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L'era del Coronavirus - L'economista: "Con il rinvio delle scadenze fiscali abbiamo solo spostato in avanti il problema"

Nicola Rossi: “Da 25 anni ci stiamo impoverendo, l’Italia è nuda di fronte alla pandemia”

di Barbara Bianchi

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Viterbo – In bilico tra libertà e restrizioni, tra riaperture e lockdown, il 2020 passerà alla storia come l’anno del Coronavirus. Una pandemia che ha colpito il mondo intero, lasciando dietro di sé morti, insicurezze e nuove abitudini.
Con un ciclo di interviste, Tusciaweb propone un’istantanea di ciò che è stato e ciò che sarà, attraverso le parole e gli occhi di grandi personaggi pubblici. 


Nicola Rossi

Nicola Rossi


Nicola Rossi è un politico ed economista italiano. Laureato in giurisprudenza e professore ordinario di Economia Politica presso l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, è stato presidente dell’Istituto Bruno Leoni. È inoltre membro del comitato direttivo di Italia Futura e del comitato scientifico della Fondazione Italia USA. Il 30 aprile 2016 ha assunto la presidenza del consiglio di sorveglianza della Banca popolare di Milano, risultando eletto dall’assemblea dei soci tenutasi il medesimo giorno. Nel 2001 viene eletto alla camera dei deputati in rappresentanza della coalizione di centro-sinistra. Sei anni dopo entra in politica con il suo partito, i Democratici di Sinistra. Dopo un abbandono iniziale, Rossi ha aderito al progetto del Partito Democratico,  partecipando in prima persona alle elezioni primarie come candidato all’assemblea costituente nella lista “Democratici per Veltroni” per il collegio Roma – Appio Latino. Nel 2008 è eletto senatore del Partito Democratico. È autore di Mediterraneo del nord: un’altra idea del Mezzogiorno, in collaborazione con Chiara Amadei e Vincenzo Atella, edito da Laterza, Roma-Bari 2006, e vincitore del premio nazionale Rhegium Julii per gli studi meridionalistici 2007.


Rossi, come ha vissuto il lockdown di marzo e le restrizioni regionali successive? Ha avuto esperienze dirette col Covid?
“Ho vissuto il lockdown di marzo come quelle strane e sgradevoli cose della vita che si sopportano perché se ne comprende il senso. Tutti avremmo preferito che le chiusure e le restrizioni non ci fossero, ma in quel momento era difficile pensare che non dovessero esserci. Non ho personalmente avuto contatti diretti con il Covid, né, per fortuna, con persone che lo hanno contratto. Io e tutti i miei famigliari siamo stati particolarmente attenti in tutto quel periodo”.

Con la pandemia è nata una nuova ed inedita normalità? Come si immagina il futuro?
“Credo che il problema ce lo porteremo avanti per un po’ di mesi, non penso che la questione svanirà e si risolverà rapidamente. Per questo, per buona parte del 2021 dovremo convivere con queste restrizioni. Il piano di vaccinazione ci porterà dritti fino all’estate, se non addirittura all’inizio dell’autunno: mi auguro naturalmente che una volta completato si possa tornare alla normalità e che non ci sia più bisogno di tutte queste misure. Né di distanziamento sociale, né di mascherine. Tutto però dipenderà dalla capacità di portare bene a termine le somministrazioni nei tempi e nei modi previsti. Ho la netta sensazione che se non si spiega bene perché e per come è utile e opportuno vaccinarsi, molte persone potranno decidere di non farlo. Un piano di vaccinazione ha senso solo se raggiunge determinate percentuali. È cruciale, quindi, che l’operazione di comunicazione da parte delle autorità sia tale da essere credibile e affidabile. Se devo giudicare da quello che ho visto negli ultimi mesi, dall’estate in poi, ho molti timori da questo punto di vista perché i limiti dell’azione delle autorità sono stati evidenti”.

Farà il vaccino?
“Penso di si. Nonostante comprenda perfettamente che in un vaccino sviluppato in tempi così rapidi ci sia una componente di rischio. Al tempo stesso penso che la situazione sia tale per cui io lo farò e spingerò chiunque me lo chieda a farlo”.

È preoccupato?
“La preoccupazione comunque esiste. Penso che sarebbe corretto e giusto che venisse spiegato con attenzione a tutti che c’è un margine di rischio dovuto al fatto che i vaccini, che di solito vengono sviluppati in sei o sette anni, qui sono stati sviluppati in pochi mesi”.

