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L'era del Coronavirus - Intervista alla vedova del caposcorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci: "Indignata e ferita dalla scarcerazione dei 500 boss durante l'emergenza"

Tina Montinaro: “Se lo stato non c’è, la mafia arriva, garantisce e poi chiede il conto”

di Barbara Bianchi

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Viterbo – In bilico tra libertà e restrizioni, tra riaperture e lockdown, il 2020 passerà alla storia come l’anno del Coronavirus. Una pandemia che ha colpito il mondo intero, lasciando dietro di sé morti, insicurezze e nuove abitudini.

Con un ciclo di interviste, Tusciaweb propone un’istantanea di ciò che è stato e ciò che sarà, attraverso le parole e gli occhi di grandi personaggi pubblici.


Viterbo - Tina Montinaro intervistata nella redazione di Tusciaweb

Tina Montinaro


Concetta Mauro Martinez Montinaro, meglio conosciuta come Tina Montinaro, è la vedova di Antonio Montinaro, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio 1992. A perdere la vita, assieme a lui, sull’autostrada A29, il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani e Rocco Dicillo. Assunta nel 1997 nei ranghi dell’amministrazione regionale della Sicilia, dove ha ricoperto il ruolo di funzionario direttivo, nel 2018, a ventisei anni dalla strage di Capaci, entra in polizia. Da quel momento si occuperà, per conto del ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica sicurezza, di “mantenere costante la memoria dei caduti di polizia nei settori più attivi della società civile, tra cui scuola, sport, giovani ed associazionismo”. Così come recita il protocollo d’intesa “Per la lotta alla mafia attraverso la memoria dei caduti” siglato a palazzo d’Orleans dal presidente della regione siciliana Nello Musumeci e dal capo della polizia, direttore generale della Pubblica sicurezza Franco Gabrielli. Tina Montinaro è la presidente dell’associazione “Quarto Savona Quindici”, dal nome in codice usato per indicare l’auto su cui viaggiava il marito, medaglia d’oro al valor civile. Dell’associazione fanno parte studenti, docenti, imprenditori, professionisti, impiegati, dipendenti pubblici, giornalisti e appartenenti alle forze dell’ordine. Soggetti eterogenei che, in prima persona e senza alcuna velleità speculativa, si impegnano quotidianamente per tenere vivo il ricordo della strage di Capaci e consegnarlo alle nuove generazioni.


Montinaro, come ha vissuto il lockdown di marzo e le restrizioni regionali successive? Ha avuto esperienze dirette col Covid?
“Fortunatamente non ho avuto esperienze dirette con il Covid. Né io né le persone che mi stanno accanto. Il lockdown non è stato facile: abito vicino ai miei figli, ma non li ho mai visti. Così come non ho mai visto mio nipote. Ci sentivamo solo per telefono e abbiamo evitato ogni tipo di contatto, per attenerci alle regole e per tutelarci. Ero preoccupata per tutte le notizie che arrivavano dalla tv: ho sempre pensato che fosse giusto restare a casa”.

Con la pandemia è nata una nuova e inedita normalità? Come si immagina il futuro?
“Secondo me non è nato niente di nuovo. L’essere umano si adatta subito a tutto e dimentica in fretta. Lo abbiamo visto l’estate scorsa: appena ci è stata data un po’ di libertà, ce la siamo presa tutta, dimenticando subito le restrizioni e i sacrifici fatti fino a quel momento. Per questo penso che il giorno che ne usciremo, la gente dimenticherà. Ovviamente non parlo per chi è stato colpito da vicino dal virus e dalla morte. Sono tragedie che non scordi. Che non dovremmo mai scordare. Perché è vero che prima o poi dovremo morire tutti, ma a far davvero paura qua è la modalità…”.

Farà il vaccino?
“Certo che si, è importante. Fondamentale se vogliamo tornare a muoverci come eravamo abituati a fare. Io per lavoro mi sposto in tutta Italia e desidero che questa situazione si sblocchi quanto prima. Viaggio, vado per le scuole di polizia a parlare agli allievi. Per questo mi sottoporrò al vaccino appena sarà il mio turno. Non ce la faccio più a parlare con le persone tramite una webcam o organizzare incontri su internet. Sono napoletana. Sono comunicativa. Ho bisogno del contatto fisico, di vedere le persone di fronte a me, di sentirle, di guardarle e il vaccino mi fa vedere la luce in fondo al tunnel. Quindi, perché non farlo?”.

