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L'opinione del sociologo - L'analisi della scelta di 22 potenziali aree della Tuscia per lo stoccaggio

Non sarebbe opportuno che i depositi radioattivi fossero distribuiti equamente?

di Francesco Mattioli

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

 

Viterbo – Pare che se uno consuma, poi i resti della sua consumazione da qualche parte debbano andare. Lo stesso vale per i rifiuti urbani e le acque reflue.

Pare che le attività economiche e commerciali che girano intorno allo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti, nella società odierna che molto consuma, siano anche redditizie.

Pare anche che non si possano buttare i propri rifiuti a casa degli altri, non sta bene. Detto questo, dovrebbe essere chiaro che chi consuma di più, deve farsi carico dei propri rifiuti, quali che essi siano. Allora, è inevitabile confrontarsi con il problema dello smaltimento dei rifiuti, che non solo è un tratto caratteristico della nostra società, ma presenta anche importanti problemi ambientali e sanitari.

E’ ormai ben nota la gigantesca isola di plastiche varie, grande come gli Stati Uniti, nell’Oceano Pacifico, il famoso Pacific Trash Vortex; ma ce ne sono altre nell’Atlantico e persino una nel Mediterraneo, tra l’Isola d’Elba e la Corsica.

Molto oggi si ricicla, è vero, ma molto altresì non può essere riutilizzato e finisce per ammucchiarsi intorno alle grandi agglomerazioni urbane.

Un problema a parte è rappresentato dalle scorie radioattive; di varia natura, in specie quelle che provengono dal sistema sanitario. Finora molte ne esportavamo nei paesi nordeuropei che le trattano traendone persino qualche beneficio. Ma l’Unione Europea non solo ha messo il veto a questo processo, ma adesso ci chiama a realizzare in Italia un deposito unico nazionale, magari distribuito in più sedi, strettamente legato al volume di scorie da noi prodotte.

E’ stata così pubblicata, come si legge nelle comunicazioni ufficiali, la “Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), il progetto preliminare e tutti i documenti correlati alla realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e del Parco Tecnologico, che permetterà di sistemare in via definitiva i rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività”.

Pare che le scorie verranno stoccate in sette regioni; a parte alcuni siti potenzialmente idonei individuati in Piemonte, si tratta di due aree del centro, bassa Toscana e Alto Lazio, e poi tutte aree meridionali: in Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Tutto il resto del Paese ne è stato dispensato, perché erano necessari dei requisiti “di sicurezza per la tutela dell’uomo e dell’ambiente”.

Il che certifica che un deposito di scorie radioattive, anche a tenore medio e basso, è potenzialmente pericoloso. Se non lo fosse, potrebbero anche farne uno a Roma, a Milano o in qualsiasi altro sito molto popoloso. Invece, guarda un po’, la Guida Tecnica n.29 dell’Ispra prescrive che il sito sia ben distante dalle zone più popolate, in virtù delle operazioni di periodico stoccaggio: CE12.

Che i siti non siano ad adeguata distanza dai centri abitati. La distanza dai centri abitati deve essere tale da prevenire possibili interferenze durante le fasi di esercizio del deposito, chiusura e di controllo istituzionale e nel periodo ad esse successivo, tenuto conto dell’estensione dei centri medesimi. CE13. Che i siti non siano a distanza inferiore a 1 km da autostrade e strade extraurbane principali e da linee ferroviarie fondamentali e complementari. La distanza da queste vie di comunicazione tiene conto dell’eventuale impatto sul deposito legato a incidenti che coinvolgono trasporti di merci pericolose (gas, liquidi infiammabili, esplosivi, ecc.).

Che siano state scartate le aree ad alta densità di popolosità è comprensibile; come quelle che sono a rischio sismico; o quelle che hanno problemi sul piano idrogeologico e orogenetico. Ciò nonostante, talune scelte non convincono. I siti viterbesi potenziali sono addirittura 22. Poco popolati, con scarse infrastrutture ferroviarie e autostradali che possano essere coinvolte in incidenti? Un discorso tautologico, un serpente che si mangia la coda: un territorio sistematicamente ignorato, per strade, autostrade, ferrovie, aeroporti, si presta anche ad essere gravato dalle discariche radioattive… Una condanna all’inferno, o quasi.

