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Tribunale - Operazione Sbiff - E' uno dei fratelli di Bagnaia al vertice di una banda di spacciatori - Avrebbe partecipato anche all'incendio dell'auto di un carabiniere voluto dal boss Trovato

Cocaina per il popolo della movida, alla sbarra uno dei “sodali” di mafia viterbese

di Silvana Cortignani
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Operazione Sbiff, nel riquadro Eduart Voka

L’operazione Sbiff del 20 luglio 2015, nel riquadro Eduart Voka


Viterbo – Cocaina al popolo della movida viterbese, a processo per spaccio Eduart Voka. L’imputato, 41 anni, è uno dei presunti complici del sodalizio criminale italo-albanese guidato dai boss Giuseppe Trovato e Isamil Rebeshi, condannati assieme ad altri sette per associazione di stampo mafioso lo scorso 11 giugno. Sarebbero stati proprio i fratelli Voka di Bagnaia a presentare Trovato a Rebeshi. 

Si tratta di uno stralcio dell’operazione Sbiff del 20 luglio 2015 in cui il 41enne fu arrestato assieme ad altre 15 persone, su disposizione del gip Francesco Rigato e richiesta del pm Massimiliano Siddi, tra cui Gazmir Gurguri e Sokol Dervishi. Quest’ultimo è l’operaio albanese 34enne, ex braccio destro di Rebeshi e Trovato, diventato collaboratore di giustizia dei pm antimafia Stefano d’Arma e Giovanni Musarò in seguito all’arresto nell’operazione Erostrato. Per Dervishi e altri sei imputati il processo è tuttora in corso davanti al giudice Gaetano Mautone.

Eduart Voka, anche lui albanese ma da anni trapiantato nella Tuscia, sarebbe stato ai vertici di una banda di spacciatori con base a Bagnaia. Due anni dopo l’arresto nell’operazione Sbiff, avrebbe partecipato all’incendio dell’auto di un carabiniere voluto dal boss Trovato. 

Il processo per la cocaina è entrato nel vivo ieri davanti al giudice Elisabetta Massini con la testimonianza dell’ex comandante della locale stazione dei carabinieri, maresciallo Angelo Failla, attualmente comandante della stazione di Ronciglione. 

Nell’ambito di mafia viterbese, invece, per Voka si è proceduto separatamente. E’ stato iscritto nel registro degli indagati, per danneggiamento in concorso aggravato dal metodo mafioso, in un momento successivo rispetto ai tredici arresti del blitz del 25 gennaio 2019. Sarebbe coinvolto nell’incendio,voluto da Trovato e attuato da Gazmir Gurguri, di una delle due vetture appartenenti a militari dell’arma: la Passat data alle fiamme la notte tra l’11 e il 12 giugno 2017. 

Rebeshi, che nella frazione era titolare dell’autosalone Auto Riga e puntava al controllo del mercato della cocaina, secondo il pentito Dervishi: “Già nel 2010 forniva cocaina anche al gruppo dei fratelli Voka di Bagnaia, 50 grammi ogni due settimane”. 


Operazione Sbiff, nel riquadro Sokol Dervishi

Operazione Sbiff, nel riquadro Sokol Dervishi il giorno dell’arresto


Barista di Bagnaia obbligato a far scassinare le slot machine

L’inchiesta, nata da un’intuizione dei militari di Bagnaia, ha fatto venire a galla un’articolata rete di smercio: fiumi di cocaina tra la frazione e il capoluogo, con decine di assuntori segnalati alla prefettura. Le indagini, partite nel luglio 2014, hanno avuto impulso da un caso di estorsione e furto risalente al 16 aprile di sei anni fa, in cui sarebbe coinvolto lo stesso Voka.

Un furto sospetto in un bar di Bagnaia, dove i ladri scassinarono le slot machine, in seguito al quale emerse che due fratelli Voka, tra i quali Eduart, poi arrestati nell’operazione Sbiff – come ha ricordato il maresciallo Failla – avrebbero ripetutamente minacciato uno dei soci del locale, costringendolo a consegnare loro gli incassi del locale, disattivando le telecamere di videosorveglianza per agevolare la razzia. 


In un casale, di Attigliano la base di stoccaggio della droga

“Sono partite le intercettazioni seguite da una lunga serie di riscontri. Sono 50 gli episodi di spaccio accertati, sfociati in 1500 pagine di informativa con 900 allegati”, ha spiegato Failla.

“A settembre 2014 Eduart Voka fu arrestato assieme al cugino all’uscita di Bagnaia della superstrada, mentre tornavano in auto da Terni con 20 grammi di cocaina. Emerse che la base di stoccaggio dello stupefacente era a Attigliano, in un casale messo a disposizione da un italiano oggi 47enne anche lui arrestato”.

Il boss Rebeshi, nel corso delle indagini su mafia viterbese, è risultato essere titolare, oltre che della rivendita auto di Bagnaia e del night club di via della Palazzina a Viterbo, anche di un bar ad Attigliano.

“Giungemmo alla conclusione che Voka e il cugino fossero ai vertici del sodalizio criminale composto da albanesi di Bagnaia, dediti al furto e all’estorsione finalizzati allo spaccio. Le cessioni avvenivano nei locali pubblici, pensando così di eludere i controlli, mentre la droga veniva fatta assumere agli acquirenti in macchina per non essere scoperti”, ha spiegato il militare. 


Cocaina destinata al popolo della movida viterbese

Il comandante Failla ha ricordato brevemente l’operazione, che avrebbe consentito di sgominare una banda di sedici persone dedite allo spaccio di cocaina fuori dei locali notturni, dei bar, delle discoteche e dei night club più modaioli ed esclusivi del capoluogo e non solo. Una banda di cui, secondo l’accusa, facevano parte anche due italiani, un medico di Amelia e un imprenditore viterbese. Gli altri sono 13 albanesi e un romeno. 

Trasversale sarebbe stata la clientela: dai meno abbienti, ai consumatori della “Viterbo bene”, cui sarebbe bastato uno squillo per farsi recapitare la cocaina direttamente nei luoghi dello sballo. La droga, secondo l’accusa, veniva sniffata al volo, all’esterno dei locali, sull’auto degli spacciatori che, astutamente, portavano con sé solo poche dosi alla volta e si facevano pagare successivamente, per evitare vistosi movimenti di denaro. Un escamotage che non è bastato a garantirgli l’impunità.


“Rebeshi presentato a Trovato dai fratelli Voka”

Uno dei fratelli Voka, ma non Eduart, assieme a due connazionali, a novembre 2005 patteggiò una condanna a tre anni e dieci mesi di reclusione per il tentato omicidio di un altro connazionale cui – il 7 novembre 2004 – era stato dato fuoco in piazza della Morte, secondo l’accusa perché gay, riportando ustioni che hanno sfigurato l’ottanta per cento del suo corpo. 

Rebeshi li avrebbe conosciuti già, quando fu arrestato la prima volta, l’8 giugno 2010 nell’operazione Gullit, su richiesta dell’allora procuratore antimafia Roberto Staffa. In manette finirono otto presunti trafficanti, indagati a piede libero 11 pusher. La maxinchiesta portò alla scoperta di un presunto cartello dedito al traffico internazionale. Un network di matrice albanese, operante nel centro Italia, con basi operative in Roma, Viterbo, Livorno, e piattaforme di stoccaggio in Belgio e Albania. Giudicato con rito abbreviato, Rebeshi, per quella vicenda, è stato assolto dal reato associativo e condannato in via definitiva a due anni di reclusione.

Silvana Cortignani


 


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12 gennaio, 2021

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