Cosa pensa delle teorie complottiste o negazioniste? Ha mai avuto tentazioni negazioniste?
“Non nego che all’inizio nutrivo dei dubbi. C’è stata una tale e continua violenza comunicativa da parte di tutti i media che me ne stavo seduta a casa, davanti alla tv, e mi chiedevo cosa stesse succedendo al mondo. È così come raccontano? Non è così? Ti poni delle domande e ascolti anche le ragioni dei negazionisti. Poi però ti guardi intorno e vedi i morti, vedi i numeri. Come fai a dire che non sta accadendo davvero? Per questo ho cercato di seguire la vicenda il più possibile, ma non nego che a volte mi sono sentita confusa, non sapendo a chi credere di più, a chi dare ragione. Specialmente nel primo periodo, l’informazione è stata caotica e confusionaria, anche da parte di specialisti del settore: uno scienziato diceva una cosa, un altro tutto l’opposto. La gente era impaurita e lo è ancora adesso”.

Come giudica l’azione del governo Conte?
“Non mi permetto di dare giudizi, posso solo dire che, per quanto riguarda gli aiuti economici, ho parlato con qualcuno qui a Palermo: c’è chi dice che ci sono stati, c’è chi dice di no. In entrambi i casi, credo comunque che non siano sufficienti. Quello che lo stato mette a disposizione è un minimo, che non ti permette di andare avanti. Palermo è una città che vive con il lavoro alla giornata. Non siamo quelli del nord che hanno le fabbriche. Non siamo garantiti. Qui la gente esce la mattina e cerca di mettere insieme il pranzo con la cena. Se i mercati e i negozi sono chiusi, come vive? Per questo sono molto preoccupata. Perché vivo il territorio e lo conosco bene. Sono consapevole che se lo stato non è presente, c’è sempre chi arriva, garantisce e poi chiede il conto”.

Si sta riferendo alla criminalità organizzata?
“Certo, arriva prima il delinquente. Arriva la mafia. Arriva chi non ha bisogno di soldi, ma ha le spalle ben coperte. E sono stati loro, in questi mesi difficili, a garantire le persone sul territorio”.

La mafia ha saputo sfruttare anche questa situazione?
“Si, senza ombra di dubbio. Si è riorganizzata e rafforzata sulle disgrazie degli altri. Arriva dove lo stato non c’è. So di mafiosi e camorristi che mandano la spesa a casa di famiglie in difficoltà. E hai voglia a dire di fare attenzione o di non fidarsi, perché poi il conto da pagare arriva, ma la gente cosa deve fare? Qui si muore di fame. Si lavora alla giornata e ora è tutto chiuso. So che il comune si è dato da fare per cercare di dare un aiuto, ma è comunque un minimo. Se dobbiamo stare chiusi per l’emergenza sanitaria, per carità non si discute, ma qualcuno deve pure garantire chi è in difficoltà. Qualcuno deve dare garanzie a queste persone, se non vogliamo ritrovarci, dopo la pandemia, a combattere ancora di più contro un virus altrettanto preoccupante: la mafia”.

L’emergenza sanitaria da Covid-19 si è fatta sentire anche nei penitenziari, tanto che nei mesi scorsi sono stati scarcerati numerosi boss considerati a rischio per patologie pregresse e per età. In quanto vittima di mafia come ha vissuto questa decisione?
“Mentre noi stavamo al 41bis, chiusi in casa per l’emergenza sanitaria, lo stato ha messo fuori chi al 41bis doveva stare, liberando 500 boss. La cosa che più mi ha dato fastidio è che per l’ennesima volta ci hanno fatto passare per i giustizieri della notte. Per quelli cattivi, che si sono opposti alla loro scarcerazione. Per quegli indifferenti al loro diritto alla salute. Ma so chi sono io, so chi era mio marito, so come la pensano i miei figli, per questo la cosa mi offende enormemente. Perché sono usciti solo i 500 boss. Se il problema nelle carceri esiste, allora deve esistere per tutti. Anche per il ladruncolo di mele. Anzi a maggior ragione per il ladruncolo di mele, perché loro stanno in 5 o 6 in una cella, il boss al 41bis sta da solo in isolamento e non può essere contagiato. È stata proprio la presa in giro a farci più male. La modalità. Oltre al danno anche la beffa. Io lo dico sempre, sono vittima di mafia, non sono cretina…Comunque credo nello stato e per questo mi arrabbio quando accadono certe cose perché lo vorrei sempre all’altezza della situazione e delle sfide da vincere”.

