Mi interrogo quindi sul giusto atteggiamento che un rappresentante delle istituzioni (ma anche un intellettuale come lei) dovrebbe avere nei confronti di un tema così delicato e ineludibile. Quale dovrebbe essere l’approccio nei confronti di una proposta che si presenta evidentemente e oggettivamente come un percorso partecipato, che dovrebbe durare oltre 4 anni e vedere tutti gli attori e i cittadini chiamati a partecipare?

Non sarebbe plausibile considerare questa una scelta obbligata, ovvero un impianto (con un impatto pari a zero sotto il profilo delle emissioni) che sarebbe molto più sicuro di molti già presenti nel territorio e che potrebbe rappresentare per alcune zone italiane una possibilità di importante e sostenibile sviluppo?

Allora penso che mi sarebbe piaciuto ascoltare parole di buon senso e moderazione, improntate alla fiducia nei confronti di una proposta fatta dalle istituzioni nazionali e che non ha connotazioni di parte ma presupposti scientifici e di necessità urgente. Mi sarei aspettato atteggiamenti collaborativi e meno populisti, certo fermi nelle considerazioni di opposizione alla collocazione nella Tuscia se è questo che si pensa e si ritiene giusto.

Un amministratore avveduto (in ogni caso una persona non del tutto miope) si rende conto della delicatezza dell’argomento e non demonizza il percorso proposto, perché si rende conto che senza la collaborazione fattiva delle comunità e senza fiducia nelle istituzioni si genera solo anarchia e caotico egoismo. Per qualsiasi e futura proposta. Delegittimando il sistema delle relazioni politiche si rende più fragile anche il proprio ruolo di sindaco, presidente di provincia, consigliere regionale, parlamentare, presidente di associazione o altro.

Giocare in modo diseducativo al “gioco del cerino” – nel quale anche lei inciampa inconsapevolmente – per cui bisogna lottare per non rimanere scottati, ad ogni costo, senza badare ai fatti oggettivi e senza considerare le ragioni altrui, lascia intendere che se si è abbastanza bravi toccherà a qualcun altro. Quindi si partecipa in modo colpevole al massacro in cui vince non la ragione ma la forza e l’astuzia.

Di solito in queste battaglie soccombe chi perde più spesso, ovvero i più deboli politicamente ed economicamente. In passato toccava ai Paese in Via di Sviluppo, poi al Sud di Italia; spesso è toccato alla Tuscia. Ma le persone avvedute e con buon senso non hanno mai potuto ritenere tutto questo come un fatto positivo.

Ora sarebbe necessario buon senso. Cominciare con il riconoscere che occorre collaborare per trovare una soluzione e osservazioni (per ogni singolo sito). Incoraggiare le persone a partecipare in modo costruttivo, sostenendo tutte le istituzioni, lasciando intendere che la collaborazione è l’unica strada per giungere alla scelta migliore. Senza demonizzare l’oggetto della scelta (le scorie radioattive) ma riconoscendo l’onere di una soluzione che può anche essere una opportunità se le cose sono fatte in modo adeguato. E di questo bisognerebbe parlare, ovvero di come controllare che tutto sia fatto bene.

La prima cosa da fare è uscire dall’equivoco che si possano far sparire con una bacchetta magica le scorie e che esistano soluzioni facili. Esistono solo soluzioni confrontabili. Il resto è egoismo.

Amministratori e tecnici hanno il compito di trasformare le difficoltà in opportunità, di collaborare nella individuazione di una soluzione, di costruire fiducia. In caso contrario sono parte del problema.

“Una società sostenibile deve anche essere una società solidale!” (Rapporto sui limiti dello sviluppo – 1972 – D. H. Meadows)

Umberto Cinalli


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12 gennaio, 2021

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  102. Confartigianato: "No ai rifiuti radioattivi, la Tuscia non deve essere pattumiera d'Italia"
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