In realtà la scarsa densità di popolazione non può essere un dato penalizzante; e per due ragioni. La prima, che potrebbe essere indicatore di un territorio incontaminato dal punto di vista naturalistico e quindi da proteggere; la seconda, che eventualmente la tendenza andrebbe contrastata con investimenti a beneficio della popolazione locale, non a carico di essa.

In effetti, le aree scelte nel Viterbese sono zone di notevole valore storico, archeologico, paesaggistico (per esempio, le aree etrusche di Tarquinia, di Montalto e Canino e quella di Tuscania, ma anche l’area cimina, vincolata a parco. E questo vale anche per Pienza in Toscana, Segesta in Sicilia, Altamura in Puglia. E allora, come ignorare il criterio seguente: CE11.

Che i siti non siano presso Aree naturali protette identificate ai sensi della normativa vigente. Sono quelle aree ove sono presenti paesaggi, habitat e specie animali e vegetali tutelati: parchi nazionali, regionali e interregionali, riserve naturali statali e regionali, oasi naturali, geoparchi, Siti di Importanza Comunitaria (Sic), Zone di Protezione Speciale (Zps) e zone umide identificate in attuazione della Convenzione di Ramsar .

Peraltro, a parte la Puglia, già sconciata da Taranto e in qualche modo soggetta al passaggio del gasdotto transadriatico, il Viterbese qualche servitù ce l’ha già (a Montalto) e qualche attacco lo ha giù avuto (la minaccia di diventare la discarica di Roma; le discariche dell’area militare del Lago di Vico; e non se ne meriterebbe altri.

Per la scelta definitiva, si dichiara che all’avvio si terrà un “dibattito pubblico vero e proprio che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere”.

Come dire che un deposito di scorie radioattive dà anche lavoro e sviluppo; beh, certo, forse crea una ventina di occupati.

Ma sembra suonare come una ricattatoria, e rozza, monetizzazione del rischio. Vuoi penalizzare un territorio con una discarica radioattiva? Eh, bando ai contentini. Semmai vari qualche legge speciale per ripagare la popolazione con altri tipi di investimenti, nelle infrastrutture, nel turismo, nel commercio, nella produzione, negli sgravi fiscali, nei servizi culturali, sanitari, ecc.

Spesso scoppiano accese discussioni sull’istallazione di parchi eolici e fotovoltaici “perché deturpano l’ambiente”. Mi sembra una motivazione un pochino passatista, aggrappata per lo più a criteri estetici, perché quegli impianti sono necessari e almeno producono energia pulita. Ma l’istallazione di depositi di scorie radioattive possono suscitare ben altre rimostranze, non già di natura meramente estetico-paesaggistica, ma perché sono potenzialmente pericolosi.

Tornando all’idea che chi consuma produce rifiuti e che i rifiuti vanno smaltiti a casa propria e non altrui – principio che l’Unione Europea sancisce e in un certo senso ci impone, visto che ci chiede di smaltire a casa nostra i nostri rifiuti radioattivi – non sarebbe opportuno che i depositi radioattivi fossero equamente distribuiti sul territorio nazionale, in base al tasso di produzione di rifiuti delle singole regioni? Vero, l’Italia è un paese sotto pressione ambientale, ma sono certo che anche tra le amene colline e le laboriose terre del Nordest si trovino siti sicuri in grado di recepire l’innumerevole quantità di scorie prodotte dallo sviluppatissimo Centronord.

Come è ormai assodato a livello scientifico (Simon, Kahneman, Douglas, ecc.), la gestione del rischio non prevede solo calcoli statistico-matematici, ma anche valutazioni di opportunità sociale e culturale. La stessa vicenda della gestione della pandemia da Covid-19 ce lo sta confermando.

Insomma, c’è da temere che i criteri meramente “tecnici” adottati dall’Ispra contrabbandati per “oggettivi”, tengano in scarso conto una dimensione valutativa di carattere socioantropologico; tanto per dirne una, forse anche qualche criterio relativo a chi ha già dato dovrebbe entrarci.

Francesco Mattioli


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6 gennaio, 2021

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