Cosa pensa delle teorie complottiste o negazioniste? Ha mai avuto tentazioni negazioniste?
“Mai avute. Non ho esperienze dirette con il Covid, ma ho avuto la possibilità di sentire al telefono persone che lo hanno avuto: vorrei invitare chiunque abbia tendenze e pensieri negazionisti a farsi un giro negli ospedali. Ogni pensiero in questa direzione, senza voler fare polemica, lo ritego una manifestazione di infantilismo. È difficile negare ciò che è accaduto. Ed è ingiusto negare l’enorme sforzo che molte persone hanno fatto per contrastare la pandemia. In primo luogo infermieri e medici”.

Come giudica l’azione del governo Conte? E Salvini, Meloni e Berlusconi?
“Nei primissimi mesi l’azione del governo Conte credo che sia stata dettata dall’emergenza e sostenuta da una forte condivisione da parte di tutti. Condivisione che nel tempo, via via che emergevano i limiti del governo, è andata scemando. Come italiani avremmo meritato qualcosa di meglio. La superficialità con cui il problema è stato affrontato durante l’estate, le continue discussione con cui si è affrontata la seconda ondata, i limiti di tutte le attività degli organi preposti ai diversi aspetti della lotta alla pandemia sono difficilmente negabili. Così come l’impreparazione con cui il paese è arrivato alla pandemia. Tutto questo all’inizio è stato coperto dalla generosa condivisione con cui gli italiani hanno accettato le restrizioni. Accettate poi sempre meno volentieri quando dall’alto non si sono viste la stessa efficacia, la stessa efficienza e la stessa responsabilità.
Tanto all’opposizione quanto al governo abbiamo persone che negli anni passati si sono schierate esplicitamente con i no-vax: da quando è arrivata la pandemia non ho sentito nessuno di loro scusarsi pubblicamente. Anche l’opposizione ha parecchie cose da farsi rimproverare, da parte di alcuni esponenti ci sono stati atteggiamenti non particolarmente responsabili. Ho l’impressione che il vero problema al momento siano i limiti dell’attuale classe dirigente: gli italiani, almeno in questo frangente, avrebbero meritato di meglio”.

Lo stato decide per tutti cosa è importante e cosa non lo è. La salute viene prima e prevarica libertà essenziali, tradizioni, economia, cultura… Ma quanto si possono comprimere le libertà? Lo stato di diritto è in pericolo?
“In questi mesi lo stato ha deciso molte cose che nella normalità non avrebbe potuto decidere. Credo che abbia deciso anche “troppo”, sommergendoci di una serie di indicazioni che sarebbe stato opportuno e possibile evitare. Che in una pandemia sia necessario adottare misure restrittive non lo metto in dubbio. Credo che sia stato corretto farlo, ma ciò non giustifica le modalità con cui ciò è stato fatto. Una compressione della libertà in questi casi è comprensibile. Ma una compressione fatta così come è stata fatta in Italia, spesso era inutile”.

Cosa cambierà sul piano economico dopo l’onda d’urto del Covid? Chi secondo lei pagherà il prezzo più alto per la crisi?
“Il prezzo di questa crisi lo stiamo pagando tutti. C’è un punto importante da capire. La maggior parte delle misure di carattere economico che abbiamo assunto negli ultimi mesi sono state misure di rinvio: abbiamo spostato in avanti le scadenze fiscali, abbiamo consentito che venissero spostate alcune scadenze bancarie, abbiamo bloccato i licenziamenti. Abbiamo spostato il problema in avanti. Da questo punto di vista ci sono due questioni da segnalare: in parte ciò è avvenuto perché le risorse economiche di questo paese erano ridotte e quindi abbiamo fatto quel che si poteva con quel che c’era. Mi auguro che una delle principali lezioni che questo paese abbia imparato dal Covid è che la disciplina della finanza pubblica serve proprio a far sì che nei periodi buoni vengano messe da parte quelle risorse che servono quando accade qualcosa di imprevedibile”.