Lo stato decide per tutti cosa è importante e cosa non lo è. La salute viene prima e prevarica libertà essenziali, tradizioni, economia, cultura… Ma quanto si possono comprimere le libertà? Lo stato di diritto è in pericolo?
“Io penso che non si può comprimere la libertà. Sono le persone a dover essere più responsabili. Ognuno di noi dovrebbe esserlo. Credo che il lockdown sia stato indispensabile e dettato dalla necessità del governo di limitare i contagi”.

Cosa cambierà sul piano economico dopo l’onda d’urto del Covid? Chi secondo lei pagherà il prezzo più alto per la crisi?
“La classe media. Rappresentata dal negoziante che ogni mattina apre la sua bottega  e la richiude la sera senza fare una lira. Saranno loro a pagare il prezzo più alto della crisi: se resisteranno, avranno parecchie difficoltà a rialzarsi”.

Il Covid è una rivincita della natura sulla cultura? È stato una sconfitta della scienza? La tecnologia, soprattutto in occidente e nel nord est asiatico, ci aveva illuso di aver posto una grande barriera culturale tra l’uomo e la natura…
“Io a volte ci penso. Penso che abbiamo fatto parecchi danni. Che non siamo stati affatto bravi. La natura ci sta presentando il conto. E non sto parlando solamente del Covid: stanno succedendo cose strane dappertutto. Terremoti. Ghiacciai che si sciolgono. La natura si sta ribellando. E a tutto questo va aggiunta la pandemia. Io non so se sta sfortunatamente coincidendo tutto, però la situazione è preoccupante. Anche per il futuro dei nostri figli. A loro non stiamo consegnando niente di buono. Siamo stati distruttori”.

La preoccupa il futuro?
“Dei ragazzi sì. Già prima avevano dei seri problemi a trovare un lavoro, ad esprimersi, a trovare i mezzi per realizzarsi e diventare quello che volevano. Molti partivano per trovare un futuro migliore. Ora non troveranno niente neppure dall’altra parte del mondo. È tutto da ricostruire. E sarà una bella sfida”.

Cosa rimarrà nella storia? Come sarà il mondo dopo la pandemia?
“Cosa rimarrà? Poco o nulla. L’uomo dimentica in fretta e si adatta velocemente ad ogni trasformazione. Penso che i più piccoli, come mio nipote che ora ha appena 2 anni, avranno difficoltà a capire come abbiamo vissuto questo anno”.

Come valuta i cambiamenti nel mondo dell’informazione?
“Credo che l’informazione in questo periodo sia stata estremamente caotica. Specialisti pronti a dire tutto e il contrario di tutto. Una guerra che spaventa e basta. Ecco perché spesso poso il giornale e spengo la televisione: metto il cappotto, indosso la mascherina, mi igienizzo le mani e vado, sperando di scamparla”.

Come ha passato il Natale?
“Con i miei figli e con il nipotino. Non mi è pesato non poter uscire perché per abitudine abbiamo sempre festeggiato il Natale in casa, in famiglia. L’unica differenza è che invece di aprire i regali a mezzanotte, li abbiamo scartati alle 21,30, per rispettare il coprifuoco. Così come lo abbiamo rispettato nella notte di capodanno. È stato un 31 dicembre strano, particolare, ma che per qualche secondo mi ha dato speranza e fatto tornare alla normalità. Nonostante i divieti, da dietro le finestre, ho visto fuochi d’artificio colorare e illuminare il cielo e ho sentito le campane suonare a festa. Non è durato che qualche minuto, ma tanto è bastato per risentire dentro di me quella spensieratezza che da troppo tempo mancava”.

Quale è stata per lei la lezione del Covid?
“Credo che non abbiamo imparato proprio niente. E non sono pessimista, ma semplicemente realista. Penso che la cattiveria umana sia rimasta. E che la gente che poteva approfittarsi di questo momento lo abbia fatto. Dicono sia nata una solidarietà tra poveri, in realtà quella c’è sempre stata. Chi ha poco trova sempre il modo di aiutare. Ad altri livelli non siamo diventati affatto più buoni”.

Barbara Bianchi


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21 gennaio, 2021

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