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L'opinione del sociologo - A proposito del deposito nazionale di scorie radioattive

Nella Tuscia non si può continuare a indossare l’elmetto della sopportazione

di Francesco Mattioli

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli


Viterbo – Cinalli usa il buon senso e sembra molto costruttivo nelle sue proposte.

Se il suo atteggiamento deriva dalla disagevole esperienza di vedere passerelle di amministratori lancia in resta contro il deposito di scorie radioattive, lo posso capire. Se invece conduce una battaglia di desistenza contro l’eventuale individuazione del deposito nella Tuscia, lo capisco un po’ meno.

Le sue sembrano parole di buon senso, lo riconosco, ma a mio avviso sono decentrate rispetto al problema. Lascio stare i paradossi; se non vengono capiti, è meglio andare al sodo.

Il documento sui siti idonei a ricevere il deposito sono vecchi di cinque anni? Beh, non  che in cinque anni dalle nostre parti si sia rivoltato il mondo, e restano 22 siti individuati nella Tuscia secondo criteri che non tengono in considerazione i fattori sociali. Punto. Se poi, nella presentazione del lavoro, si dice che si terranno incontri per esaminare con gli stakeholders proposte, disagi, ecc., questa è politica – partecipativa quanto di vuole – che allo stato dei fatti sembra subordinata ai parametri tecnici della sicurezza.

Lei scrive: “Gli enti locali e gli studiosi – quindi anche lei professore – devono ora produrre elementi di natura sociale nella valutazione dell’impatto che tuttavia siano significativi, confrontabili sul singolo sito e non su una area vasta”. Errore: questo lo dovevano aver già fatto i tecnici che hanno prodotto il documento; perché sarebbe obbligo scientifico che quando produci un documento del genere si adottino tutti i saperi necessari. E qui sta il punto: l’individuazione dei siti non deve essere fatta solo dai fisici dell’Ispra, ma da un team che comprende anche analisti sociali (sociologi, economisti, storici) del territorio.

Ecco: il mio ruolo professionale in questa vicenda – che non è quello di fornire in questa sede dati alternativi, ma di chiedere il rispetto di una correttezza metodologica – è quello di ricordare che quando si conduce una risk analysis il calcolo va effettuato utilizzando anche i dati sociali, con la stessa forza dirimente di quelli fisici.

Le faccio l’esempio del lockdown da pandemia: dipendesse dai virologi, saremmo sempre in lockdown, poi ci sono considerazioni economiche, sociali, commerciali, scolastiche, sanitare che “costringono” a rivedere le soluzioni meramente tecniche, graduando i provvedimenti.  Peraltro, vedo con piacere che sullo stesso metro critico si trovano due colleghi che operano nel campo fisico e naturalistico come Valentini e  Scalìa.

Caro Cinalli, lei ha ragione: “manca l’analisi e non c’è l’elmetto”. Manca l’analisi, sociale, di quali siano la vocazione e le potenzialità socioenomiche del territorio, di quanto hanno sopportato finora gli abitanti della  Tuscia. Non è questione di egoismi, e neppure di Nimby, qui è questione che nella Tuscia non si può continuare a indossare l’elmetto della sopportazione, lo facciamo da cinquant’anni almeno: per fare una trasversale ci vogliono decenni; la Cassia è a due corsie da Monterosi (guarda caso…) ad Acquapendente; è più importante creare una fermata del Frecciarossa a Frosinone che a Orte; i rifiuti di Roma devono arrivare qui piuttosto che a Ciampino; la “nuova” centrale nucleare era stata individuata  (guarda caso…)  a Montalto;  per viaggiare in treno da Viterbo a Roma servono due ore; quando si è trattato di aeroporto, si è fatta subito retromarcia (hai visto mai avessimo dovuto fare una linea ferroviaria veloce con Roma…); abbiamo scoperto scorie pericolose a due passi dal lago di Vico (e lei lo sa benissimo…).  E mi fermo qui. Vittimismo? Io tutto questo lo chiamo variabili socioculturali e socioeconomiche da prendere in considerazione quando si scelgono siti che comportano in un modo o nell’altro degli oneri per una certa popolazione. Anzi, li chiamo “dati”. Da raccogliere e valutare in modo scientifico, certamente, ma tanto quanto l’altitudine, il rischio sismico, la situazione idrogeologica, la posizione infrastrutturale, ecc.

Lei si aspettava più buon senso? Non certo da parte del sottoscritto. Nella scienza non  vi sono parole di “buon senso”, quelle appartengono all’agone politico e intellettuale, che è di natura volontaristica e personale; vi sono solo asserti, più o meno verificabili e  attendibili secondo parametri logico-metodologici condivisi da una comunità scientifica.  Alla loro insufficienza, nel caso specifico dell’uso dei criteri per identificare i siti idonei allo stoccaggio di scorie radioattive, mi sono riferito.

Vede, Cinalli, probabilmente siamo sulla stessa lunghezza d’onda più di quanto vogliano far sembrare le nostre discussioni. Ma su un punto occorre essere chiari, e poi mi fermerò qui, per non  tediare oltre i nostri (o almeno i  miei) rari lettori. I vincoli “scientifici”, in ogni situazione, non  sono solo quelli dettati dalle scienze fisico-naturali, magari perché “sembrano” più “oggettivi”. Sono anche quelli dettati dalle scienze socioantropologiche, storiche ed economiche, che sono altrettanto vincolanti e sono soprattutto ben altro dalle sanguigne considerazioni politiche e ideologiche – sempre opinabili, seppur comprensibili – di questo o quel soggetto politico-amministrativo.

Francesco Mattioli


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14 gennaio, 2021

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