Ciò che in Italia non è accaduto…
“Siamo arrivati di fronte a questa pandemia nudi. Abbiamo fatto il poco che potevamo. Se fossimo stati un po’ più saggi e prudenti in passato, non accumulando tutto il debito che abbiamo accumulato, forse avremmo potuto fare di meglio come altri paesi. Spero che questa cosa gli italiani la abbiano capita. In modo tale da non gioire quando si fa un debito, perché poi va ripagato. Anche in questa forma. La seconda questione da segnalare è che non ci siamo trovati di fronte a un problema congiunturale. Uno di quei problemi che arrivano, durano qualche mese e poi tutto ricomincia come prima. Qui per un anno alcune imprese hanno visto azzerato il proprio fatturato, che non recupereranno mai. Da questo punto di vista, i rinvii servono a poco perché ci ritroveremo nel primo o nel secondo semestre dell’anno a dover affrontare una serie di bolle che noi stessi abbiamo creato. Una bolla nel mercato nel lavoro, bloccando i licenziamenti. Una bolla nel mercato del credito, “spingendo” le banche a dare dei crediti non sempre “tranquilli” o garantiti. Una bolla sul versante fiscale, perché si scateneranno una serie di scadenze tutte insieme che non è chiaro come le imprese possano affrontare. Non credo che dal punto di vista economico possiamo essere soddisfatti di come è stata affrontata la pandemia…qualcuno potrebbe obiettare che “questo potevamo fare e questo abbiamo fatto”. Non posso che osservare che la responsabilità è su tutti coloro i quali, oggi e ieri, hanno fatto sì che il paese fosse totalmente impreparato di fronte ad un’emergenza…”.

Le radici di questa crisi affondano dunque nel passato?
“Si, negli ultimi 25 anni, in cui il paese si è giorno dopo giorno impoverito. Noi ce la siamo presa stupidamente con le politiche di austerità, ma oggi dovremmo riconoscere che un po’ più di austerità ci avrebbe fatto bene. Ci avrebbe consentito di affrontare in maniera più solida e robusta l’emergenza”. 

Il Covid è una rivincita della natura sulla cultura? È stato una sconfitta della scienza? La tecnologia, soprattutto in occidente e nel nord est asiatico, ci aveva illuso di aver posto una grande barriera culturale tra l’uomo e la natura…
“No, penso proprio di no. Onestamente devo pensare il contrario. Abbiamo avuto il vaccino in pochi mesi. Tanto di cappello. La scienza ha lavorato e sta lavorando bene. Pensare che la scienza possa immunizzarci rispetto a fenomeni di questo tipo è illusorio. Possiamo mettere delle protezioni in una direzione, ma il pericolo arriverà da un’altra. La scienza non può metterci al riparo da tutto. Se il virus sia stato creato in laboratorio o meno, io non lo so. Onestamente vorrei avere delle prove, prima di pensare che le cose siano andate in questa maniera”.

Cosa rimarrà nella storia? Come sarà il mondo dopo la pandemia? Il Covid può essere considerato uno spartiacque? Uno di quegli avvenimenti per cui – come guerre e grandi scoperte – si crea una netta separazione tra il “prima” e il “dopo”?
“Alcune cose rimarranno con certezza. Come la nostra consapevolezza circa la possibilità di lavorare diversamente da come siamo stati abituati a fare. O la consapevolezza di poter acquistare diversamente. Che cosa ci rimarrà tra 20 anni? Se si parla con le persone più anziane, ci si accorgerà che hanno un ricordo molto vago della Spagnola, eppure aveva creato decine di milioni di morti: la memoria dell’uomo è corta. Passati 20 anni, rimarrà un pallido ricordo di quello che è accaduto e probabilmente gli effetti principali riguarderanno la consapevolezza che le cose si possono fare anche in maniera differente. E non sempre e solo nella maniera che abbiamo imparato”.

Come valuta i cambiamenti nel mondo dell’informazione? E in quelli dello spettacolo e della cultura?
“Per avere un’idea di come effettivamente stiano andando le cose, in questo periodo personalmente, ho dovuto fare ricorso a fonti diverse rispetto ai giornali italiani. Perché? Perché la stampa italiana è stata dominata – comprensibilmente – dalle vicende italiane, ma si perdeva l’immagine complessiva di tutta la vicenda. La stampa ha fatto il proprio lavoro. Ma forse questo era uno di quei casi in cui ci sarebbe stato bisogno di un supplemento di attività per avere un quadro un po’ più chiaro della situazione”.

Quale è stata per lei la lezione del Covid?
“Che le cose non sempre vanno bene o come ce le siamo immaginate. Bisogna sempre avere dentro di noi la forza per affrontare periodi difficili”.

Barbara Bianchi


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7 gennaio, 2021

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